Tool: Fear Inoculum, l’album più atteso del decennio
Tool - Fear Inoculum (MetalItalia .com)

I Tool – il 30 agosto 2019 – pubblicano l’album Fear Inoculum, ovvero l’ultima fatica del quartetto alternative/progressive metal statunitense. Fear Inoculum è il quinto album della loro discografia ed è uscito tredici anni dopo il penultimo album 10,000 Days (2006).  Fear Inoculum per gli ascoltatori della musica metal, e non solo, è stato l’album più atteso del decennio, dopo continui rinvii, annunci, allusioni e ipotesi prontamente smentite, finalmente l’ultima creatura dei Tool ha visto la luce.

Il ritorno dei Tool con questo capolavoro rivoluziona il modo di fruire musica in un contesto musicale globale di bulimia fruitiva e di brutture mercificate. Il grado di concentrazione è diminuito enormemente, il pubblico tende a non ascoltare un album nella sua interezza. Questa tendenza all’ascolto passivo ha innescato un necessario adeguamento tra produttore-consumatore, ovvero un circolo vizioso che appiattisce i contenuti e standardizza tutto affinché si possa rendere il prodotto il più redditizio possibile. La rendita ha sempre una regola fondamentale: l’abbattimento dei costi. La conseguenza principale di questo modus operandi è un’offerta musicale incolore dove i singoli artisti non hanno personalità propria, e ciò s’unisce a un’assuefazione al consueto da parte degli ascoltatori. Dunque, un’apatia generale in una spirale artistica di deja vù.

I Tool creano un varco sonoro e umano sconvolgendo l’ascoltatore, destabilizzando la tirannica involuzione artistico-culturale in atto, scatenando ostilità con le dinamiche commerciali dominanti e soprattutto trascinando in eterne a-dimensionalità spazio-temporali chiunque sia intrappolato nell’estemporaneità del quotidiano.

Fear Inoculum dura ottanta minuti circa e presenta una tracklist di sette brani. Il numero sette è il fulcro cabalistico intorno a cui si regge l’equilibrio perfetto dell’album dei Tool. Infatti il numero sette esprime la globalità, l’universalità, l’equilibrio perfetto e rappresenta un ciclo compiuto e dinamico, è l’espressione privilegiata della mediazione tra umano e divino. La settima lettera dell’alfabeto ebraico è «zajin», la sua funzione è: eternità.

L’opening dell’album è affidata all’omonima traccia Fear Inoculum, pubblicata in anteprima il 7 agosto. La title track dura circa dieci minuti e penetra nell’animo dell’ascoltatore con le sue sonorità mistiche. Il basso di J. Chancellor è ipnotico e le frequenti poliritmie si fondono perfettamente con la voce eterea di M. J. Keenan che scandisce versi molto brevi incentrati sulla purificazione del sé e sono densi d’imperativi che assumono la forma del mantra. Questo brano oscilla tra melodie orientali e riff stoner metal per poi concludersi nell’exploit di un crescendo con un distorto assolo di chitarra di A. Jones accompagnato dalle ritmiche asfissianti di D. Carey.

La seconda traccia è Pneuma dal greco antico «soffio vitale», questo soffio spirituale si dilata nel tempo per dodici minuti circa. Concettualmente questo brano rimanda alla necessità umana d’un «risveglio interiore» conducendo l’ascoltatore, tra arpeggi atmosferici di chitarra e di basso e dinamiche ritmiche trascinanti, in un viaggio universale alla ricerca del proprio «archè» (sostanza originaria del tutto). Il brano s’evolve bruscamente con sonorità maggiormente amplificate, in un climax di percussioni assordanti e riff aggressivi e massicci per poi concludersi con un breve assolo di chitarra. Al termine di Pneuma si giunge a un bivio: l’edizione digitale contiene un breve interludio: Litanie contre La Peur, un intermezzo introspettivo con suoni modulati che rimandano ad atmosfere ascetiche; mentre la copia fisica fa approdare l’ascoltatore direttamente alla terza traccia di dodici minuti circa: Invincible.

Invincible descrive attraverso le parole di Keenan la patetica e frustrante vanagloria umana. Ogni strumento si colloca in un’armoniosa pluralità, è un brano in ogni suo elemento geometricamente calibrato, infatti le sonorità pulite e distorte coesistono in una perfetta simmetria. È un brano complesso e per molti versi alienante, esprime gravità sonora per via d’una chitarra incisiva e degli intrecci dissonanti tra basso e batteria. Conclusosi il terzo brano, nell’edizione digitale si giunge a un altro intermezzo strumentale: Legion Inoculant, particolarmente tetro e controverso, evoca accenni sonori che spaziano dallo psichedelico al gregoriano.

La quarta traccia è Descending, traccia di circa tredici minuti che inizia con suoni prenatali che rimandano a sensazioni oceaniche che si disperdono successivamente negli arpeggi di chitarra ovattati e distanti di A. Jones. Le sonorità suscitano sensazioni contrastanti e rammentano una costante perdizione di sé, una caduta nell’abisso della propria psiche.

I Tool lasciano ricordare le parole di Nietzsche: «Come potemmo bere tutto il mare? Chi ci diede la spugna per cancellare tutto l’orizzonte? Che cosa abbiamo fatto quando staccammo la terra dalla catena del suo Sole? In quale direzione ora ci muoviamo? Non precipitiamo noi continuamente? Indietro, da un lato, davanti, da tutte le parti? C’è ancora un altro e un basso? Non voliamo come attraverso un nulla senza fine? Non soffia su di noi lo spazio vuoto?»

Descending è un brano psichedelico e molto intricato con climax continui, crescendo e diminuendo coerenti con l’esplorazione di tutto ciò che è la realtà, il caos e soprattutto la morte: la possibile fine della specie umana.

La quinta traccia è Culling Voices, dalla durata di dieci minuti circa con un inizio d’una delicatezza inquietante che culla e conduce l’ascoltatore in luoghi remoti e tenebrosi. La linea vocale di Keenan è malinconica e sembra instaurare un dialogo tra follia e sanità mentale; la linea di chitarra è angosciante nel suo ripetersi sino alla disperazione mentre il basso s’insinua lievemente insieme alle percussioni per poi dare inizio a metà brano a una esplosione sonora. La chitarra s’incattivisce in sintonia con la sezione ritmica, il brano culmina in sonorità metal graffianti. Verso il termine si ricongiunge a quella pacata sofferenza iniziale lasciando l’ascoltatore interdetto in una confusione temporale tra passato e futuro.

La sesta traccia è Chocolate Chip Trip, un vero e proprio trip ritmico: cinque minuti di sonorità elettroniche ed etniche. In questo brano il batterista D. Carey si diletta con tecnica sopraffina in un assolo tribale e incalzante.

La settima e ultima traccia è 7empest, sedici minuti intensi e irruenti lungo un  brano contorto e melodico. L’intero brano è una tempesta dai toni nichilistici e stordenti che spesso rimandano a quella rabbia primigenia dell’uomo che preconizza la catarsi o il caos. L’ascoltatore si ritrova nello spazio della scissione infinita e attraverso la musica dei Tool si vive l’anelito alla ricomposizione di una propria unità originaria. Il finale dell’album si conclude con un respiro che fino a quel momento non era stato esalato completamente. La versione digitale si conclude con Mockingbeat, traccia non definibile: entropia pura.

Fear Inoculum è un viaggio musicale sbalorditivo ma anche tortuoso, è un’opera che richiede più ascolti in modo da poter essere assimilata. La musica dei Tool incarna emozioni e idee in netto contrasto con la società capitalistica attuale; una società che probabilmente ha inquinato anche i nostri aspetti primordiali, come la paura. Forse le nostre paure non sono veramente nostre, ma ci sono state inoculate e strumentalizzate a convenienza. I Tool ci aiutano a riscoprire il piacere della musica come involucro materno che ci separa e ci protegge dal mondo esterno, evitando qualsiasi schiavitù, e cercando d’annullare il dolore e lo sconforto.

Epitteto scrisse: «Non sei una monade isolata, ma una parte unica e insostituibile del cosmo. Non dimenticarlo, sei un elemento essenziale nel groviglio dell’umanità».

Ma non c’è scampo alla catastrofe. Il  messaggio dei Tool è quello d’una eterna attesa; ricomporre l’umano infranto non è simbolo di redenzione e di piena adesione mistica, piuttosto è il procrastinarsi dell’eterna sciagura.

Gianmario Sabini

Gianmario Sabini
Sono nato il 7 agosto del 1994 nelle lande desolate e umide del Vallo di Diano. Laureato in Filosofia alla Federico II di Napoli. Adoro Marx, Nietzsche, Beethoven, Stravinskij, John Bonham, i Black Sabbath, i Pantera e i Tool. Detesto i moderati, i fanatici, gli spocchiosi self-made man, i tuttologi, Calcutta e i Thegiornalisti. Studio, scrivo articoli per LP, bevo sovente per festeggiare e per godere dell'oblio, suono la batteria. Morirò.

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