tíaso Lirica eolica Saffo Alceo tíaso eteria

Ai tempi dei miti e delle leggende, delle isole lontane e della poesia cantata, a Lesbo si respirava il momento di più alta espressione artistica per la lirica monodica, ossia la poesia pensata per essere accompagnata dal suono della lira. La celebre isola, situata davanti alle coste della Troade, ancora oggi si accompagna alla fama di Saffo e Alceo, i massimi esponenti della Grecia arcaica di lirica eolica (così denominata perché scritta in dialetto eolico, la lingua locale). La loro poesia nasce per rispondere alle esigenze culturali di circoli – aristocratici ed elitari – decisamente esclusivi: la comunità femminile del tíaso (dal termine greco ϑίασος, originariamente il corteo al seguito di Dioniso) e i ‘banchetti degli amici’ d’eteria (da ἑταῖρος, ‘compagno’).
I due poeti cantavano e rappresentavano i due volti di una società, a cavallo tra VII e VI secolo a. C., ricca, colta e inficiata dalle dinamiche politiche: poetessa d’amore Saffo, compositore civile e politico Alceo.

Saffo e il gineceo del tíaso.

L’origine della poesia d’amore affonda le proprie radici nelle odi della più celebre e antica poetessa d’Europa, Saffo (seconda metà del VII secolo a.C.). Le odi di Saffo, raccolte successivamente dagli alessandrini in base ai metri adoperati, furono scritte in dialetto eolico letterario, tipico dell’isola. Per lo più una serie di frammenti, per intero se ne conservano solo due: L’ode ad Afrodite e L’ode della gelosia.
Cuore centrale dell’attività poetica di Saffo era l’ambiente del tíaso, che la poetessa dirigeva: una struttura pensata per l’educazione delle giovani aristocratiche della società di Lesbo, fortemente legata al culto di Afrodite.
All’interno del tíaso, le ragazze venivano iniziate al duplice ruolo di cittadine e madri, passando per le leggi dell’amore, il fascino della raffinatezza, l’arte della seduzione.
E sono proprio questi i talenti coltivati da Saffo nel suo gineceo, dove feste, danze e riti propiziatori per la dea della bellezza e dell’eros facevano da padrone. Un vero e proprio viaggio nella complessa psiche di una giovane donna, attraverso le amicizie, gli amori omoerotici, gelosie e invidie. Fino al momento dell’addio, quando la fanciulla abbandonava il circolo una volta raggiunta l’età adulta, in cui l’inebriante atmosfera del tíaso lasciava spazio alla dismessa vita in società.

«Qui da Creta vieni a me in questo tempio
santo, dove è un amabile bosco
di meli, e altari ardenti
del profumo di incensi.
[…]
II
Ragazze di Creta a tempo
danzavano lievi sui piedi
attorno all’ara adorna
calcando dolcemente
la morbida erba fiorita.
» (Fr.2)

La prima parte, tradotta da un coccio (ὄστρακον), appartiene a un inno cletico (‘di invocazione’) in cui Afrodite viene invitata apertamente a prendere parte a un rito nel recinto a lei consacrato. Tramite le immagini di meli e roseti, piante care alla dea, si ricrea un voluto locus amoenus letterario. Nella seconda parte, i versi – attribuiti solo convenzionalmente a Saffo – descrivono una festa notturna del coro di fanciulle di norma durante un plenilunio, quando le danze assumevano una forma più intima e quindi diversa dalla valenza politica e collettiva delle feste diurne.
Le pene d’amore al chiaro di luna (tanto cara alla produzione tardiva di Leopardi), i sintomi dell’innamoramento e la gelosia (poi ripresi da Catullo) sono i temi inconfondibili della lirica eolica saffica, che si consuma in una dinamica personale e introspettiva, di donna del tíaso.
Diversa è l’argomentazione proposta d’Alceo, poeta politico d’eteria.

Alceo, compagno e poeta d’eteria.

L’attività, politica e poetica, di Alceo si sviluppa attorno all’ambiente militaresco e goliardico dell’eteria, il circolo aristocratico a cui si consacra devoto fedele. Dunque il pubblico prediletto della lirica eolica alcaica era quello del simposio, un’istituzione della cultura arcaica che riuniva uomini interessati a bere in compagnia, intrecciare amori e discorsi, sulla politica o su altri concetti esistenziali. Il simposio era luogo di aggregazione e appartenenza, di onore e disonore: nessuna riunione era casuale, dal momento che condividere la tavola significava creare vincolo di ospitalità e solidarietà. Ad unire erano gli interessi politici e i progetti di vita comuni.
E il canto era l’espressione principale delle usanze e dei temi del simposio, dove ricoprire il ruolo di poeta significava ottenere gloria e rispetto. Alceo, avendo acquisito il titolo tra i suoi compagni, ne aveva abbracciato le regole e le linee esistenziali: l’odio per i nemici, il rispetto della legge aristocratica, la priorità della lotta politica.

«Nella grande sala splende di bronzo,
Ares adorna tutta la casa
di luminosi elmi, da cui pendono
cimieri bianchi crini, ornamento per teste di uomini.
[…]
Non è possibile scordarsi di queste cose
dopo che abbiamo assento a queste grandi imprese.» (Fr.140)

Pamela Valerio

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