Primo Levi guerra uomo
fotografia di: Archivio Eredi Primo Levi

Il 31 luglio del 1919 nasceva uno dei più lucidi testimoni del folle sogno nazista di creare una razza “ariana” che non contemplasse il “diverso”. Oggi, la testimonianza di Primo Levi è fondamentale per cercare di uscire dal lugubre abisso d’odio nel quale stiamo sprofondando.

31 luglio 1919, Torino. Da genitori di origini ebraiche, nasce Primo Levi. Dopo aver completato gli studi classici, si iscrive alla facoltà di chimica a Torino e, nonostante la contemporanea promulgazione delle leggi razziali, riesce a conseguire il diploma di laurea. Entrato nel fronte di resistenza partigiana della Valle D’Aosta, il 13 dicembre del 1943 Primo Levi viene arrestato dai soldati del regime fascista e viene trasferito – in quanto ebreo – nel campo di prigionia di Fossoli (MO). Da qui, il 22 febbraio 1944, insieme ad altri 650 ebrei, parte verso il campo di concentramento di Auschwitz, Polonia. Il periodo più nero della vita di Primo Levi.

Il 27 gennaio 1945, Auschwitz viene liberata dai soldati dell’Armata Rossa e Primo Levi è fra i pochissimi ebrei italiani a far ritorno in patria. Consapevole del fatto che l’esperienza nel campo di concentramento sia stata la più assurda e terribile della sua vita, Primo Levi sente il bisogno di raccontare il suo vissuto e, dopo varie peregrinazioni editoriali, nel 1958 viene pubblicato il suo primo libro intitolato “Se questo è un uomo”.

Il libro non entusiasma immediatamente l’opinione pubblica ma, col tempo, diventa caposaldo della letteratura contemporanea. Primo Levi pubblica anche altri libri incentrati sul periodo della prigionia, con riflessioni su ciò che ha significato per lui, ma anche per tutti gli altri prigionieri. Del 1963 è il libro “La tregua” che narra del difficile viaggio di ritorno dal campo di concentramento di Auschwitz, mentre del 1986 è “I sommersi e i salvati”, un libro che analizza la dicotomia tra oppressi e oppressori, presente da sempre in ogni conflitto umano. L’11 aprile del 1987, Primo Levi viene ritrovato morto, probabilmente per una caduta accidentale dalle scale del palazzo nel quale risiedeva. La sua testimonianza, però, attraversa i confini temporali e, oggi più che mai, può rivelarsi essere la chiave in grado di riaprire quella porta dietro alla quale abbiamo nascosto la nostra umanità.

Maggio 2019. Sono 69 le nazioni del mondo coinvolte in un conflitto. Le motivazioni sono le più disparate: non sono soltanto conflitti di tipo politico o economico ma, sempre più spesso, conflitti etnici e religiosi. Dalla guerra fra l’etnia Hutu e quella Tutsi in Burundi, che perdura ormai dal 2004, al conflitto israelo-palestinese.
Alla base lo stesso, identico assunto: la mancanza di rispetto per l’altro. Ogni guerra porta morti, sofferenza, stenti. Ogni guerra annulla l’individualità di chi la combatte e, soprattutto, di chi la subisce. Guardare ai conflitti attualmente in corso nel mondo serve a restituirci un utile sguardo complessivo sull’argomento.
Ma l’esempio più lampante lo abbiamo a pochi passi da noi. Devastanti guerre civili stanno scuotendo il nordafrica ormai da anni, e sempre più persone sono costrette a cercare rifugio altrove, spesso sull’altra sponda del mar Mediterraneo e, quindi, anche in Italia. Non è inusuale che vengano fatte salire a forza su dei barconi manovrati da scafisti che, sulla pelle degli ultimi, ci lucrano a dismisura. Una vera e propria deportazione, a volte. Proprio come fu quella delle milioni di vittime dei lager nazisti durante la Seconda guerra mondiale. Cambia una cosa, però: oggi, con sempre più informazioni e con notizie che viaggiano alla velocità di un click, l’indifferenza è una scelta.

Siamo indifferenti, è un dato di fatto. E, soprattutto, lo abbiamo scelto noi. Commemoriamo ogni anno il 27 gennaio, data della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz, ogni anno scriviamo «per non dimenticare» sui nostri profili social e ci sentiamo in pace con noi stessi. Abbiamo adempiuto al nostro dovere di cittadini perbene, di persone civili inorridite dalla barbarie perpetrata dai soldati nazisti. Salvo, poi, girare gli occhi verso le Alpi quando un altro barcone appare all’orizzonte di Lampedusa.
Esseri umani che arrivano, carichi di speranze, accolti da noi, esseri disumani carichi di livore. Ma tra il sentimento di indifferenza verso il diverso che chiede aiuto, a una vera e propria convinzione di essere una razza “superiore”, il passo è davvero breve. Se poi anche le istituzioni alimentano questo odio con slogan patriottici che ricordano – per nulla vagamente – il clima nero che si respirava negli anni delle leggi razziali, allora il passo è già compiuto.

Dobbiamo tornare indietro, prima che l’ennesima, inutile briciola di odio nei confronti dell’altro consumi l’ultima essenziale briciola di umanità che ci è rimasta.

Se il mar Mediterraneo potesse parlare, probabilmente ci restituirebbe una cifra sconvolgente (500 persone morte annegate soltanto dall’inizio dell’anno) e poi, per ogni numero che forma quella cifra, il mar Mediterraneo ci parlerebbe del colore di due occhi, di emozioni, di una famiglia lasciata alle spalle per un futuro migliore, di maltrattamenti nei vari campi di prigionia del nordafrica. Ci parlerebbe di sogni che ormai giacciono sul suo fondale e che resteranno intrappolati lì per l’eternità. Allo stesso modo, la camera a gas di un campo di concentramento nazista ci parlerebbe delle sofferenze e dei sogni di chi, in quelle camere, ci è entrato per non uscirne mai più. Le differenze, è evidente, risiedono soltanto nella forma e nel contesto storico. La sostanza, invece – quella che fa sì che un uomo di un popolo muoia perché la sua vita viene considerata meno importante rispetto alla vita di un uomo di un altro popolo – quella è esattamente la stessa.

Ed ecco perché Primo Levi ci è fondamentale, oggi.

Ci è fondamentale se leggiamo le sue testimonianze in chiave contemporanea. Se non ragioniamo per compartimenti stagni, se non consideriamo la sua testimonianza valida soltanto per quel contesto storico, ma per ogni singolo caso di odio o paura verso il diverso, verso un altro uomo. “Se questo è un uomo“. Appunto. Primo Levi lo ha intitolato così perché voleva che ci ricordassimo che, in ogni tempo e in ogni contesto, un uomo non è più tale se viene ridotto a un numero, se è costretto a spostarsi contro la sua volontà, se viene privato dei suoi affetti, delle sue passioni, se viene lasciato morire nel silenzio assordante prodotto dall’indifferenza.

Forse, Primo Levi voleva che ci ricordassimo anche che non è più tale neanche un uomo che permette che tutto questo accada. Non è più tale un uomo che, nel vedere un suo simile tendere la mano bisognoso di aiuto, si gira dall’altra parte con la brutale e agghiacciante convinzione di star agendo per la sua incolumità e per i suoi interessi personali.

Se Primo Levi potesse assistere a tutto questo (e, per fortuna, non può) forse ci porrebbe una domanda, la più importante del secolo: ma noi, con le nostre case e con le nostre famiglie, con i nostri comfort, con il nostro diritto alla salute, allo studio, alla vita; noi, ancora noi, con il nostro progresso, con le nostre ostentazioni di grandezza e con le nostre vane glorie – così tanto “uomini” nella forma delle cose – nella sostanza, invece, siamo davvero sicuri di essere rimasti umani?

Anna Rita Orlando

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