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I libri di memorie: pietre d’inciampo

«Resti lì come una “pietra d’inciampo” per l’intelligenza umana» così il preside Gianluca Dradi ha magistralmente liquidato la recente vicenda di bullismo che ha visto protagonista il suo istituto, il Liceo scientifico “Alfredo Oriani” a Ravenna. Un memento all’umanità che riecheggia nel tempo e che trae origine da una triste parentesi storica, quando l’intolleranza prendeva la forma della violenza e mieteva vittime. Le pietre d’inciampo (in tedesco Stolpersteine), simbolo di un’iniziativa partita nel 1992 dall’idea dell’artista tedesco Gunter Demnig, sono sampietrini incastonati nell’assetto urbano in corrispondenza delle case appartenenti ai perseguitati dell’Olocausto o nei pressi di edifici di prigionia, sulle quali si leggono ancora oggi il nome, l’anno di nascita, la data, l’ipotetico luogo di deportazione e la data di morte, se conosciuta, delle vittime.


Sarebbe più facile cancellare e dimenticare piuttosto che tollerare la vergogna ogni giorno, ma è proprio davanti a tali disumani soprusi che il ricordo diventa un obbligo, gli echi una forte testimonianza, la verità l’unica prova. Noti sono i diari sulle tragedie dell’olocausto, struggenti i cosiddetti libri: a differenza dei primi, i libri di memorie sono i testi dei sopravvissuti. Le memorie, per l’appunto, dei rifugiati in esilio lontani dalle proprie terre, dei superstiti alla deportazione e detenzione, dei partigiani e dei clandestini. Le memorie di chi ha visto il volto del male e ha trovato la forza di parlarne. Come non pensare all’evocative parole di Primo Levi, o a “La notte“, il romanzo autobiografico del Premio Nobel per la pace Eliezer Wiesel, detto Elie.

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Eliezer Wiesel (1928 – 2016)

Elie Wiesel e “La notte”

Elie Wiesel, nell’arco della sua vita, ricoprì numerosi ruoli, di scrittore, giornalista, attivista per i diritti umani e professore. Poliglotta, nato in Romania e naturalizzato statunitense, parlava principalmente lo yiddish, padroneggiando anche altre lingue come il tedesco, il rumeno e l’ungherese. La sua unica colpa, agli occhi dei carnefici, era stata di essere d’origine ebraica e fu a causa di questo intollerabile dettaglio che ebbe inizio la sua personale tragedia, profonda come il buio e scura come la notte.

“La notte”, la cui prima edizione risale al 1958, è il primo romanzo di una trilogia – La notteL’alba e Il giorno – che ripercorre il vissuto dell’autore attraverso e dopo l’Olocausto. Scritto originariamente in yiddish, il manoscritto venne poi pubblicato in una versione che portava il titolo di “און די וועלט האט געשוויגן” o Un di Velt Hot Geshvign (“E il mondo rimase in silenzio“). Ma è solo grazie all’intervento del romanziere François Mauriac che Wiesel si persuase dell’immane valore di una tale testimonianza, che non poteva restare nella comprensione di pochi ma doveva essere monito per quanti più possibile.

Sono le memorie degli anni 1944 e 1945, anni cruciali per la cosiddetta soluzione finale della questione ebraica. Sono i ricordi di un giovane Wiesel, ebreo ortodosso, deportato insieme alla propria famiglia nei campi di concentramento di Auschwitz e Buchenwald, dopo un lento deterioramento psico-emotivo scandito da una costante privazione di ogni diritto e dignità umana.
I divieti, le coercizioni, le aggressioni, la stella gialla.
È la narrazione di un viaggio, della discesa agli inferi di un sedicenne sicuramente impreparato alla vita, quanto alla morte. È la storia dell’impossibilità di capire, dell’incapacità di spiegarsi, della rabbia nei confronti dell’umanità – ormai persa – e verso Dio.

«Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha trasformato la mia vita in una lunga notte, sette volte maledetta e sette volte sigillata. Mai dimenticherò quel fumo. Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini, i cui corpi vidi trasformarsi in ghirlande di fumo sotto un muto cielo blu.
Mai dimenticherò quelle fiamme che consumavano la mia fede per sempre.
Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi privò, per tutta l’eternità, del desiderio di vivere

Due erano le certezze di Wiesel all’inizio del suo percorso, la giovane età e la fede. Perse entrambe. E con loro, l’innocenza, l’amore per la vita, la fiducia nel prossimo e la speranza. L’ultima notte è quella di arrivo a Buchenwald. Una notte infinita come la prima e di profondo contatto con la vergogna nei confronti di se stessi, quando per un tozzo di pane si è disposti a rinnegare anche il proprio padre.
La detenzione nei lager non era semplice privazione di ogni necessità e affetto ma anche trasformazione. Trasmutazione in macchine amorfe, senza dignità ed emozioni. Egoiste e senza altro ideale che la sopravvivenza, scevra ormai da etica e giudizio ma pur sempre gravata dal senso di colpa.

Il campo di concentramento non fu solo un luogo fisico di morte ma anche la concretizzazione dello struggente senso di deterioramento, fisico e morale, di chi aveva perso tutto compresa la capacità di ritenersi ancora un essere umano.

«Considerate se questo è un uomo,
Che lavora nel fango,
Che non conosce pace,
Che lotta per mezzo pane,
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome,
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno»,
scriveva Primo Levi.

L’11 aprile 1945, un movimento di resistenza ebreo si lancia contro gli agenti SS rimasti nel campo con ancora ventimila detenuti, prendendo il controllo. Alle sei della stessa sera, un carro armato americano raggiunse i ponti: era l’immagine della libertà.

Ma da uomini ormai interrotti e rotti, come si può andare avanti?

«”Continuare che cosa? A parlare per paura del silenzio, ad amare per paura della solitudine, dello sradicamento o della morte, a inciampare e cadere, poi rialzarsi? A bussare alle porte che si aprono troppo presto o troppo tardi? Sarebbe questo, la vita? Un modo di continuare a camminare, a camminare sulla strada lunga e dura, e di servire da guida a chi avanza dietro di voi? Cerchiamo di correggere” – rispose Gamaliele.
Continuare non è la parola giusta. Credo che ce ne sia un’altra.”
“Tu l’hai trovata?”
“Sì.”
“Qual è?”
Ricominciare

Tacquero e, colti da un’improvvisa meraviglia, osservano il sole che, dopo un’esitazione, aveva ripreso il suo percorso, inondando le case ricche e povere, le valli e le montagne, per riscaldare il cuore ferito degli uomini sradicati.»

Pamela Valerio

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