Shaqiri

Novantesimo. Corsa forsennata verso la porta su azione di contropiede: gol che regala il successo alla Svizzera, ma che soprattutto decreta la sconfitta della Serbia, ed esultanza con gesto dell’aquila bicipite della Grande Albania, rivolto ai migliaia di tifosi serbi presenti sugli spalti del Kaliningrad Stadium – tra l’altro siamo in Russia, luogo di non poco conto dal punto di vista politico. L’avrà sognata tantissime volte questa scena Xherdan Shaqiri, sin dal primo dicembre scorso, giorno dei sorteggi dei gironi dei mondiali, quando l’urna incorporò nello stesso raggruppamento le due nazionali.

L’assist – per il gesto, non per il gol – glielo ha servito il compagno Granit Xhaka che, dopo aver siglato il gol del pareggio, circa quaranta minuti prima aveva mimato anch’egli l’aquila. Esultanze che non sono passate di certo inosservate, aprendo l’eterno dibattito sulla mescolanza fra calcio (sport) e politica. Hanno suscitato tanto clamore anche in seno alla Fifa, che da sempre osteggia qualsiasi riferimento politico nelle proprie manifestazioni sportive, tanto da poter provocare eventuali sanzioni al calciatore o alla stessa nazionale elvetica.

L'(in)utilità del gesto dell'aquila di Shaqiri e Xhaka
Xherdan Shaqiri, 26 anni, supera Stojkovic, portiere della Serbia. Fonte: sportnotizie24

Shaqiri, le origini del gesto

La domanda più ricorrente non può che essere la seguente: perché un nazionale svizzero esterna tale simbolo? La risposta è presente nelle origini del trequartista dello Stoke City (con un passato anche in Italia, con la maglia dell’Inter). Nato nel 1991 a Gjilan, in Kosovo, è dovuto emigrare con la propria famiglia in Svizzera, quando era ancora un bambino, a causa della guerra e dalla persecuzione attuata dal presidente Slobodan Miloševic negli anni ’90, nella Repubblica Federale Jugoslava. Drammatica anche la storia dell’altro svizzero-kosovaro, Xhaka, il quale ha avuto il padre prigioniero politico del regime serbo. Entrambi i calciatori hanno rivendicato le proprie origini kosovare e inneggiato alla Grande Albania – per la quale s’intendono anche territori presenti nei paesi confinanti al suolo albanese (Kosovo, parte di Grecia, Macedonia, Serbia e Montenegro). Il Kosovo si è autoproclamato indipendente nel 2008 e, ad oggi, è riconosciuto da 113 paesi membri dell’Onu. A osteggiare la sua indipendenza ci sono, ovviamente, la Serbia, che lo considera una propria provincia autonoma, e la stessa Russia organizzatrice di questi Mondiali.

Shaqiri, gesto eroico o pura provocazione?

Non poteva esserci palcoscenico migliore per rivendicare la nazionalità di un popolo. Uno degli eventi più seguiti al mondo, uno stadio gremito di tifosi serbi: è il connubio perfetto. Ma il confine fra gesto eroico e semplice provocazione è sottile, troppo sottile. Un atto che avrebbe potuto scatenare un putiferio in campo, così come successe nell’ottobre del 2014, quando durante la partita Serbia-Albania, match valido per le qualificazioni ad Euro 2016, un drone con la bandiera della Grande Albania sorvolò il campo da gioco. Mitrovic, calciatore serbo in campo anche venerdì sera, la strappò scatenando l’ira dei giocatori albanesi che a loro volta furono aggrediti dagli ultras serbi entrati in campo, costringendo il direttore di gara a sospendere definitivamente la partita.

Bisognerebbe capire, tuttavia, il valore intrinseco del gesto di Shaqiri. Un ragazzo cresciuto nella multietnica Svizzera e della quale è rappresentante in veste di calciatore in una manifestazione mondiale. Risulta poco sensata, quindi, la scelta di inneggiare alla nazionalità kosovara/albanese quando s’indossa la maglia di un’altra nazionale. Rappresenta sicuramente più una mancanza di rispetto per il Paese che ti ha accolto, invece che un gesto d’amore verso un popolo, quello d’origine, martoriato dalla guerra e dalle persecuzioni.

È difficile scovare elementi che possano in qualche modo giustificare totalmente tale comportamento. Dopo tutto, data l’ondata di nazionalismi che sta attraversando l’Europa e il perenne timore di attacchi terroristici, ci si attende proprio dai calciatori un atteggiamento più distensivo. Ricordiamo, inoltre, che Shaqiri e Xhaka avrebbero potuto “combattere” per il loro popolo, dichiarandosi disponibili alla convocazione della nazionale kosovara, ufficialmente riconosciuta da Uefa e Fifa nel 2014, così come ha fatto Samir Ujkani che, dopo aver indossato la maglia dell’Albania, ora è il portiere e capitano del Kosovo. O, ancora, come la judoka Odette Giuffrida che ha deciso di rappresentare la propria nazione e che alle ultime Olimpiadi di Rio de Janeiro ha conquistato il primo oro della storia del piccolo paese balcanico. Invece, i due calciatori, per riconoscenza o (molto probabile) per motivi tecnici, hanno scelto di continuare con la croce bianca sul petto.

Sport e politica, oggi come in passato, sono due campi che mai potranno correre su binari diversi. La storia ce lo conferma. La drammatica questione kosovara ha per anni invaso gli spazi dei mass media. Basta sfogliare gli ultimi capitoli di qualsiasi testo di storia contemporanea per vedere le pagine ancora impregnate di sangue dovute alle migliaia di vittime della vera e propria pulizia etnica attuata da Miloševic. Esempi di sportivi che hanno dato il loro contributo o esternato il proprio pensiero riguardo a situazioni politiche delicate ce ne sono molteplici. Mondiali e Olimpiadi sono stati da sempre il luogo ideale per gesti forti e segni di protesta. Tuttavia, c’è la sensazione che Shaqiri e Xhaka avrebbero potuto gestire in maniera differente il loro sentimento di ‘rivalsa’ – consapevoli del fatto che è molto più facile giudicare seduti comodamente dinanzi a un pc a casa propria – non lasciandosi trasportare dalla foga, rischiando di aizzare in maniera meschina tifosi e avversari di calcio. Di calcio, appunto, non politici.

 

Ivan D’Ercole

1 commento

  1. Gentile Ivan. C’è qualcosa, quando si parla di queste cose, che a chi è cresciuto in occidente è ignoto. Nessuno riuscirà mai a comprendere realmente cosa vuol dire persecuzione, esilio; nessuno conosce cosa voglia dire trovarsi in un negozio e improvvisamente irrompe la milizia serba chiedendo se ci siano albanesi dentro, quelli indicati come tali vengono arrestati. Nessuno sa cosa voglia dire ascoltare all’università lezioni di inferiorità della razza. Il fatto che Xhaka, Shaqiri, Berhami, Xhemaili, e tanti altri indossino la maglia della nazionale svizzera è un enorme traguardo. Samir Ujkani ha realizzato che nella nazionale albanese sarebbe stato il terzo portiere, chiuso dai migliori Berisha e Strakosha. Non smetto mai di realizzare quotidianamente la differenza che c’è da una mentalità italiana che spesso si ferma alla pozzanghera della sua provincialità, e quella svizzera, paese composito e più aperta. Pensa semplicemente come si e posto Liechtsteiner e come si è posta la federazione svizzera. La differenza è tutta qui.

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