Sarà davvero l’”anno zero” degli Stati Uniti? Non ci montiamo la testa
Fonte: rainews.it

Smaltita la cauta soddisfazione, avendo quantomeno scongiurato l’incubo di un secondo mandato di Trump alla Casa Bianca, è tempo di fare alcune considerazioni sull’imminente “nuovo corso” americano. Apparentemente non ci sarebbe granché di cui gioire, considerando le ombre che si addensano sul passato politico di Joe Biden. Ad ogni modo, riconosciuto (quasi unanimemente) neo-Presidente degli Stati Uniti, l’ex vice di Obama porta almeno due enormi responsabilità: ripristinare una credibilità presidenziale, minata dalle angherie dell’ormai ex capo di stato, e, cosa ben più ardua, ricostruire un paese lacerato e conflittuale, coadiuvato dalla sua amministrazione. 

Per comprendere innanzitutto se questo possa essere un momento storico favorevole per un sostanziale rinnovamento, occorre evocare l’esempio di Franklin Delano Roosevelt. Nonostante negli anni ’30 gli Stati Uniti versassero in una crisi che aveva vari tratti in comune con quella attuale, l’allora neo-Presidente eletto, riuscì tenacemente a ricucire le profonde ferite cagionate dalla grande depressione. Come? Attuando politiche idonee a mitigare lo strapotere finanziario, a ridurre le disuguaglianze socio-economiche preesistenti (Social Security Act, Wealth Tax Act) e intravedendo nuove opportunità di sviluppo economico di pubblico interesse (come il Civilian Conservation Corps). 

Da allora Roosevelt è sempre stato dipinto come il baluardo dei valori progressisti e l’incarnazione della visione democratica, il vero esempio da seguire. I fatti però sono andati diversamente. Negli anni in cui i democratici hanno governato dalla Casa Bianca, i presidenti, chi più e chi meno, non hanno fatto altro che agire in senso contrario alla filosofia del “beneamato” Presidente: al pari dei Repubblicani, hanno appoggiato l’ascesa delle élites finanziarie, trascurato le disparità sociali, tergiversato su un piano concreto di Welfare e assecondato una politica estera dannosa e controversa. Contrariamente all’idea isolazionista e di buon vicinato predicata da Roosevelt (almeno nella prima parte della sua longeva carriera da Presidente), i democratici non si sono affatto risparmiati nell’inasprire l’egemonia imperialista nella propria sfera di influenza e negli altri paesi.

Benché sussista l’azzardo di aver chiamato in causa quello che, secondo censimenti, risulterebbe tra i tre presidenti più amati della storia degli Stati Uniti, anche le condizioni socio-economiche che si presentano oggi, sembrano quelle favorevoli per attuare un vasto piano di riforme, soprattutto negli interessi delle fasce sociali più deboli. Ma chi sarebbero i promotori dei loro interessi? È innegabile che, rispetto al passato, il Partito Democratico, ancorato tradizionalmente ad un eccessivo centrismo, ha finalmente ricompreso al suo interno, sia in termini di rappresentanza che di proposta, una componente dichiaratamente socialista. Malgrado sia utopico scardinare l’apparato lobbista alla base delle sovrastrutture americane, soprattutto con un “democratico centrista” come Biden, vedere nel proprio governo la partecipazione di una corrente politica che rivendica la necessità del welfare state e quindi sostenitore dei diritti sociali, rappresenta già una significativa rottura col passato.

Poi, se proprio si volesse alzare un po’ più in alto l’asticella dell’ottimismo, si auspicherebbe che il neo-eletto governo promuova delle politiche che orientino a mettere in discussione il tratto spiccatamente individualista della società americana, perseguendo maggiormente la strada poco battuta del bene collettivo. Questa transizione sembra ancora un miraggio se si pensa che, nel frattempo, una pericolosa “corrente” qualunquista, bigotta, razzista, omofoba, misogina, antiecologica e divisiva, nota come “trumpismo”, ha iniziato a nidificare negli Stati Uniti e non solo. Inoltre, tornando al suo trascorso politico, Biden ha intereorizzato lo stesso approccio individualista, non essendo stato altro che l’espressione neoliberista e imperialista in salsa democratica. 

Insomma, rientrando nei cardini di una prospettiva più realistica, bisognerà comprendere se la nuova presidenza Biden/Harris avrà qualche carta da giocarsi nella partita di un flebile cambiamento. Quello che è certo è che ai democratici si presenta l’opportunità, e forse la necessità, di edificare un nuovo modello di Paese, il quale dovrà proiettarsi nell’immediato futuro, sotto una veste necessariamente almeno più equa e sostenibile. Con particolare riferimento all’ultimo punto, dopo le note negligenze trumpiane, gli Stati Uniti diventeranno un attore fondamentale nel contrasto ai cambiamenti climatici. È assodato però che le riforme annunciate da Biden sul tema, prima fra tutte il rientro negli accordi di Parigi, non basteranno da sole senza un differente approccio del cittadino americano medio.

Non a caso, come illustrano i dati dello scorso anno del progetto EDGAR (Emissions Database for Global Atmospheric Research), facente capo alla Commissione Europea, le impronte di CO2 dello statunitense medio arrivano a 15,2 tonnellate all’anno. Viceversa, quelle di un bengalese sfiorano lo 0,6, mentre il cittadino medio globale produce tra le 4 e le 5 tonnellate. In altre parole, se avessimo le esigenze dei bengalesi, per la popolazione globale potrebbe essere sufficiente una porzione di terreno grande come l’Asia; se invece prediligessimo lo stile di vita americano, un numero quattro volte maggiore a quel territorio non basterebbe. Nell’ambito del consumo di carne industriale, notoriamente tra le cause di maggiore impatto sull’emissione di CO2, si stima che il 99% delle carni consumate negli Stati Uniti provenga dagli allevamenti intensivi, e che gli americani consumino in media il doppio del fabbisogno di proteine animali raccomandato.

In sostanza, numerose sfide attendono la società statunitense nel suo complesso. Il nuovo governo del presidente Biden saprà esprimerne il potenziale di cui si è discusso, oppure finirà per assecondarne le disfunzioni? Sarà realmente in grado di sfruttare questa opportunità unica dai tempi della Grande Depressione? Tra le volontà espresse all’indomani della sua vittoria, Biden ha dichiarato che «[…] per gli Stati Uniti si apre la fase della guarigione». Ma sarà davvero possibile guarire l’incancrenito e discutibile modello sociale americano? Dobbiamo invidiare l’anno zero americano in quanto occasione concreta per ripensare la società in un’altra ottica, oppure ci stiamo svegliando tardi? Nell’attesa di risposte, l’eterna disputa tra fiducia e pessimismo continua ad oltranza.

Gianmarco Santo

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