C'era una volta il Natale, poi giunse a Betlemme il Capitale
Banksy, La Cicatrice di Betlemme

Auguri di buon Natale e di felice anno nuovo! Era questo che aspettavate di leggere, no? Quello che l’etichetta prevede e il galateo concede. E allora meglio togliersi subito il pensiero: il protocollo è rispettato, il formalismo è assolto, un futuro senz’altro migliore si accinge a sorgere coi nuovi calendari appesi ai muri. E a proposito di muri, ho trovato il presepe di Banksy particolarmente adatto alle circostanze. La Natività banksyana è una lugubre cartolina di commiato al 2019 e nella sua poetica figurativa c’è tutto il necessario per celebrare l’anno che si conclude: il cemento che tronca e separa, i fori dei proiettili che diventano grotteschi spiragli di redenzione, la frugalità di una rivelazione essenziale e rivoluzionaria, quella del Bambin Gesù che viene al mondo per prostrarsi a un Dio più alto, ineffabile, ingannevole: il Capitale.

“La cicatrice di Betlemme” è la sutura che sgretola, invece di consolidare, secoli e millenni di imposizioni retoriche e fideistiche ipocrisie. Una catarsi sociale, ancora prima che artistica, che ha il suono dello schiaffo sulla guancia: e il Signore, è risaputo, ci invita a porgere anche l’altra. Perché c’è un’altra storia da raccontare, un finale dall’esito diverso. C’era una volta il Natale, insomma. C’era una coppia di promessi sposi in fuga clandestina, una mangiatoia arredata di sterpaglie, il fiato umido di un bue e di un asinello a far da caminetto. C’era una cometa a incastonare il sentiero lassù in alto, il singhiozzo spezzato di un neonato, e i re proni nella polvere davanti alla solennità di una sacra indigenza. I potenti curvi nell’inchino per offrire conforto a chi poteva a stento permettersi una stalla: questo era il Natale prima che l’opportunismo capitalistico ne rovesciasse sottilmente la narrazione fino a renderlo il trionfo del Re sul bambino, del Capitale sulla morale.

Quello che raccontiamo oggi, e che Banksy ha allestito con la sua consueta nitidezza, è un Natale di clandestini torturati, bambini annegati, animali arsi vivi; un Natale di mortai sinistri preludi di altre croci, razzi che cascano come una pioggia di meteore a spezzare vite e desideri, paglie incendiate dalla combustione a sommarsi sulla cenere e sui bossoli e sui cadaveri. Quello che raccontiamo è irto di barriere e fili spinati: e alcuni pungono più di altri, perché non sono fatti di metallo ma di pregiudizi. È un Natale di odio per gli altri, i diversi, di distanze che non si assottigliano ma diventano siderali nel freddo cosmico dell’inverno. Un Natale in cui gli abeti sono sradicati via dal vento a causa della crisi climatica e sotto di essi, al posto dei regali, giacciono macerie e calcinacci di periferie che si sfaldano soppiantate dalla gentrificazione.

Un Natale che ha scordato come dignificare l’umiltà per trasformarsi in un’apologia del capitale, un inno al consumo, un lurido, frenetico Pride dello spreco e dell’ostentazione. E se buona parte di quella presunta cristianità, forgiata in due millenni di storia e tradizione, preferisce andare appresso a impuniti baciatori di rosari arrivando ad insultare il suo stesso Papa, così sia. Auguri, tanti auguri a tutti.

Dal Natale al Capitale
Fonte immagine: remocontro.it

Buon Natale a chi è pronto a difendere il presepe con le armi perché parte integrante della sua identità e poi si augura che ogni migrante venga ricacciato indietro. Fosse stato per voi, quel bambino che oggi accogliete con venerazione sarebbe finito sgozzato dalla lama di Erode: tanto per vostra conoscenza. Buon Natale a chi rifiuta il confronto con le altre religioni perché sarebbero latrici di messaggi sanguinari. Il vostro testo sacro narra il diluvio universale, l’eccidio di Sodoma e Gomorra, le dieci piaghe d’Egitto, ma si tratta di allegorie che necessitano di comprensione, non di critica aprioristica. Buon Natale a chi si inginocchia davanti ad una statua e resta in piedi di fronte al fratello bisognoso. Se il vostro paradiso esiste siete fortunati, poiché le persone a cui avete rinnegato aiuto ne faranno parte. Buon Natale, quasi dimenticavo, anche a chi invoca gioia, pace e serenità per un giorno solo all’anno e lascia il senso di solidarietà nel piatto come un avanzo da gettare via. Chi replica agli auguri lo fa solo per educazione e non certo perché gliene freghi nulla: qualcuno ve lo doveva pur dire.

Eccola qui l’umanità ecclesiasticamente atrofizzata nello spirito da un Dio impostore chiamato Capitale, l’umanità regretta che celebra la morte e innalza vessilli di potere discordante, che elogia i Donald Trump, i Boris Johnson, i Jair Bolsonaro del pianeta, quella plagiata dalle guerre di concetto, dall’imperialismo predatorio, dal patriarcato fallocentrico, dall’estrattivismo impune. Un’umanità tutt’altro che emancipata, ma resa schiava dal fanatismo del possesso, che ha finito per rendere il mondo la sua stessa tomba. E le natività moderne sono i presepi quotidiani a cui non prestiamo più alcun interesse. Non c’è preghiera per le stalle a forma di favela o di tenda in un campo profughi, per i buoi e gli asinelli forzati negli allevamenti intensivi, per chi fugge attraverso i deserti che il riscaldamento globale lascia dietro sé, per i magi precari che consegnano a domicilio ricchezze surrogate. È proprio qui che termina la storia: nell’indifferenza, nel silenzio rotto appena dal pianto di un bambino. Chissà da dove proviene, mi domando, chissà chi si prenderà cura di lui. Ma è bene che si sappia: di Natale – quello vero, intendo – ce n’è stato solo uno. Poi a Betlemme è arrivato il Capitale. E dovremmo fare in modo da festeggiarne la scomparsa, non l’apparizione.

Emanuele Tanzilli

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