Cronache da Samos, il campo attraverso gli occhi dei più vulnerabili

Immagina di essere alle partenze dell’aeroporto. Immagina di essere alle partenze dell’aeroporto a salutare una persona a te cara senza sapere per quanto tempo non potrai riabbracciarla, se mai la riabbraccerai. Sicuramente non ti risulterà complesso, avrai probabilmente già vissuto qualcosa di simile. Immagina ora di essere al porto di una piccola isola greca, Samos, ai confini con la Turchia. Tu, K., ragazzino di 16 anni, stai salutando R., il tuo fratellino di 10, perché è stato deciso che lui verrà trasferito sulla terraferma. Tu, no. Tu resterai sull’isola. Insieme ad altri 300 minori non accompagnati continuerai a vivere nell’hotspot in container freddi e sovrappopolati, senza gas, senza pasti caldi, senza poter accedere al sistema educativo greco, senza alcun tipo di supporto psicologico o materiale, mentre tuo fratello verrà trasferito in una “casa-famiglia” da qualche parte tra le montagne greche.

Penserai sicuramente che, lottando, per disperazione, ti lasceranno partire con il tuo fratellino, l’unica persona rimasta nella tua famiglia, con cui, dopo aver visto vostra mamma morire davanti ai vostri occhi, hai percorso montagne e mari dall’Afghanistan all’Europa. E invece no, diranno alle persone che per te hanno lottato a lungo che sull’isola è prassi separare fratelli, sorelle, figli e figlie. Quella che ai nostri occhi risulta follia disumana è invece abitudine procedurale. Dov’è l’umanità? Te lo chiederai e lo ripeterai alle porte d’Europa, dove il disumano incontra la disperazione.

Devi sapere che, una volta arrivato sull’isola, non sei altro che un numero di identificazione. Una volta arrivato sull’isola verrai identificato come un caso individuale e i tuoi fratelli, i tuoi compagni di vita, i tuoi compagni di viaggio, i tuoi familiari, non verranno associati alla tua procedura d’asilo. Una volta arrivato sull’isola, se mai avessi la fortuna di non arrivarci da solo, diventerai un numero primo.

R. e K., i due fratellini afgani, sono stati separati davvero. Due fratelli minori non accompagnati arrivati in Europa solamente con l’appoggio l’uno dell’altro sono stati separati da procedure disumane e disumanizzanti lo scorso gennaio a Samos, davanti agli occhi impotenti di chi per loro ha lottato per tenerli vicini, come ricorda Nicolò Govoni, co-fondatore dell’associazione Still I Rise, che sull’isola fornisce educazione informale agli adolescenti del campo (molti dei quali minori non accompagnati). Dopo la crudeltà della separazione di R. e K., Nicolò e i suoi colleghi hanno deciso di difendere legalmente i minori non accompagnati studenti di Mazì (dal greco “insieme”, si chiama così la scuola fondata da Still I Rise) assumendo un avvocato greco e iniziando dal caso di K. Non sono servite però azioni legali affinché i due fratelli venissero ricongiunti: un po’ di esposizione mediatica, e dopo varie settimane R. e K. si sono potuti riabbracciare.

Storie di separazioni non sempre a lieto fine e di addii forzati non sono le uniche cronache di disumanità sull’isola di Samos. “Un caso non raro che coinvolge i nostri studenti”, racconta Nicolò, “è quello di abuso fisico, psicologico e a volte sessuale. Anche quando denunciato alle autorità del campo (ovvero quelle persone incaricate di seguire i casi e farli arrivare alla procura) questi casi vengono ignorati. Ci sono casi di abusi che passano attraverso la nostra scuola, noi li riportiamo a chi dovrebbe occuparsene, ma poi non succede nulla”. Le parole di Nicolò raccolgono coraggiosamente tutta la verità che non può essere raccontata direttamente dalle vittime nel campo e l’audacia di chi non smette di lottare contro la disumanità commessa quotidianamente alle porte d’Europa.

Bolla di sicurezza dall’hotspot per centinaia di adolescenti che, nell’attesa di un riconoscimento legale, verrebbero altrimenti dimenticati nel degrado del campo, Mazì è molto più che un semplice rifugio a pochi minuti dall’inferno. Con workshop di ecologia e di protezione dall’abuso fisico, sessuale, psicologico ed emotivo, Mazì propone un’istruzione innovativa per i ragazzi sperduti nella distruzione di casa nostra e, con il progetto “Through Our Eyes”, li mette in dialogo con noi. Centinaia di scatti su Kodak usa e getta nati dalla sensibilità di Nicoletta Novara, l’insegnante di fotografia della scuola, e dal desiderio degli adolescenti di raccontarsi e raccontare, i click realizzati dai ragazzi rifugiati a Samos diventano la più preziosa e potente testimonianza di quello che ancora non vogliamo vedere. I loro occhi “ci mostrano cumuli di spazzatura attorno a container allagati dalle piogge, stanze sporche abbellite con qualche lucina colorata, i bagni comuni e la loro indecenza. Ci raccontano delle numerose proteste della popolazione rifugiata nei confronti della gestione del campo, del food no good, my friend e di donne in paziente attesa di una visita medica anche per quattordici ore”, spiega Nicoletta che, con il progetto da lei ideato, ci lascia una missione molto importante: sconfiggere la nostra indifferenza.

Attraverso i loro occhi, attraverso lo sguardo spontaneo e autentico dei ragazzi dimenticati ai confini d’Europa, veniamo esposti alla vita nel campo, all’adolescenza nell’attesa tra il mare e la terraferma, all’unione di disperazione e speranza. In questo dialogo con loro, possiamo scegliere di rimanere estranei. Possiamo decidere di essere noncuranti del degrado, delle violenze, della disumanità alle porte d’Europa pensando che, comunque, Samos non è che uno degli innumerevoli microcosmi in cui violenze e disumanità colpiscono ragazzi, bambini, donne e uomini. Oppure possiamo indignarci e farci portavoce della testimonianza diretta e forte attraverso i loro occhi, con la consapevolezza che, un giorno, non potremo più dire di non essere stati a conoscenza di cosa stesse accadendo alle porte di casa nostra. A noi la scelta, a noi la scelta di decidere che cosa racconteremo ai nostri nipoti quando ci chiederanno quale pagina di storia abbiamo scritto.

Ottavia Brussino

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