Il Regno Unito è di Boris Johnson. Ora sarà Brexit?
FOTO "The Telegraph"

Le elezioni per la Camera dei Comuni di qualche giorno fa sono andate come tutti prevedevano: Boris Johnson ha stravinto, ha schiacciato i suoi avversari e ha “firmato un contratto” che lo legherà alla guida del governo di Sua Maestà per almeno 5 anni. Non sarà diventato il re del mondo, come sognava fin da bambino, però, in cambio, ha tra le mani il destino dei più di 60 milioni di abitanti del Regno Unito. E questo voto, sarà, molto probabilmente, anche l’epilogo della vicenda Brexit.

I Conservatori hanno sbancato il botteghino, battendo nettamente la flebile concorrenza, e si avviano verso l‘inesorabile e, ormai quasi certa, uscita dall’UE. Dall’altro lato della barricata, Jeremy Corbyn e il Labour Party si leccano le ferite dopo aver tentato, senza successo, di fermare la scalata al potere di BoJo. Altro risultato da tenere in considerazione, però, è anche quello del Partito Nazionale Scozzese, il quale potrebbe creare più di qualche grattacapo alla nuova maggioranza. Sorprese anche in Irlanda del Nord. Zeru tituli invece per il Brexit Party di Nigel Farage, il quale ha preferito lasciare tutto ai conservatori. Infine, nonostante il buon risultato nazionale, LibDem non pervenuti.

La domanda, dopo queste elezioni appare lecita: ora sarà Brexit? Boris Johnson ha usato toni molto più concilianti nella prima conferenza post-voto. La sua volontà è quella di compattare il Paese e di sentire anche le istanze dei remainers i quali, comunque sia, sono effettivamente la maggioranza del Paese, cercando di costruire un dialogo con l’Europa per ottenere un’uscita indolore. Nel frattempo Boris Johnson si gode una vittoria che fino a qualche giorno prima era stata messa in dubbio da qualche sondaggio che ipotizzava un testa a testa con Jeremy Corbyn.

La valanga dei Conservatori

365 seggi su 650, con una maggioranza fissata a 326. Una vittoria schiacciante che dimostra come gli inglesi abbiano fiducia nelle capacità di Boris Johnson di guidare un Regno Unito pieno di incertezze. L’uomo forte, risoluto, senza paura non è solo una “moda” tutta italiana. Con 40 seggi al di sopra della maggioranza, la crescita dei conservatori è avvenuta a discapito dei laburisti. Infatti la vittoria è arrivata anche grazie a seggi in cui, fino al 2017, dominava incontrastato il Labour Party.

Ad esempio il seggio di Blyth Valley, nel nord d’Inghilterra, fino a poco tempo fa considerato una “roccaforte” dei laburisti, è passato ai Tory con il 42,7%. Un risultato che ha sconvolto addirittura la BBC. Altri esempi di questo tipo provengono da Workington e da Bishop Auckland, di proprietà laburista da oltre cento anni. Il “muro rosso” non esiste più. Un tempo la zona tra Londra e Newcastle era considerata la “più a sinistra” di tutto il paese; ma dopo il celeberrimo referendum sulla Brexit di tre anni fa, questi tradizionali allineamenti elettorali sono scomparsi, ovviamente a vantaggio dei Tory.

L’argomento chiave di questa tornata elettorale, considerata “storica”, è stato sicuramente quello della Brexit. Boris Johnson ha fortemente insistito, cercando in tutti i modi di indirizzare il dibattito in quella direzione. È stata una mossa che ha pagato in termini di consensi, anche perché oltre questa “priorità” il programma conservatore era sostanzialmente vuoto. I votanti hanno percepito qualsiasi altro tema come “non fondamentale” e hanno scelto in base alla loro volontà di restare o meno nell’Unione Europea. Fondamentale è stato anche l’aiuto di Farage, il quale ha preferito non schierare nessun candidato nei seggi dei conservatori: cercando di sottrarre, invece, voti ai Labour altrove.

Boris Johnson, in questa tornata, ha preferito apparire poco in pubblico, cerando di evitare i suoi tradizionali scivoloni, nel tentativo (riuscito) di apparire il più lucido e deciso possibile agli occhi dell’elettorato. Con alcune “chicche” che lo hanno reso ancora più empatico agli occhi degli elettori, come lo spot pro-Brexit ispirato a “Love Actually”. Una menzione la merita anche il messaggio che Boris Johnson ha voluto trasmettere: “Get Brexit done”. Semplice ma efficace.

Il tracollo Labour: tra una strategia sbagliata e una leadership traballante

Se Boris Johnson ride, Jeremy Corbyn piange. Il voto del Regno Unito ha sottolineato una decisa svolta a destra dell’elettorato britannico, che ha voltato le spalle ai laburisti anche e soprattutto nei collegi tradizionalmente nelle loro mani. Da 262 seggi delle elezioni del 2017, ai 202 dell’altro ieri. La sconfitta dei laburisti è stata netta, evidente, umiliante, soprattutto per il suo leader. La Brexit ha mietuto un’altra illustre vittima, dopo Theresa May: è la volta di Corbyn, il quale dopo la batosta ha annunciato le sue dimissioni.

Nel suo discorso, il segretario ha dichiarato che non guiderà più il partito in future elezioni, prefigurando un passo indietro dopo un periodo di riflessione. Alla base di questa sconfitta c’è, sicuramente, un grandissimo errore strategico: cercare di spostare l’attenzione dalla Brexit in una tornata elettorale sulla Brexit è stata una mossa a dir poco azzardata, che non ha pagato in termini di consensi. Il Paese è ancora fortemente diviso sul tema “Unione Europea”, e questo Corbyn lo sapeva. Il suo tentativo di parlare di “cose utili” e non “fumose” è stato percepito dall’elettorato come profonda insicurezza sul da farsi. Non ha aiutato, a questo proposito, l’indecisione sull’indire un secondo referendum o una “reverse Brexit”.

Un’altra causa della sconfitta del Labour Party riguarda direttamente il proprio leader. Jeremy Corbyn non gode di un’elevata popolarità tra gli inglesi, nonostante le sue idee e il suo programma siano stati spesso apprezzati. Gli inglesi lo ritengono “troppo estremo”, troppo radicale e portatore di un’idea di sinistra novecentesca. Gli anziani non gli perdonano l’aver appoggiato i repubblicani irlandesi e le idee antisemite di alcuni membri del partito, mentre i giovani lo acclamano (come dimostra la “mappa anagrafica” del voto).

Anche l’impossibilità di trovare un accordo con i LibDem prima del voto ha giocato a sfavore dei laburisti. Il tactical voting ha fallito e i liberal-democratici sono stati una costante spina nel fianco di Jeremy Corbyn e del suo partito. La buona crescita percentuale dei gialli, a fronte della debacle laburista, ha sottolineato come il voto utile, per sconfiggere i conservatori, si sia rivelato un fallimento. Questo avrebbe dovuto essere un’arma strategica importante per il fronte pro-UE, che invece si è rivelata inefficace se non controproducente. Per esempio, nel collegio di Kensington, la crescita dei Libdem ha portato alla sconfitta dei laburisti e alla vittoria dei conservatori per appena 150 voti.

“Il Regno Unito non più Unito”: il caso di Scozia e Irlanda

La grossa sorpresa di queste elezioni arriva dalla Scozia, dove l’SNP (Partito Nazionale Scozzese) ha ottenuto il 45% dei voti, aumentando i propri consensi dell’8% e arrivando a controllare 48 seggi, 13 in più rispetto al 2017. Il Primo Ministro scozzese Nicola Sturgeon, esponente proprio dell’SNP, ha spiegato che la sua volontà è quella di restare in Europa: quindi la Scozia chiederà un secondo e rinnovato referendum per l’indipendenza dal Regno Unito, dopo quello del 2014. Del resto, «La Scozia vuole un futuro diverso rispetto al Regno Unito».

Un’altra sorpresa viene dall’Irlanda del Nord. Per la prima volta nella sua storia i partiti Repubblicani, quelli che sostengono la riunificazione con l’Irlanda, hanno sconfitto i loro avversari, gli Unionisti. Il DUP, alleato dei Conservatori di Boris Johnson, ha perso due seggi, passando da 10 a 8, mentre i Sinn Fèin ha mantenuto i 7 seggi del 2017, a cui si sono aggiunti i due vinti dai Socialdemocratici. Il DUP ha pagato l’appoggio di Boris Johnson e soprattutto il suo nuovo accordo sulla Brexit, il quale praticamente impone dei controlli doganali nel Mar d’Irlanda rompendo di fatto l’integrità territoriale del Regno Unito. Per questo motivo, la vittoria dei Repubblicani assume un’importanza doppia.

Con la Scozia e l’Irlanda del Nord in procinto di sconfessare la straripante vittoria di Boris Johnson, il Regno Unito si avvia verso la fine della sua permanenza nell’Unione Europea. L’identità inglese esce molto rafforzata da questo voto, quella “British” un pò meno. La Scozia e l’Irlanda del Nord potrebbero prefigurare un “caso catalano” per un Regno Unito che, dal 31 gennaio, verrà abbandonato al suo destino. Non sarà un solo accordo commerciale a salvare “capra e cavoli”, soprattutto se il progetto è quello di rendere l’intera isola la “Singapore d’Europa”. Se poi Trump non dovesse essere riconfermato, ecco che “l’orizzonte si farebbe ancora più oscuro…”.

Donatello D’Andrea

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