Cile
Credit: Sky Tg 24

Per il Cile sembra finalmente giunto il momento di affrancarsi dai residui del regime autoritario di Pinochet. Il 15 e il 16 maggio si sono svolte le elezioni per eleggere i nuovi governatori locali e soprattutto per scegliere i membri dell’assemblea che dovranno scrivere la nuova Carta costituzionale. La coalizione di sinistra moderata e radicale, rappresentata rispettivamente dal Concertacion e dal Frente ampio/Pc, ottiene due terzi dei seggi. Debacle della destra tradizionalista, formata dai “pinochetisti” e dal presidente Piñera, che non riesce ad ottenere neanche un terzo dei seggi, che gli avrebbe consentito di porre il veto alla riscrittura della costituzione. Avrà così ben poca influenza sul nuovo processo costituente.

Tutto era cominciato con le proteste del 2019 (in era pre-covid per intenderci). Il malcontento della popolazione del Cile, vessata dai bassi salari a fronte di un aumento del costo della vita, è infine esploso ad ottobre.

Ma le radici del malcontento popolare sono da rintracciare negli ultimi trent’anni di storia del paese. Dal settembre 1973 – quando con un colpo di Stato, eterodiretto dagli Stati Uniti, viene rovesciato il governo democraticamente eletto presieduto da Salvador Allende e sale al potere una giunta militare guidata dal generale Augusto Pinochet – si tenta il primo esperimento neoliberista. Perciò, in quegli anni si assiste a uno smantellamento del Welfare e si procede con un’onda lunga di privatizzazioni. Il Cile viene considerato una Zona economica speciale (Zes), nel quale confluiscono i capitali nordamericani.

Casus belli. La miccia esplode in ottobre 2020 a causa dell’aumento del prezzo del biglietto della metro. Non si contano gli atti violenti, gli abusi perpetrati dalla polizia per reprimere le manifestazioni che dilagano in tutto il Cile. La protesta inevitabilmente si espande e finisce per coinvolgere un’ampia fascia della popolazione. Il 25 ottobre viene indetto un referendum per divellere la Costituzione scritta durante la dittatura di Pinochet. La maggioranza dei cileni ha votato per abrogarla (il 78 per cento). Un altro referendum, dopo quello che nel 1988 porta all’esclusione di Pinochet dal governo, ridà fiato a un paese a lungo stremato dalle politiche neoliberiste e dalle misure repressive, adottate dall’apparato militare e dalla polizia, che perdurano ancora oggi.

Nell’importante regione di Valparaiso vince un candidato del Frente Amplio, Rodrigo Mundaca. A Santiago del Cile – città nella quale quasi cinquant’anni fa venne preso d’assalto dai golpisti guidati da Pinochet il palazzo presidenziale, La Moneda – vince il partito comunista. Quasi uno smacco per la destra più retriva. La nuova sindaca è Iraci Hassler, 30 anni, comunista e femminista, che sconfigge il presidente uscente Felipe Alessandri. È lei che irradia di una luce progressista la capitale, simbolo di un Cile che si vuole gettare alle spalle un passato e un presente contrassegnato dalla reazione e dalla cieca fedeltà al libero mercato.

Non si tratta di una palingenesi ma è pur sempre un segnale positivo per il popolo cileno. A maggior ragione se si considera che circa la metà dei candidati sono donne (77) e vi sono anche 17 rappresentanti dei popoli indigeni (fra cui anche i Mapuche, il popolo indigeno più numeroso del Sud America). Un risultato straordinario per un paese ancora fortemente maschilista e ostile nei confronti delle minoranze etniche. L’attuale costituzione non riconosce i diritti ai popoli nativi, anzi questi non sono neanche menzionati. Il voto assume un’importanza decisiva anche in vista delle presidenziali che si terranno a novembre, prima del varo della costituzione.

Unica nota stonata è l’alta percentuale di astensione che sta ad indicare un malessere diffuso che ancora nessun partito è riuscito a incanalare. Inoltre, molti dei 155 candidati eletti che formeranno l’assemblea costituente si sono presentati alle elezioni da indipendenti. Segnale questo di una delegittimazione della politica tout court.

Greenpeace

Laureato in giornalismo, vorrei fare della scrittura il mio mestiere. Sono interessato all’attualità e al mondo della cultura. Più in generale, guardo con favore a un giornalismo attento alle tematiche sociali e politiche. Ritengo che questo mestiere consista, dicendolo con Pasolini, nel “gettare il nostro corpo nella lotta”.

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