Reddito di base universale: la Germania lancia il suo esperimento
Fonte: The New Yorker

Il reddito di base universale (RBU) è di nuovo al centro di un dibattito politico innescato dalla crisi economica indotta dalla pandemia. Se nel mondo si moltiplicano le misure dei Governi per cercare di compensare i redditi dei settori sociali più vulnerabili, in Germania è stato lanciato un progetto di RBU che potrebbe mettere al vaglio nuove possibilità, ponendo in discussione non solo i modelli economici egemoni, ma anche la relazione tra condizione umana, lavoro e denaro.

Il progetto pilota in Germania

In Germania è stato annunciato uno studio triennale sul reddito di base universale sotto la direzione dell”Istituto Tedesco per la Ricerca Economica” e della start-up Mein Grundeinkommen. Il Progetto pilota prevede di trasferire mensilmente sui conti correnti di 120 persone circa 1.200 € per tre anni. L’esperienza dei beneficiari sarà paragonata a quella di altre 1.380 che invece non riceveranno il RBU, in modo da confrontare i risultati dell’esperimento.

L”Istituto Tedesco per la Ricerca Economica” aveva già sondato il campo del reddito di base universale: nel 2014 ha infatti organizzato attraverso il crowdfunding una lotteria ai cui vincitori è stata assegnata una somma di circa 1.000 € al mese per un anno. Secondo i risultati, l’80% dei beneficiari ha dichiarato di essere diventato meno ansioso, più della metà ha potuto proseguire con la propria istruzione e il 35% ha affermato di sentirsi più motivato al lavoro.

Obiettivo del nuovo studio in Germania è quello di migliorare la qualità del dibattito sul reddito di base universale, spesso costellato di luoghi comuni e falsità: come ha dichiarato Jürgen Schupp, a capo dell’esperimento, «il dibattito sul reddito di base è stato finora come un salone filosofico nei momenti buoni e una guerra di fede nei momenti difficili». Un dibattito che ha bisogno di dati empirici per essere qualitativamente migliore, come abbiamo avuto modo di vedere in Italia con il Reddito di Cittadinanza, bollato come assistenzialismo quando a conti fatti non è neanche un reddito di base, ma un reddito minimo condizionato alla formazione e al reinserimento lavorativo, che ora, in tempi di pandemia, andrebbe potenziato.

Il reddito di base, una famiglia di idee con una lunga storia e tanti esperimenti

Il reddito di base universale, ossia un reddito erogato dal governo a tutti i cittadini indipendentemente dal loro, dal patrimonio o dalla condizione lavorativa, garantirebbe una nuova forma di libertà, quella libertà dalla necessità di avere un lavoro per vivere. Questa idea radicale e affascinante non è mai stata messa in pratica effettivamente, sia per gli elevati costi per il bilancio pubblico, sia per una diffusa ostilità verso il pensiero di dare un reddito a chi non dà alla società alcun contributo direttamente sotto forma di lavoro. Chiamato in molti modi (reddito di base, dividendo sociale, imposta negativa sul reddito etc.) e nonostante le varie differenze, quella del reddito di base è in realtà «una famiglia di idee» con una storia secolare non priva di dilemmi.

I progetti di RBU sono numerosi, dai trasferimenti monetari in Brasile fino ai kibbutz delle comunità ebraiche. In Europa, prima dell’esperimento in Germania, lo studio più approfondito sul tema è stato in Finlandia, interrotto per fattori esterni. I risultati, pubblicati a maggio scorso, hanno evidenziato come un reddito di base aumenti il benessere mentale e finanziario dei beneficiari e, soprattutto per i più preoccupati per gli effetti negativi sulla produttività, non sembra avere effetti significativi sulla disoccupazione e in generale sulla volontà di cercare di un lavoro.

Un altro terreno di studio sui possibili effetti di un RBU è la Spagna, dove è stato varato un reddito minimo garantito fino a 1015 euro mensili per un potenziale di 2,3 milioni di persone beneficiarie. Pur non essendo un vero RBU, suscita grande interesse per la scala del programma, giacché i progetti pilota finora realizzati, tra cui quello in Germania, hanno coinvolto popolazioni assai più ridotte numericamente. Per avere una panoramica globale, una web-series passa in rassegna i programmi di reddito di base sparsi nel mondo: dal problema in Giappone del karoshi (morire di troppo lavoro) al progetto di redistribuzione dei proventi dei casinò tra i Cherokee. Dalla Gironda fino ai villaggi in Kenya, i progetti di reddito di base universale illustrano le idee che ambiziosamente cercano di reinventare il rapporto tra lavoro e denaro, dandosi «la possibilità di avere una vita dignitosa».

Un RBU nei paesi in via di sviluppo

Allontanandoci dalla Germania, anche nei paesi in via di sviluppo (PVS) si è tornati a parlare di reddito di base universale. La pandemia, oltre agli effetti economici immediati, avrà gravi conseguenze sullo sviluppo nei PVS, già in partenza in difficoltà nel fronteggiare efficacemente gli shock di sistema. In tempi di lockdown, si è stimato che l’80% dei lavoratori nei PVS possiede un’occupazione che non può svolgere da casa, e sono conseguentemente impossibilitati a lavorare in quarantena. Non solo, ma il 70% dei lavoratori è occupato nel settore informale, senza alcuna protezione sociale. Si verifica così una situazione per la quale la pandemia da coronavirus sta lasciando milioni di persone senza alcun tipo di reddito.

Reddito di base universale: la Germania lancia il suo esperimento
Fonte: The Guardian

Un recente paper del UNDP (Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo) ha calcolato quanto sarebbe alto il costo di un reddito di base di emergenza (Temporary Basic Income) erogato a tutte le persone sotto la soglia di povertà o a rischio di cadere al di sotto di essa (quasi tre miliardi di persone). Secondo i vari tipi di TBI considerati, il costo totale sarebbe relativamente moderato (dal 0,27% al 0,53% del PIL mensile complessivo dei PVS). Il reddito di base si rivela così una misura quanto mai urgente, equa e realizzabile, per mitigare gli effetti peggiori di una crisi esacerbata da disuguaglianze strutturali non adeguatamente affrontate finora.

È questo il caso dell’America Latina, dove nel 2020 la povertà aumenterà: di riflesso aumenteranno anche le disuguaglianze di reddito, colpendo maggiormente le donne, i lavoratori informali, le impiegate domestiche, i bambini e le popolazioni indigene e rurali. Così anche la “Commissione economica per l’America Latina e i Caraibi” (CEPAL) ha proposto un reddito di base di emergenza per sei mesi a tutta la popolazione in condizione di povertà nella regione (215 milioni di persone, il 34.7%). «Alla luce delle grandi lacune storiche che la pandemia ha aggravato, CEPAL ribadisce che è giunto il momento di attuare politiche universali, redistributive e solidali con un approccio basato sui diritti» ha dichiarato Alicia Bárcena, Segretaria Esecutiva della CEPAL.

Perché un reddito di base universale?

Il reddito di base universale, implicando un cambiamento radicale del modo di pensare il welfare, è tra gli esperimenti di politica sociale più ambiziosi e audaci della storia moderna. Renderlo economicamente sostenibile è il nodo più importante da risolvere, ma le proposte non mancano, spaziando dalla tassazione sulla ricchezza e ai super-ricchi fino a un’imposta sulle rendite finanziarie. Secondo i critici, con un RBU il lavoro non sarebbe più il perno su cui si fonda l’appartenenza alla comunità, e si lascerebbe alle spalle «il più efficiente strumento di mobilità sociale» della storia dell’umanità, disincentivando l’homo laborans e l’homo faber che sono connaturati in noi. In realtà, come numerosi studi hanno dimostrato, il reddito di base non sembra disincentivare il lavoro, piuttosto darebbe la libertà di affiancare all’occupazione altre attività, di realizzazione umana e di vita activa. I livelli di istruzione, di giustizia sociale e di uguaglianza di genere sono solo alcuni degli aspetti che sembrano trarre giovamento del RBU.

L’impatto maggiore del RBU riguarderebbe il sistema di welfare, di cui si paventa lo smantellamento a favore delle classi sociali più agiate. Se questi timori sono condivisibili, si dà però per scontato che l’attuale organizzazione del welfare funzioni perfettamente. Non solo: in un mercato del lavoro altamente flessibile, il reddito di base sarebbe un meccanismo di protezione sociale diverso da altri ammortizzatori ed un fattore di razionalizzazione e semplificazione del sistema welferistico, poiché darebbe a tutta la cittadinanza un pavimento di stabilità economica a cui si aggiungerebbe il reddito da lavoro, ottenuto questa volta con un maggiore potere negoziale.

Con la pandemia l’insicurezza e il precariato si sono diffusi tanto da denotare una condizione potenzialmente universale. Se questa crisi ci invita a ripensare l’economia, la globalizzazione e il capitalismo, sono necessarie soluzioni innovative. Il reddito di base universale, lungi dall’essere la panacea di tutti i mali, porta con sé il potenziale di scardinare la relazione tra denaro, lavoro e condizione umana, ed è sicuramente tra queste. Parliamone, dati alla mano e senza pregiudizi.

Augusto Heras

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