Il PD e la crisi di governo
Fonte immagine: thesocialpost.it

Il governo gialloverde sembra essere ad un punto di non ritorno. La Lega ha deciso, sfruttando come casus belli il voto sul TAV ma principalmente per calcoli elettorali, di far cadere il suo Governo, dapprima provando a far dimettere Conte e, dopo le resistenze di quest’ultimo, parlamentarizzando la crisi. Va detto che la crisi formalmente non è ancora iniziata, visto che Conte parlerà alle camere solo il 20 e il 21 agosto, e solo allora ne seguirebbe il voto di (s)fiducia; al tempo stesso sono già avvenute tappe importanti che rivelano come i partiti di maggioranza ed opposizione si stiano muovendo in uno scenario in continua evoluzione. In particolare sarebbe interessante riuscire a capire le strategie del PD, ovvero il partito che più dovrebbe rappresentare l’alternativa a questo Governo, probabilmente il più a destra della storia repubblicana. Come sempre, però, ci sono posizioni contrapposte. Facciamo ordine.

Il PD di Zingaretti 

Nicola Zingaretti, segretario del PD da marzo 2019

Se dovessimo riassumere con una parola il programma politico della nuova segreteria, sarebbe “unità”. Il segretario Zingaretti, da quando è stato eletto, ripete quella parola come un mantra, ed anche in occasione della crisi chiede al suo PD di restare unito senza se e senza ma; consapevole che solo con una convergenza non solo delle diverse anime del suo partito, ma di tutto il campo del centrosinistra (ipotizzando un’alleanza larga da +Europa ai Verdi e perché no anche alle diverse personalità del fu LeU) sarà possibile pensare di poter contrastare Salvini e tutto ciò rappresenta. La parola unità serve, però, anche a scacciare il rischio di una scissione dell’ala renziana sempre più insofferente rispetto alla linea, a loro dire, troppo soft e poco incisiva della nuova segreteria.

Il segretario sembra convintamente spingere per il ritorno alle urne con un ottimismo che parrebbe incauto, visto che gli ultimi sondaggi prima della pausa estiva davano il PD leggermente indietro rispetto al risultato delle europee (migliorando comunque in percentuale quello delle politiche, per quanto improprio sia il confronto tra due elezioni di portata differente). Al tempo stesso, si pone fermamente contro ogni possibilità di un governo (di scopo, del Presidente e chi più ne ha, più ne metta) con i grillini, coerente con la linea dettata all’inizio della sua segreteria, a dispetto della minoranza che gli additava il contrario; mossa che a parer suo favorirebbe troppo Salvini, che avrebbe buon gioco a parlare di inciucio tra due partiti che fino al giorno prima se ne dicevano di cotte e di crude.

Non bisogna escludere, però, anche un ragionamento puramente politico. Il nuovo segretario potrebbe voler andare ad elezioni anche semplicemente per portare le sue truppe in Parlamento; gli attuali deputati e senatori del PD sono in gran parte renziani e hanno mantenuto una certa fedeltà al vecchio leader, non permettendo a Zingaretti di poter incidere direttamente in Parlamento.

Renzi di nuovo in campo?

Matteo Renzi, ex segretario del PD

L’ex segretario, che come detto controlla buona parte delle truppe parlamentari PD, ha invece una posizione diametralmente opposta. Le elezioni sono un’opzione da escludere in quanto il nuovo governo (visti i tempi ristretti per organizzare il voto) rischia di non avere tempo per discutere ed approvare la manovra entro il 31 dicembre, entrando in esercizio provvisorio e facendo scattare di conseguenza il temuto aumento dell’IVA che metterebbe in ginocchio consumi e crescita.

Quindi, che alternativa alla crisi? Renzi, senza nasconderlo ormai troppo, sta cercando di spingere il M5S e il suo segretario verso la via di un governo istituzionale, che approvi almeno la legge di bilancio (o perché no, anche di legislatura), ponendosi come player principale del nuovo accordo. Questa mossa sembrerebbe una chiara volontà di tornare protagonista nell’arena politica, dopo mesi di insofferenza verso la nuova segreteria di un partito in cui non si riconosce più. Tanto che alcuni ipotizzano che se questo nuovo accordo non andrà in porto, Renzi e i suoi sono pronti a costituire (magari dopo la Leopolda in autunno) un nuovo partito centrista.

Insomma, come sempre nel PD non esiste un’unica linea: tante sono le posizioni e le personalità che si contrappongono in un partito costantemente diviso, che difficilmente sembra avere le idee chiare. Gli ultimi sviluppi sembrerebbero portare, però, verso la soluzione renziana della crisi mentre Zingaretti cautamente comincia a non escludere la possibilità. Un possibile spartiacque c’è già stato il 12 agosto in Senato, quando cinquestelle e PD insieme hanno respinto con 161 voti contrari (il numero minimo per avere la maggioranza in Senato) la proposta della Lega di mettere subito in calendario la sfiducia a Conte.

Questo voto potrebbe rappresentare il principio di un possibile accordo (magari di lunga durata), che in questo momento sembra intimorire Salvini, non più così convinto di risolvere in breve la crisi e passare all’incasso nelle urne. La situazione in questo momento è di puro stallo, con i 5S che rimangono alla finestra, da un lato escludendo nuovi accordi con Salvini e dall’altro attendendo le mosse del PD che potrebbero cambiare le sorti di questa legislatura. Una sorta di pace prima della tempesta, nell’attesa di una resa dei conti che non tarderà ad arrivare.

Davide Iannaccone

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