parlamento donne

Un’indagine di OpenPolis mette in luce la composizione del nuovo Parlamento: mai così tante donne, mai un’età media così bassa. Inoltre, l’exploit del Movimento Cinque Stelle fa crollare il numero di politici di lungo corso. Un insieme di coincidenze o un cambiamento sistematico?

Le prime settimane post-elettorali sono state caratterizzate da interminabili analisi su ipotetiche formazioni di governo e accordi ad hoc tra questo e quel partito per le presidenze di Camera e Senato. Ma prima di addentrarci ulteriormente nei giochi di Palazzo fermiamoci a capire da chi è formato, quel Palazzo. Uomini e donne, giovani e meno giovani: chi è entrato il 4 marzo in Parlamento?

Innanzitutto, le nuove stanze del potere sono le più giovani dell’intera storia repubblicana. Alla Camera l’età media è di 44,33 anni (prima volta sotto il muro dei 45 anni), mentre al Senato è di 52,12 anni. Non si tratta del punto di arrivo di un lento processo di ringiovanimento, perché tra 2006 e 2013 abbiamo avuto il Palazzo Montecitorio più “anziano” di sempre, ma di un cambiamento netto e difficilmente prevedibile in questi termini.

Il Movimento Cinque Stelle traina il ringiovanimento in entrambi i rami del Parlamento, con un’età media di 38,5 anni alla Camera e 50 anni al Senato. Campioni di anzianità a Palazzo Madama e Montecitorio sono invece rispettivamente Liberi e Uguali (58,75 anni) e Forza Italia, i cui deputati superano addirittura per età i senatori pentastellati.

Ma la rivoluzione dei nomi portata in Parlamento dal Movimento Cinque Stelle non è un mero dato anagrafico. Il primo partito italiano guida anche, insieme alla Lega, il trend positivo di un massiccio ricambio parlamentare (65%): quasi due terzi dei parlamentari eletti non hanno fatto parte della scorsa legislatura. Una percentuale così alta non si registrava dal passaggio dalla I alla II legislatura.

La Lega di Salvini ha cambiato oltre l’80% dei suoi rappresentanti in Parlamento. Nel centrosinistra, invece, troviamo i due politici con più legislature alle spalle: Pierferdinando Casini (9) ed Emma Bonino (8).

Ma Lega e Cinque Stelle sono molto diversi per quanto riguarda un’altra questione piuttosto rilevante: l’esperienza politica passata. Se il 65% dei parlamentari grillini non ha mai ricoperto incarichi politici, il numero crolla per quanto riguarda il Carroccio: più di tre deputati su quattro e cinque senatori su sei hanno già un passato istituzionale alle spalle.

Questo dato è facilmente correlabile a un tema forte della propaganda antigrillina che ha carsicamente caratterizzato la comunicazione leghista: l’onestà non basta, ci vuole esperienza. Ma come può portare quest’esperienza in Parlamento il partito con il più alto tasso di ricambio parlamentare? Semplice, i parlamentari leghisti non vengono dal Parlamento, ma da esperienze di governo locale. In particolare, il 40% dei deputati e il 30% dei senatori leghisti hanno rivestito ruoli amministrativi a livello comunale, in controtendenza con il dato generale (10%).

Un altro dato record della XVIII legislatura riguarda la percentuale di donne che siederanno nel prossimo Parlamento: 34%, mai così alta nella storia repubblicana. Insomma, la politica non è più «l’ultimo club di maschi e per maschi», come disse una volta il giornalista della Rai Roberto Olla.

Ma non per tutti c’è da gioire. Innanzitutto, le donne rappresentavano non il 34%, ma il 45% dei candidati; inoltre, un terzo di elette sembra un valore poco rappresentativo di un Paese a maggioranza femminile. Ma le voci critiche riguardano soprattutto il rapporto tra la candidatura delle donne in Parlamento e la legge elettorale. Insomma, quote rosa o rosatellum?

La legge elettorale ha affrontato di petto il problema della presenza femminile in Parlamento: soglia massima del 60% di candidature per entrambi i generi – valida sia all’uninominale che per i capilista del plurinominale – e obbligo di alternanza uomo/donna nel listino proporzionale.

Ma fatta la legge, trovato l’inganno. Queste misure, infatti, non riguardano i parlamentari ma gli aspiranti tali, quindi secondo i più maliziosi sono state facilmente eluse. Da un lato, per un partito è facile collocare dall’alto uomini e donne a piacimento tra collegi sicuri e già persi in partenza. Dall’altro, basta una pluricandidatura vincente di una donna al plurinominale per obbligarla a scegliere uno tra i collegi vinti e lasciare che negli altri sia sostituita dal secondo candidato del listino proporzionale, necessariamente un uomo per l’obbligo di alternanza.

Particolarmente duro su questo tema l’ex tesoriere diessino e senatore del PD (non ricandidato) Ugo Sposetti, che in un’intervista al Corriere afferma a proposito dei dirigenti del partito che «si erano accorti di non avere un numero sufficiente di donne nelle liste e le hanno inzeppate di pluricandidature della Boschi, della De Giorgi». Ovvio, si tratta di una presa di posizione probabilmente non scevra da questioni personali, ma proprio per questo sintomatica se non altro della strumentalità che ancora caratterizza il tema della presenza femminile in Parlamento nel dibattito pubblico.

Ma tutti questi numeri e percentuali servono a poco se manca la capacità di inquadrarli correttamente. Per esempio, il bassissimo tasso di ricambio parlamentare del Partito Democratico e di Liberi e Uguali è strettamente correlato non tanto – o perlomeno, per non deludere le male lingue, non solo – a un attaccamento alla poltrona di questo o quel politico di lungo corso, ma soprattutto al crollo elettorale del centrosinistra. Allo stesso modo sarebbe stato difficile immaginare una rivoluzione nei parlamentari leghisti se Salvini non avesse portato il partito a un exploit incredibile soprattutto se paragonato ai risultati della Lega nel 2013.

Manca però un numero, un dato, forse il più importante. Quanto durerà la XVIII legislatura? Cinque anni? Tre anni? Un anno? Poche settimane di trattative fallite per formare un governo prima di tornare al voto? Oppure giusto il tempo di un governo di scopo fatto proprio per tornare al voto? Ed ecco che il cerchio si chiude e per capirci qualcosa dobbiamo tornare alle congetture puramente ipotetiche lasciate da parte all’inizio dell’articolo. Perché alla fine aveva ragione Bismarck: la politica è l’arte del possibile.

Davide Saracino

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