Conte si gioca credibilità e futuro politico sul Dpcm di Natale
Fonte: today.it

L’espressione di uso comune “non arriva a mangiare il panettone” si è spesso adoperata in riferimento alla cronica instabilità degli esecutivi in Italia. Una metafora immediata, che aderisce perfettamente al clima di tensione di questa surreale e continua quasi-crisi di governo tra pandemia, MES e recovery fund. Del resto lo si può constatare con minimo di fiuto politico, anche senza consultare rilevazioni demoscopiche scrupolose e raffinate: il consenso popolare del primo ministro Giuseppe Conte sembra aver intrapreso una spirale discendente, e gli alleati che reggono la sua maggioranza, a cominciare da Renzi, sono in subbuglio. In questo contesto, la travagliata elaborazione del Dpcm di Natale aveva l’aria di costituire l’ultimo atto per la credibilità personale e politica di Conte.

Il tenore delle misure adottate è cruciale innanzitutto per prevenire il contagio e per gestire la successiva ripartenza del paese, ma anche per gli orizzonti politici di questa legislatura, indirizzando il governo giallo-rosso ad una lenta agonia oppure ad una fase di rilancio. La cartina di tornasole delle contraddizioni politiche della fragile maggioranza che esprime l’esecutivo e le disfunzioni sistemiche coincide stavolta letteralmente con il calendario dell’avvento. Com’è andata a finire?

Auguri di (in)felice Dpcm di Natale

A seguito di svariati e inconcludenti consigli dei ministri susseguitisi senza soluzione di continuità in una settimana di discussioni serrate, l’esecutivo è riuscito nell’impresa di portare alla luce il Dpcm di Natale. La montagna della seconda ondata, con migliaia di contagi e di ricoveri in terapia intensiva e centinaia di decessi ogni giorno, ha però partorito un topolino, e si è trattato di una gestazione particolarmente faticosa. Logorato dai veti incrociati di Italia Viva in fibrillazione e del MoVimento 5 Stelle in perenne crisi interna, Conte ha continuato a fare equilibrismo, stretto nella morsa tra il rigorismo più o meno temperato di svariati ministri e dei pareri del Comitato Tecnico-Scientifico, che propugna(va) per una chiusura totale, e il moderatismo della linea morbida, dettato dal confronto con le categorie sociali e i redditi più colpiti dalle restrizioni e dalle pressioni opportunistiche dell’opposizione.

Tra regole e deroghe ancora da precisare fino alle ultime ore della giornata di venerdì scorso, l’ipotesi di un lockdown di Natale a metà si è fatto strada fino a concretizzarsi. Le prescrizioni della zona rossa sarebbero così valide solo per i giorni festivi e prefestivi, a partire dal 24 dicembre, con una breve parentesi di sfumature di giallo o arancione nell’interregno tra il 28 e 30 dello stesso mese e il 4 gennaio. Una sorta di sudoku a giorni alterni, che lascia socchiusa la porta della socialità, facendo venir meno la continuità dell’isolamento anti-contagio in modo difficilmente comprensibile. La possibilità di visitare amici e parenti durante le feste, seppur limitata a due persone all’interno del proprio circondario, e di consentire la frequentazione di bar e ristoranti per altri quattro giorni pre-natalizi, rischia di vanificare ogni sforzo. Lo dimostrano, del resto, i conseguenti grandi assembramenti tenutisi nelle principali città italiane. Probabilmente, il tempo del valzer dei colori si era esaurito, ma non si è trovata la forza politica di superarlo.

Come ribadito da Galli e Ricciardi del CTS, quello del Dpcm di Natale è un compromesso di mediazione positivo, ma decisamente tardivo e non in linea con la celerità degli altri paesi europei, che inoltre hanno imposto restrizioni più stringenti e in un arco di tempo ben più esteso (in Germania è già lockdown duro, e lo sarà fino alla fine delle festività). Va sottolineato inoltre che l’incertezza si è protratta fino alle porte del Natale, facendo trascorrere giornate cruciali, precipitando nell’indeterminatezza il paese e scoprendo il ventre molle a critiche tanto legittime quanto pretestuose. Si possono estendere queste considerazioni a tutta la gestione “ottimistica” della seconda ondata, segnata da scarsa programmazione, ritardi e timidezza e indecisione riguardo ai provvedimenti restrittivi, peraltro spesso non corrisposti dalla tempestività nell’erogazione delle misure di sostegno socio-economico.

Il Dpcm di Natale, e soprattutto la sua lunga attesa, certifica in questo senso tutti i limiti dell’azione di governo e di chi lo guida. Negli ultimi mesi l’autorità di Palazzo Chigi e la fiducia di Conte sono state erose non tanto per il merito delle misure (secondo una rilevazione di Ipsos il 66% dell’elettorato approva misure di lockdown restrittive e prolungate), quanto soprattutto a causa della mancata capacità di polso rispetto alle sfide che la pandemia ha rilanciato (il 63% dei rispondenti alla stessa rilevazione ritiene l’esecutivo ondivago e indeciso sulla strada da intraprendere). il Natale pandemico sarà l’ultimo del governo Conte-bis, in balia dell’indeterminatezza e sovrastato da voci fuori campo? Probabilmente no, anche grazie ad un pacchetto di misure capace, se non altro, di tenere unita la maggioranza e di garantire il minimo razionalmente concesso. Eppure, le conseguenze politiche a lungo termine non saranno meno gravose.

Conte, la politica che non decide genera mostri

Ritardi e indeterminatezza, dicevamo, non solo per il Dpcm di Natale. Diventa utile a questo punto domandarsi cosa continua a non funzionare nell’esperienza di governo a guida Conte. L’agibilità dell’esecutivo cede innanzitutto sotto il peso dell’eterogeneità della compagine politica che lo costituisce e fatica a trovare la sintesi. Il pregio più grande e il difetto più marcato del presidente del consiglio è infatti proprio l’abilità concertativa e di mediazione. Questo peculiare tratto personale, caratteriale prima che strategico, ha consentito a Conte di superare indenne un trapianto politico impensabile per qualunque altra figura dell’attuale panorama politico, godendosi ben due lune di miele con gli italiani.

Ciononostante, soprattutto nel contesto della tendenza polifonica dei centri delle decisioni pubbliche e del sovraccarico della sfera mediatica, il physique du rôle di mediatore si converte in zavorra pesante e ingombrante se piegata a logiche di pavidità oppure e se convive con la necessità contingente e continua di consenso. Del resto, Conte si trova a muoversi nel contesto di una società e di un sistema politico nella fase terminale della sua deriva populistica. Le mancanze del suo operato si iscrivono nel solco di una classe dirigente auto-distruttiva e disfunzionale, soffermata sull’orizzonte di breve periodo, che non riesce ad essere altro da sé neppure quando si discute della salute pubblica.

In queste crepe può insinuarsi e proliferare l’insidiosa retorica della destra populista di Salvini e Meloni tra negazionismo e delirio, il protagonismo esasperato dei presidenti di regione, la guerra tra virologi (o supposti tali), le pretese mortifere e produttivistiche di Confindustria e di parte del mondo imprenditoriale, il risuonare sguaiato e strumentale del grido “libertà” contro le chiusure. Un’esondazione di irresponsabilità, pochezza e cinismo resa possibile dai tentennamenti di Conte e del governo, che non hanno saputo porvi efficacemente argine, forse impauriti dalla sua impetuosa forza. La dissoluzione delle responsabilità decisionali nel comodo solvente della concertazione continua diventa causa e concausa di questa degenerazione, quella della politica dei sensi appannati: sorda, miope, insapore, insensibile al contatto con la realtà. Certamente non muta, nella sua perdurante implosione populistica e nell’iper-espansione social della comunicazione politica. La farraginosità dei processi istituzionali e decisionali è allo stesso tempo consequenziale e inevitabile.

Così, mentre si evocava la dittatura sanitaria, “lo scippo delle festività ai bambini” o il golpe bianco a suon di decreti, ci si impelagava invece nella palude dell’indecisione della Seconda Repubblica e mezzo, fresco conio di Michele Ainis, più evidente che mai con la genesi del Dpcm di Natale. Non si tratta di una problematica di assetto istituzionale o di debolezza intrinseca dell’esecutivo, e quindi di un ennesimo capitolo dello scontro tra riformismo centralista e status quo: quello dell’inefficacia e dell’inefficienza della classe dirigente è un male atavico del nostro paese, che non si cura semplicemente attraverso lo strumento della riforma costituzionale e la riconfigurazione dell’assetto dello stato, quanto piuttosto ribadendo la necessità non procrastinabile di una rinnovata cultura delle istituzioni, che riguardi tanto il senso di responsabilità della politica quanto quello degli elettori. Si tratta dell’unico cambiamento che costringerebbe a contraddistinguere autenticamente la qualità dell’operato di un esecutivo e ne favorirebbe l’audacia, al di là delle considerazioni specifiche e di merito sul destino dell’attuale governo e sulla figura di chi lo guida. Una rivoluzione silenziosa e a bassa intensità, ma saliente, che parte da noi, sempre complici della deriva involutiva tra inefficienza e semplificazione.

Nel frattempo, Le responsabilità politiche di Giuseppe Conte sono attenuate da alibi di sistema, ma solo in parte. La sua credibilità resiste, ma continua vistosamente a vacillare, anche presso l’elettorato che pure l’ha sostenuto. Il suo e il nostro futuro politico sono nebulosi. Sospeso tra le effimere speranze di “Miracolo sulla 34esima strada” e le recriminazioni risibili ma diffusa da “il Grinch”, tra compromesso ed equilibrismo, Conte non ha salvato né compromesso il Natale. Forse nessuno avrebbe potuto fare altrimenti. E questo è il cuore del problema.

Luigi Iannone

Classe '93, salernitano, cittadino del mondo. Laureato in "Scienze Politiche e Relazioni Internazionali" e "Comunicazione Pubblica, Sociale e Politica". Ateo, idealista e comunista convinto, da quando riesca a ricordare. Appassionato di politica e attualità, culture straniere, gastronomia, cinema, videogames, serie TV e musica. Curioso fino al midollo e quindi, naturalmente, tuttologo prestato alla scrittura.

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