recovery fund sud italia
Fonte immagine: coloridicalabria.it

Sono molte le attese per il piano nazionale di ripresa e resilienza, che dovrà definire come l’Italia ha intenzione di spendere i circa 209 miliardi di euro del recovery fund, il fondo di ripresa approntato in ambito UE per permettere ai paesi membri di uscire dalla crisi economica post-pandemia. Il presidente del consiglio Conte si è impegnato ad inviare il piano alla commissione europea, nelle sue linee essenziali, entro il 15 ottobre, quando il governo trasmetterà anche il Documento programmatico di bilancio. La bozza di linee guida del piano, inviate da Conte alle due camere il 15 settembre scorso per permetterne la discussione e l’approvazione prima della trasmissione all’esecutivo europeo, specifica le sei “missioni” che l’Italia si impegna a perseguire con il recovery fund. Digitalizzazione, rivoluzione green, istruzione e ricerca, sanità sono alcune delle aree di intervento. Ma le linee guida parlano anche di «riduzione dei gap infrastrutturale […] occupazionale, nonché nell’accesso ai servizi e beni pubblici, soprattutto fra Nord e Sud». In sostanza sembrano ri-assumere centralità politica la promozione dell’equità territoriale e l’irrisolta questione meridionale.

Tra recovery fund e Piano Sud 2030

Nelle bozze del piano è confermata l’attuazione del Piano Sud 2030, presentato nel febbraio scorso da Conte e divenuto parte integrante del Programma Nazionale di riforma (PNR). Il Piano prevede una destinazione esclusiva di risorse al Sud per circa 123 miliardi di euro, le cui percentuali più consistenti provengono dai fondi strutturali e di investimento europei (SIE) e dal Fondo nazionale di sviluppo e coesione 2021-2027. Fondi che quindi si aggiungono alla percentuale del recovery fund che verrà destinata al meridione.

L’intento dichiarato del Piano Sud pare essere la promozione di una nuova politica territoriale per il Mezzogiorno, che riduca il divario tra centro e periferie delle aree urbane e tra queste e le aree interne. Si parla di progetti di valorizzazione del patrimonio culturale, con la riqualificazione dei centri storici di alcune città meridionali (Napoli, Cosenza, Taranto, Palermo); della promozione del turismo sostenibile (c.d. percorsi di “mobilità lenta” e valorizzazione dei borghi dell’Appennino meridionale); di una maggior diffusione del digitale (anzitutto la banda larga) come strumento di inclusione delle aree interne.

Per parte sua il ministro per il Sud Giuseppe Provenzano, a margine di un recente incontro coi commissari europei all’economia Paolo Gentiloni, alla politica di coesione Elisa Ferreira, alla concorrenza Margrethe Vestager e al lavoro Nicolas Schmit, ha dichiarato che è necessario avanzare progetti seri e realistici. Una prima direttrice della ripresa del Sud sfruttando il recovery fund, proposta in sede europea, è la promozione della fiscalità di vantaggio per le imprese per incentivarle a delocalizzare nel Meridione.

Lo Stato deve tornare ad investire nel Sud

È stato sottolineato che per pensare ad una ripartenza dell’Italia nel complesso è fondamentale l’aumento della spesa pubblica al Sud. Secondo l’Associazione SVIMEZ, il cui presidente Luca Bianchi ha svolto un’audizione nell’ambito dell’approntamento delle linee guida del piano di resilienza, negli ultimi venti anni si è assistito ad un minor afflusso di risorse pubbliche al Sud. Infatti si è passati da 22,3 miliardi di euro nel 2000 a 10,3 nel 2018. Gli effetti si sono visti: l’accesso e la fruizione dei servizi essenziali per la popolazione meridionale continua ad essere ben al di sotto della media europea, ed il sistema produttivo nazionale non ne ha tratto benefici.

La proposta dell’istituto di ricerca è, anzitutto, quella di attivare la c.d. clausola del 34%, in base alla quale le amministrazioni statali dovrebbero destinare al Sud almeno tale percentuale della spesa pubblica complessiva, poiché proporzionale alla popolazione attualmente residente nel meridione. L’attuazione della clausola, prevista nel decreto Mezzogiorno del 2016, nei fatti non c’è ancora stata, complici gli squilibri politici del governo Lega-M5S.

Più investimenti al Sud, secondo la SVIMEZ, avrebbero un impatto benefico maggiore sul Pil italiano perché, andando a garantire un maggior tasso di occupazione, stimolano la popolazione al consumo. Questo, di riflesso, genererebbe un aumento di domanda di beni e servizi prodotti al Nord. In sostanza, investire di più al Sud è una miccia in grado di innescare un beneficio economico maggiore per l’intero territorio nazionale, paradossalmente proprio perché si andrebbe ad intervenire su aree depresse. In questo modo si attiverebbe un circuito virtuoso di ripresa in cui la circolazione della ricchezza gioverebbe anche alle regioni del centro-nord.

La SVIMEZ ha quindi invitato il governo a progettare una politica industriale che coinvolga attivamente il Sud, guardando ad esso come ad una “risorsa mediterranea“. Quello del recovery fund è un buon punto di partenza che l’associazione ha colto per lanciare alcune proposte. Fra queste, il potenziamento dell’indotto dei quattro sistemi portuali meridionali (Napoli, Bari, Taranto, Gioia Tauro), il raccordo delle ferrovie del versante adriatico meridionale all’alta velocità attualmente presente solo sul versante tirrenico, l’intervento sulle aree interne del Sud, ormai semi-abbandonate, organizzandole in Filiere territoriali logistiche (FTL), come accaduto nell’agro metapontino in Basilicata o nella Valle del Crati in Calabria.

Non solo pianificazione, ma anche monitoraggio: il rischio mafie

Ma oltre a buoni propositi e buone proposte è necessaria un attento monitoraggio sul dove andranno a finire i soldi del recovery fund. Specie in Italia, specie al Sud. Il fondo di ripresa è infatti un’occasione storica anche per le organizzazioni criminali, considerando la mole di soldi pubblici che sarà investita nell’economia. Il comandante generale della guardia di finanza Giuseppe Zafarana ha invitato all’allerta, ponendo l’accento sulla capacità di diversificazione degli investimenti da parte delle mafie durante la pandemia.

Zafarana ha preannunciato che la guardia di finanza, le Procure e le Prefetture, i cui uffici sono competenti al rilascio delle certificazioni anti-mafia per le imprese, faranno rete per fronteggiare eventuali infiltrazioni criminali nei settori dove verranno investiti i soldi del recovery fund. Per quanto riguarda il Piano Sud 2030, i fondi saranno gestiti a livello centrale, con l’istituzione di Comitati di indirizzo per ciascuna missione, proprio per evitare eccessive pressioni delle amministrazioni locali da parte delle mafie. Per lo stesso motivo è previsto un rafforzamento della cooperazione tra gestori centrali ed autorità sul territorio.

È ancora presto per individuare in concreto i progetti nei quali verranno impiegati i soldi del recovery fund. Durante l’approntamento delle linee guida per il piano di ripresa, tutti i ministeri hanno presentato oltre 550 proposte di intervento. Giuseppe Conte ha parlato di un «monitoraggio ad hoc» con una apposita struttura normativa nell’approntamento e realizzazione dei progetti che, si spera, coinvolgerà anche l’aspetto del rischio di infiltrazione criminale.

La partita è ancora tutta da giocare; per ora ci sono soltanto alcuni abbozzi di piano per la ripartenza dell’Italia e tutto dipenderà da come il governo predisporrà gli interventi. Stavolta e davvero, in gioco è la credibilità dell’Italia dinanzi all’Unione Europea, che si fa carico del finanziamento di più canali di ripresa. Il Sud pare essere visto come fattore imprescindibile di ripartenza dell’intero paese. E stavolta si spera che il risveglio, dopo un lunghissimo sonno, sia reale.

Raffaella Tallarico

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