Cos'è la sindrome NIMBY? Un capitolo inedito del conflitto ambientale
NIMBY! Fonte: sociologicamente.it

La sindrome NIMBY (acronimo di “not in my back yard”, “non nel mio cortile”) è sicuramente uno dei nodi principali del conflitto politico-sociale in relazione alle problematiche ecologiche. Si tratta di semplice reazione conservativa al progresso, oppure di salvaguardia di un modello di sviluppo più sostenibile? Inesorabilmente, la risposta sarà più articolata della domanda.

Sindrome NIMBY: una definizione, più o meno, neutrale

Coniata negli anni ’80 dall’American Nuclear Society, probabilmente con accezione spregiativa e derisoria, la sindrome NIMBY identifica l’opposizione dei membri di una data comunità locale, manifestata attraverso movimenti politici o di protesta, ad ospitare opere di interesse generale, di rilevanza pubblica o di profitto economico sul proprio territorio, per il timore, fondato o meno, di effetti negativi sulla propria residenza.

Inutile sottolinearlo, si tratta di una materia estremamente divisiva: se i teorici dello sviluppo progressivo e della cosiddetta shock economy sottolineano quanto la pervicacia della cultura NIMBY causino un’allocazione delle risorse fondata sull’emotività piuttosto che sulla razionalità, paralizzando la crescita economica e frenando gli investimenti, l’assunto di base di chi si protesta è invece che le grandi opere conducono alla devastazione ambientale, alla perdita di identità culturale, alla corruzione ed allo sperpero di risorse pubbliche. Motivazioni che spesso inaspriscono, legittimamente, il conflitto tra sviluppismo affarista ed irrazionale e comunità locali, depositarie solitamente di modelli socio-economici maggiormente ispirati alla sostenibilità.

Sindrome NIMBY
“Non qui”. “E allora dove?”.
Fonte: lapiazzamagazine.com

In entrambi i casi, si tratta di rappresentazioni semplicistiche che non raccontano appieno la realtà: innanzitutto, quando si parla di sindrome di NIMBY è necessario considerare anche la propensione all’egoismo sociale di talune comunità, secondo il quale ci si oppone alla realizzazione di un’opera pubblica sul proprio territorio ma non all’opera in sé, da un punto di vista ideale e sistemico, la quale deve essere semplicemente realizzata altrove: un pericolosa tendenza anti-politica, che finisce per intrecciarsi con la disgregazione del concetto di bene comune ampiamente inteso e con la reazione a qualsiasi forma di progresso.

D’altra parte, indubbiamente numerosi sono stati i disastri socio-ecologici connessi a grandi opere o progetti energetici, ed al cosiddetto PIMPY (“please in my back yard”, una sorta di contrappasso inverso): l’esempio più immediato, tra i tanti, è quello del fenomeno del fracking negli Stati Uniti.

Tutto ciò ha altrettanto dimostrato quanto spesso le popolazioni residenti, organizzate nei cosiddetti grass-roots movements, si sono rivelate le più attente alla tutela ambientale e paesaggistica, nonché più efficienti dal punto di vista della protezione sociale, rispetto alle autorità o alle imprese. Invece, soprattutto nel caso delle strutture olimpiche, anche i sospirati vantaggi occupazionali e le ricadute economiche sono state clamorosamente disattese.

Sindrome NIMBY, conflitto
Fonte: jeffreyhill.typepad.com

L’aspetto più preoccupante è quindi indiscutibilmente il fortissimo livello di ideologizzazione della materia in esame, che non si tiene conto dell’elemento davvero dirimente, ossia la desiderabilità sociale, economica ed ambientale.

Solitamente il conflitto tra NIMBY e Stato-capitale investitore si innesca a prescindere dalla destinazione dell’opera in questione, che spazia dall’installazione degli impianti per lo smaltimento dei rifiuti o di produzione di energia rinnovabile e dall’edilizia sociale (appartamenti, scuole, ospedali), alle strutture sportive, fino ai centri commerciali, alle facility industriali inquinanti, ai centri di stoccaggio delle scorie nucleari, ai gasdotti, alle grandi infrastrutture dei trasporti. In parole povere, queste tipologie di conflitto di rado tengono conto dei fatti, e ancora meno spesso si fonda su un dialogo costruttivo.

Il NIMBY in Italia, tra grandi opere facili e riconversione ecologica impossibile

Il “cortile” d’Italia è contemporaneamente molto affollato e molto litigioso, ed è per questo motivo che può presentarsi come caso di scuola per una riflessione più specifica sull’ideologismo in questione.

Da una parte, il bel paese pullula di movimenti contrari alle grandi opere: si possono citare i celeberrimi “No TAV”, ma anche i comitati No TAP, No Expo, No Triv, No MUOS, tutti annoverati precipitosamente tra i NIMBY. D’altra parte, la percentuale delle grandi opere incompiute o arenate nelle secche della lievitazione dei costi o del malaffare, o dagli esiti nefasti per ambiente e contribuenti è molto lunga: il Mose di Venezia, l’autostrada Bre.Be.Mi., ed anche, appunto, i controversi tunnel per la Torino-Lione e le infrastrutture per il gasdotto Trans Adriatic Pipeline.

Le conseguenze, nemmeno a dirlo, ricadono con una certa evidenza sulla qualità della prassi politica. C’è il “forse”, ovverosia la propensione tipicamente cerchiobottista a procrastinare le scelte in materia per equilibrio del consenso, descritta efficacemente da un altro acronimo: NIMTO, “not in my terms of office” ovvero “non durante il mio mandato” (dopodiché fate quello che vi pare). Ma soprattutto il “Si” ad ogni costo di un partito trasversale, legato alle lobby del cemento e alle logiche di un capitalismo all’italiana in crisi, tra sussidi pubblici e corporativismo.

conflitto
Manifestazione No-TAV. Fonte: torino.repubblica.it

Dall’altra un partito dei “No” a prescindere, che non ha rappresentanza politica, se non quella ondivaga del MoVimento 5 Stelle, ma una certa pervicacia sociale. No, non si intende puntare il dito contro i movimenti sopracitati, che hanno tutte le ragioni per essere, anche pregiudizialmente, critici e sospettosi verso i grandi investimenti, costringendo battaglie sacrosante contro trivelle e trafori nel calderone della sindrome NIMBY. Quanto piuttosto alle difficoltà incontrate dalla diffusione di uno sviluppo dell’economia circolare ed ecologicamente sostenibile.

Si tratta di un vero e proprio “NIMBY istituzionale ad hoc”, opportunistico o burocratico, che si concretizza nelle strumentalizzazioni (assai popolari) contro gli impianti di riciclaggio o di smaltimento dei rifiuti o contro gli impianti del fotovoltaico o dell’eolico, ma anche nei ritardi della legislazione nel favorire la riconversione energetica e ambientali (dai sussidi green alle semplificazioni burocratiche), mai una priorità, nemmeno del governo “giallo-rosso”.

Il motto potrebbe essere “che si costruisca senza limiti, o che non si costruisca affatto”: ci sarà una ragione se, contemporaneamente, il consumo di suolo del nostro paese è il più alto in Europa, e la rete dei trasporti pubblici è una delle più inefficienti.

Il conflitto ambientale non si riassume in un “no” o in un “si”

La sindrome NIMBY, con la sua carica anti-politica e anti-progressista, non è una condanna o una malattia incurabile. La soluzione, fuori dalla logica dei “si” e dei “no”, è la trattativa bilaterale, il consenso informato e il coinvolgimento delle comunità interessate dall’opera nel processo decisionale, per valutarne conseguenze, vantaggi e finalità.

Tuttavia, il NIMBY non può diventare stigma: il conflitto ambientale non può essere detronizzato, criminalizzato o ridicolizzato attraverso sue rappresentazioni farsesche o mediante contrapposizioni manichee, che non rendono giustizia alla complessità di una delle battaglie politiche fondamentali dei prossimi decenni. I movimenti e l’attivismo politico locale contro le grandi opere anti-ecologiche possono contribuire in modo inestimabile alla riconversione ambientale e al superamento del capitalismo predatorio, smascherando il greenwashing e combattendo il negazionismo climatico.

Il futuro dell’umanità non passa attraverso i gasdotti o i tunnel, malintesa scorciatoia verso il progresso, ma sicuramente attraverso la presenza nel cortile di chiunque di pannelli fotovoltaici e veicoli elettrici, assicurazione verso il futuro.

Luigi Iannone

Greenpeace

Luigi Iannone
Classe '93, salernitano, cittadino del mondo. Laureato in "Scienze Politiche e Relazioni Internazionali" e "Comunicazione Pubblica, Sociale e Politica". Ateo, idealista e comunista convinto, da quando riesca a ricordare. Appassionato di politica e attualità, culture straniere, gastronomia, cinema, videogames, serie TV e musica. Curioso fino al midollo e quindi, naturalmente, tuttologo prestato alla scrittura.

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