Sviluppo sostenibile e difesa ambientale: dalla teoria alle buone pratiche

Il nostro futuro comune

Con il rapporto “Our common future”, pubblicato nel 1987 dalla Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo, venne introdotto per la prima volta il concetto di sviluppo sostenibile, ovvero una crescita della società che sia in grado di assicurare «il soddisfacimento dei bisogni della generazione presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di realizzare i propri».

È però doveroso quanto triste far notare che dal 1987 a oggi tale nozione ha rappresentato nient’altro che l’ennesimo suggerimento da parte di un organo predisposto alla tutela ambientale e preso poco seriamente dai governi di tutto il mondo. Non solo, in questi 32 anni i dati scientifici riguardanti l’ambiente forniti da organizzazioni come l’Ipcc, la Fao, il Wwf, mostrano quanto le politiche fino ad ora messe in campo dai pubblici poteri abbiano rappresentato e stiano rappresentando l’ennesimo schiaffo alla natura.

Greta Thunberg, l’attivista sedicenne famosa in tutto il mondo per la sua protesta pacifica a favore dell’ambiente, ha espresso chiaramente questo concetto durante il suo memorabile discorso alla Cop24 tenutasi a Katowice.

«…Voi parlate solo di una infinita crescita “green”, perché avete paura di diventare impopolari. Parlate solo di andare avanti con le stesse idee sbagliate che ci hanno messo in questo casino, anche quando l’unica cosa sensata da fare è affrontare l’emergenza». Così l’eroina svedese si è rivolta a chi attualmente occupa gli scranni del potere. Parole che infondono fiducia in chi crede nel cambiamento di rotta utile a non compromettere il futuro delle nuove generazioni. Parole che generano polemiche da parte di chi evidentemente si sente chiamato in causa. Ma la storia, come quella della definizione di sviluppo sostenibile sopracitata, ci insegna che le parole, per quanto belle e potenti possano essere, sono soltanto parole.

Greta Thunberg, attivista svedese per la difesa ambientale

Non ci restano che i fatti, quindi. Bisogna innanzitutto rispondere alla domanda: come possiamo assicurare il soddisfacimento delle necessità del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare le proprie? Le soluzioni sono molteplici e possono trasformarsi in buone pratiche.

Progetti di sviluppo sostenibile

Secondo l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA) per “buona pratica” o “buona prassi” s’intende “… quell’azione, esportabile in altre realtà, che consenta ad una qualsiasi amministrazione locale o comunità di intraprendere un percorso verso la sostenibilità, intesa come fattore essenziale di sviluppo” che soddisfi appunto il concetto di sviluppo sostenibile di cui sopra.

Una buona prassi ha la necessità di rispondere a diversi requisiti generali. Anzitutto il progetto proposto deve essere facilmente esportabile e ripetibile in altre realtà locali, come già detto, e coerente con gli obiettivi di qualità e target adottati in ambito nazionale e internazionale.  Tra i criteri di ammissibilità il progetto deve avere in programma l’attuazione di almeno un obiettivo per ogni categoria di sostenibilità prevista, ovvero quella ambientale, quella economica e quella sociale.

Per ciò che concerne la sostenibilità ambientale bisogna che l’idea includa il raggiungimento di almeno uno dei seguenti scopi:

  • Tutela o ripristino degli ecosistemi
  • Tutela del paesaggio
  • Riduzione del consumo di risorse naturali e promozione dell’uso di risorse rinnovabili
  • Riduzione dei fattori di pressione sull’atmosfera
  • Riduzione dei fattori di pressione sulle acque
  • Riduzione dei fattori di pressione sul suolo
  • Riduzione dell’inquinamento acustico, elettromagnetico o indoor
  • Introduzione o miglioramento dei sistemi di gestione ambientale

Tra gli obiettivi che riguardano invece la sostenibilità economica e quella sociale i più importanti comprendono la riduzione dell’impatto ambientale delle attività produttive, l’investimento in tecnologie innovative ecocompatibili, la riduzione dei rischi sulla salute, la sensibilizzazione dell’opinione pubblica in tema di sviluppo sostenibile e l’aumento della possibilità della comunità locale di influire sui processi decisionali locali.

Quali settori possono essere migliorati grazie alle buone pratiche?

È chiaro quindi che una buona pratica debba avere come principio fondamentale il coinvolgimento e la partecipazione della comunità locale, favorendo le relazioni tra i soggetti della collettività stessa. Bisogna investire su strategie partecipate e integrate col fine di promuovere azioni a sostegno dell’informazione dei cittadini e predisporre strategie di sviluppo sostenibile e piani d’azione.  Tali progetti devono mirare al miglioramento di settori quali l’agricoltura, l’industria, l’edilizia, l’urbanistica, il turismo, la mobilità e la produzione energetica.

Per l’Agenzia europea dell’Ambiente (EEA) «L’agricoltura contribuisce al cambiamento climatico e, a sua volta, ne subisce gli effetti». Entro il 2050 la popolazione mondiale conterà quasi 10 miliardi di individui e proprio per questo, secondo la Fao, l’attività agricola dovrà incrementare la propria produzione del 70%. Per questo è necessario applicare buone pratiche utili ad arrestare il processo di diminuzione della superficie agraria, ottimizzare e razionalizzare l’uso di fonti idriche disponibili ai fini irrigui, promuovere e incentivare i processi di agricoltura biologica e tutelare la biodiversità. Il rapporto “The state of the World’s biodiversity for food and agricolture”, redatto dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, sottolinea che proprio la biodiversità è seriamente minacciata dalla progressiva scomparsa di foreste, pascoli, praterie, barriere coralline e zone umide. Il declino è dovuto principalmente ai «…cambiamenti d’uso nella gestione di terre e acque, inquinamento, sovrasfruttamento, cambiamenti climatici, crescita della popolazione e urbanizzazione».

Nonostante la diminuzione dell’impatto ambientale del settore europeo, anche il comparto industriale continua a gravare in maniera non indifferente sull’ambiente in termini di rifiuti prodotti e inquinamento. Tra gli obiettivi specifici delle buone prassi concernenti l’industria non possiamo non evidenziare quello relativo all’aumento delle aziende impiegate in pratiche EMAS ISO, LCA (certificazioni ambientali) mirando alla innovazione ambientale dei sistemi di gestione aziendale, dei processi produttivi e dei prodotti. Le imprese hanno quindi il dovere di limitare l’utilizzo di sostanze ad alto impatto ambientale, ridurre le emissioni climalteranti, ridurre l’uso di materie prime non rinnovabili e salvaguardare le esigenze igienico-sanitarie, evitando rischi di contaminazione dell’acqua, del suolo, e del sottosuolo.

“Un’oncia di pratica vale più di una tonnellata di teoria”

Dagli orti urbani di Detroit, realizzati per contrastare l’uso di combustibili fossili in ambito alimentare, all’esperienza di Todmorden, una comunità locale nello Yorkshire che, tramite buone prassi come i percorsi commestibili e gli orti di propaganda in luoghi pubblici abbandonati, è riuscita ad arrivare ad essere una città autosufficiente dal punto di vista alimentare. Azioni pratiche, inizialmente bistrattate dalle istituzioni, iniziative che non hanno avuto bisogno di incentivi milionari, ma che sono nate sulla condivisione di idee, sulla partecipazione attiva dei cittadini, messe in campo dal popolo per il popolo: questa è la vera essenza alla base delle buone pratiche.

Gli orti di propaganda di Todmorden, UK

È ormai chiaro quanto poco stiano facendo la maggior parte dei governi di tutto il mondo in materia di difesa ambientale. È evidente che non c’è più tempo per continuare a sperare che le istituzioni intraprendano azioni in merito, lo si capisce dal modo in cui continuano a non trattare l’argomento. Questi sono solo alcuni dei motivi per cui è necessario puntare a cambiamenti che partano dalle realtà locali. Abbiamo bisogno di riequilibrare il rapporto che c’è tra l’uomo, le altre specie e l’ambiente. Le buone pratiche rappresentano uno strumento più che valido affinché questo obiettivo, il più importante obiettivo, possa essere raggiunto.

Dobbiamo agire, ora. Alle manifestazioni come quella del 15 marzo, che ha visto più di un milione di studenti di tutto il mondo sfilare in difesa dell’ambiente, devono necessariamente seguire azioni concrete, iniziative giornaliere che coinvolgano più persone possibili, progetti che siano in grado di trasformare le comunità locali in centri ecosostenibili. Abbiamo poco tempo per cambiare rotta, per rendere lo sviluppo sostenibile più di un concetto astratto, e se continueremo a optare per l’immobilismo e l’indifferenza ci ritroveremo a dover spiegare ai nostri nipoti perché abbiamo scelto di non agire quando c’era ancora tempo per farlo.

Marco Pisano

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