Il sabotaggio della Cop26 è un attentato al nostro futuro

Sabotaggio Cop26
Fonte immagine: greenpeace.org

La Cop26 è ormai alle porte, ma la possibilità che la Conferenza sul clima si concluda con esito positivo sembra già trovare la strada sbarrata. Questo, almeno, è ciò che lascia intendere il comportamento di alcuni tra i Paesi produttori di carbone, petrolio, carne e mangimi, che stanno cercando di far modificare il prossimo rapporto dell’IPCC in modo che non leda i loro interessi nazionali.

A rivelare lo scoop è stato il team di giornalisti investigativi di Greenpeace UK che – a 10 giorni dalla Conferenza di Glasgow – ha fatto arrivare alla BBC le oltre 32.000 osservazioni presentate da governi, aziende e altre parti interessate affinché gli scienziati rimuovano o indeboliscano la conclusione chiave del rapporto: eliminare rapidamente i combustili fossili è la via obbligata contro la crisi climatica.

Australia, Arabia Saudita, e Paesi del gruppo OPEC sono quelli che hanno fatto più pressioni contro la raccomandazione di rinunciare all’impiego di carbone, petrolio e gas naturale. In un commento, un consigliere del ministero del petrolio saudita suggerisce di omettere dal report frasi come «Il focus degli sforzi di decarbonizzazione nel settore dei sistemi energetici deve essere il passaggio rapido a fonti a zero carbonio e l’eliminazione attiva di tutti i combustibili fossili». Va da sé che l’Arabia Saudita è tra i più grandi produttori di petrolio al mondo. Altrettanto scontato, d’altro canto, è che – in quanto grande esportatore di carbone – l’Australia si sia opposta alla necessità di chiusura delle centrali a carbone, uno dei tanti obiettivi dichiarati della Cop26.

E il Giappone, fortemente dipendente da questa fonte energetica importata proprio dall’Australia, ha rifiutato la scoperta del rapporto che prescrive la chiusura delle centrali elettriche a carbone e a gas entro 9/12 anni per mantenere le temperature entro l’1,5°, così come previsto dall’Accordo di Parigi

Il tono dei messaggi è lo stesso anche se si parla di alimentazione. Brasile e Argentina, due tra i maggiori produttori mondiali di carne e mangimi, hanno contestato i dati relativi alla necessità di ridurre il consumo di carne. Entrambi, infatti, hanno fatto pressione sull’IPCC per eliminare alcuni passaggi sui benefici derivanti da una dieta con ridotto consumo di prodotti di origine animale. In particolare, il Brasile – dove la deforestazione dell’Amazzonia legata all’agrobusiness è in forte crescita – ha chiesto la completa cancellazione della frase che recita: «Le diete a base vegetale possono ridurre le emissioni di gas serra fino al 50% rispetto alla dieta occidentale media ad alta intensità di emissioni». Inoltre, il Paese invita a guardare non al tipo di alimento ma, piuttosto, alle emissioni legate ai diversi sistemi di produzione della filiera alimentare. L’Argentina, da parte sua, dà man forte al tentato sabotaggio della Cop26, chiedendo ripetutamente la cancellazione della tassa sulla carne rossa o di quella sul cibo ad alta intensità di gas serra, argomentando che non ci sono prove sufficientemente valide per dimostrare che queste misure ridurrebbero effettivamente il livello di emissioni.

Dalla Svizzera, i commenti per modificare quelle parti del report in cui si legge che i Paesi in via di sviluppo avranno bisogno del sostegno, soprattutto finanziario, da parte dei Paesi più ricchi. Repubblica Ceca, Polonia e Slovacchia, invece, da un lato, criticano il ruolo marginale riservato al nucleare e, dall’altro, chiedono che il suo ruolo sia descritto più positivamente nel raggiungimento degli obiettivi climatici.

Questi non sono che alcuni dei tentativi fatti per annacquare il prossimo rapporto dell’IPCC. Tentativi che, nella pratica, si traducono in un vero e proprio sabotaggio della Cop26, il cui buon esito è messo a rischio anche dal contesto in cui avranno luogo i negoziati. L’andamento globale della campagna vaccinale, unitamente agli alti costi del viaggio per Glasgow, infatti, rischia di compromettere la partecipazione in presenza di alcune delegazioni, soprattutto quelle dei Paesi più poveri. E così succede che proprio quei Paesi che hanno contribuito poco o niente al climate change e che più di tutti ne pagano e ne pagheranno le conseguenze, perdono la possibilità di orientare il summit sul clima; mentre le grandi potenze, dotate del potere di imprimere una svolta significativa alla lotta al cambiamento climatico, nutrono ambizioni modeste, se non addirittura sovversive.

Virgilia De Cicco

5 x mille Survival
Ecofemminista. Autocritica, tanto. Autoironica, di più. Mi piace leggere, ma non ho un genere preferito. Spazio dall'etichetta dello Svelto a Murakami, passando per S.J. Gould. Mi sto appassionando all'ecologia politica e, a quanto pare, alla scrittura. Non ho un buon senso dell'orientamento, ma mi piace pensare che "se impari la strada a memoria di certo non trovi granché. Se invece smarrisci la rotta il mondo è lì tutto per te".

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