La Grande Barriera Corallina australiana nella lista del patrimonio a rischio

Grande Barriera Corallina
Fonte immagine: greenpeace.org

La Grande Barriera Corallina australiana è a rischio. È questo ciò che emerge dal rapporto Unesco che, di qui a pochi giorni – il 16 luglio, per la precisione –  verrà discusso dal World Heritage Committee (Comitato per il Patrimonio mondiale). Lo scopo è quello di valutare se il più grande sistema corallino al mondo dovrà, o meno, essere aggiunto alla lista dei siti del patrimonio mondiale in pericolo.

A minacciare la Grande Barriera Corallina australiana, che si estende per 2.300 chilometri e ospita circa 400 tipi di corallo, 1.500 specie di pesci e 4.000 varietà di molluschi, è il riscaldamento delle acque marine e l’aumento della sua acidità, fenomeni provocati entrambi dalla crisi climatica. Non a caso, il governo australiano è stato accusato di non aver fatto abbastanza per proteggere il delicato ecosistema corallino ed è stato esortato a intraprendere un’azione quanto più accelerata possibile per contrastare gli effetti del cambiamento climatico.

Dal canto suo, com’era prevedibile, il Governo di Canberra non ha accettato di buon grado la raccomandazione, che pure era nell’aria da tempo e che, se confermata, rappresenterebbe un grave danno di immagine per l’Australia. In effetti se la Grande Barriera Corallina venisse declassata, sarebbe la prima volta che un sito patrimonio dell’umanità passerebbe nella categoria endangered dell’Unesco. Una categoria pensata per tutte quelle aree considerate a rischio di sopravvivenza, non solo a causa dei cambiamenti climatici, ma anche per la presenza di guerre o di situazioni politico-economiche particolarmente problematiche.

«Sono d’accordo che il cambiamento climatico globale è la più grande minaccia per le barriere coralline del mondo, ma è sbagliato, a nostro avviso, designare la Grande Barriera Corallina meglio gestita al mondo in un elenco di siti in pericolo». Così si esprime la ministra australiana dell’ambiente Sussan Ley che, insieme alla ministra degli esteri Marise Payne, si metterà in contatto con la direttrice generale dell’Unesco per opporsi all’eventuale declassamento della barriera corallina. Un’ipotesi che, come spiega la ministra dell’ambiente, era stata la stessa agenzia delle Nazioni Unite a scongiurare, sostenendo che il Governo australiano non avrebbe ricevuto nessuna raccomandazione prima della riunione del Comitato del Patrimonio Mondiale dell’Unesco, ospitata e presieduta nel mese di luglio dalla Cina. Si profilano così i presupposti per un complotto diplomatico: quello che vedrebbe il dragone cinese tentare di danneggiare l’immagine e l’economia di Canberra, con cui Pechino intrattiene da tempo relazioni diplomatiche a dir poco turbolenti.

Secondo svariate associazioni ambientaliste, invece, continuando a ignorare il problema del cambiamento climatico, l’Australia si starebbe condannando da sola. È noto, per esempio, che il Paese manca di aggiornare i suoi obiettivi climatici dal 2015 e che l’attuale obiettivo di riduzione delle emissioni mira ad abbassarle solo del 26-28 per cento entro il 2030. In un simile scenario, la Grande Barriera Corallina non può non risultare in pericolo. Secondo gli scienziati, la causa principale dei fenomeni di sbiancamento che minacciano l’ecosistema corallino è rappresentata dall’aumento delle temperature del mare. Provocato dal riscaldamento globale, a sua volta prodotto dalla combustione smodata di combustibili fossili, l’aumento delle temperature delle acque marine dovrebbe indurre il governo di Canberra ad adottare immediatamente una politica climatica coerente con gli 1,5 gradi.

Se Scott Morrison, primo ministro australiano, sarà disposto a mettere in atto quel cambiamento radicale e repentino necessario a salvare la barriera corallina e se quest’ultima finirà o meno all’interno della categoria endangered, ancora non ci è dato saperlo. Ma al di là di previsioni e congetture, una cosa e certa: salvaguardare un ecosistema non significa solo ed esclusivamente prendersi cura delle creature che lo abitano. Significa anche proteggere i milioni di persone che dipendono da quell’ecosistema. A essere in pericolo, infatti, non sono solo pesci, molluschi e coralli, ma anche le comunità locali e gli operatori turistici che dipendono dalla conservazione della barriera corallina. Un suo deterioramento, inoltre, metterebbe a rischio le zone costiere più sensibili, esponendole maggiormente agli effetti degli tsunami o dell’erosione. Ma mantenere inalterato l’equilibrio fra uomo e natura è assolutamente necessario anche per proteggere la salute individuale e collettiva. Perché, come la Covid-19 dovrebbe ormai aver reso noto a tutti, la prevenzione di future pandemie passa anche e soprattutto attraverso la tutela degli ecosistemi del Pianeta.  

Virgilia De Cicco

Ecofemminista. Autocritica, tanto. Autoironica, di più. Mi piace leggere, ma non ho un genere preferito. Spazio dall'etichetta dello Svelto a Murakami, passando per S.J. Gould. Mi sto appassionando all'ecologia politica e, a quanto pare, alla scrittura. Non ho un buon senso dell'orientamento, ma mi piace pensare che "se impari la strada a memoria di certo non trovi granché. Se invece smarrisci la rotta il mondo è lì tutto per te".

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