La Grande Muraglia Verde per contenere siccità e desertificazione in Africa
La Grande Muraglia Verde. Fonte: lifegate.it

La Grande Muraglia Verde d’Africa, ossia un piano per ripristinare un tratto di terra degradato di quasi di 8.000 chilometri dalle coste atlantiche del Senegal fino alle porte del Mar Rosso a Gibuti, è un’idea audace e ambiziosa intesa a combattere la siccità e la desertificazione, che attualmente flagellano circa il 45% della superficie totale del continente africano. Una soluzione definitiva e praticabile per contenere l’avanzata della crisi climatica, oppure un’illusione che si arenerà, letteralmente, nelle secche del Sahara? Si vive di speranze, si muore di miraggi.

La sottile linea verde tra l’Africa e il deserto

La grande muraglia verde non è una labile utopia lontana dalla prassi, bensì qualifica un progetto visionario già in fieri: ideato e proposto da due ex-presidenti, il nigeriano Olusegun Obasanjo e il senegalese Abdoulaye Wade, è infatti il più ambizioso progetto pubblico mai concepito nel continente, e il primo a livello interstatale ad aver conosciuto un’avvio dei lavori segnato da un così rimarchevole successo.

A circa un decennio dall’avvio della sua costruzione con solo il 15% delle radici piantate, la rete di sicurezza di alberi sta già contribuendo a contenere gli effetti più devastanti della crisi climatica nella fascia saheliana dell’Africa: sta restituendo alla vita porzioni di terra degradate a velocità maggiori rispetto a quelle previste, riuscendo al contempo ad assicurare una maggiore sicurezza alimentare e a garantire occupazione nel settore primario e non solo. Costituisce, insomma, un argine non solo al deserto ma anche alla miseria e alle condizioni climatiche avverse, tra le cause che per prime intensificano i disastri umanitari e i gli imponenti flussi migratori che partono dalle regioni saheliane, le più fragili del pianeta da un punto di vista socio-economico.

La più grande e più ambiziosa infrastruttura ecologica mai realizzata dall’uomo sta tuttavia incontrando ostacoli di natura politica e pratica. La realizzazione della grande muraglia verde si regge sul coordinamento di diverse nazioni dell’Africa centrale, occidentale e orientale, che si raccordano attraverso le strutture amministrative e decisionali dell’Unione Africana: quest’ultima, un’organizzazione internazionale che comprende tutti gli stati del continente sul modello dell’Unione Europea ma dalla personalità giuridica più sfumata, è infatti logorata da divisioni inconciliabili se non da aperte rivalità tra i suoi membri, e si vede impossibilitata a supportare la realizzazione del muro verde come una priorità. Sempre a causa della cronica (e crescente) instabilità politica della regione, i finanziatori internazionali, pari merito necessari alla realizzazione completa dell’opera, stanno facendo mancare il proprio supporto. L’inevitabile conseguenza è la perdita di momentum nella realizzazione di un’opera che già incontra difficoltà di natura tecnica.

La limitazione nell’erogazione dei fondi e la quiescenza del supporto politico si accompagnano alla complessità crescente della realizzazione della grande muraglia verde, che necessita non soltanto di una mera pratica di rimboschimento intensivo per essere sostenibile, ma anche creazione di giardini e parchi comuni, di appezzamenti di terra di proprietà dei piccoli coltivatori e riserve naturali. A delinearsi, dunque, è un progetto ambientale che presuppone un coinvolgimento diretto e attivo della cittadinanza, meccanismi di partecipazione al momento soffocati dalla repressione di regimi ad alto tasso di violazione dei diritti umani o da paesi percorsi da gravi conflitti interni: la grande muraglia verde condensa le difficili sfide dell’Africa nel XXI secolo. Sfide che si possono riassumere agevolmente con l’espressione “giustizia climatica”: ogni traguardo ecologico arriva inevitabilmente e contestualmente alla lotta politica.

grande muraglia verde Africa
Carta fisico-politica della grande muraglia verde d’Africa. Fonte: futuroprossimo.it

Anche in questo caso, gli obiettivi delle finanze e delle conquiste socio-politiche si intersecano, fino a coincidere. Secondo un report indipendente commissionato dai partner del progetto e pubblicata a settembre dalla Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione (UNCCD), per ripristinare e riabilitare 100 milioni di ettari di terreno entro il 2030 (la cosiddetta “neutralità del degrado del suolo”) e garantire 10 milioni di posti di lavoro eco-sostenibili saranno necessari circa 4 miliardi di dollari ogni anno per il prossimo decennio. Il rapporto sottolinea quanto la problematicità non stia tanto nel riuscire a reperire le pur consistenti risorse necessarie alla realizzazione dell’infrastruttura verde, quanto piuttosto nelle modalità di erogazione finanziaria e gestione amministrativa del progetto.

UNCCD suggerisce che un unico fondo fiduciario collettivo costituirebbe la garanzia migliore per il futuro della grande muraglia verde d’Africa: in questo modo, infatti, i paesi e gli organismi internazionali coinvolti sarebbero obbligati ad appianare le proprie divergenze per mettere in comune le proprie risorse e concordare requisiti di rendicontazione armonizzati, indirizzati alla reciprocità e alla compiuta realizzazione dell’opera. Nel contesto di questo quadro contabile comune, ricercatori e studiosi indipendenti dovrebbero essere coinvolti nel processo di monitoraggio di requisiti ed obiettivi, nell’elaborazione dei dati e nelle consulenze di natura tecnica, fungendo da ulteriore garanzia.

Il progetto della grande muraglia verde necessita dunque di una fitta cooperazione internazionale, di supporti politici e finanziari per germogliare e mantenersi in vita. Ma non solo: questa opera pubblica verde deve essere considerata patrimonio della cittadinanza africana, e progetti di questo tipo devono assumere rilevanza prioritaria.

La Grande Muraglia Verde, sinergia tra uomo e natura

Infatti, la necessità di ripristinare e riabilitare la terra salvandola dalla degradazione è di assoluta urgenza, non solo per l’Africa. Se l’incidenza dei cambiamenti climatici non verrà contenuta significativamente, la temperatura del globo, che è aumentata di circa 1,06 °C rispetto alla media 1880-1920 secondo le rilevazioni del National Climatic Data Center, crescerà ulteriormente di più di circa 3 °C entro la fine di questo secolo. L’espansione dei climi desertici sarà in queste circostanze incontenibile, e la stessa sopravvivenza della maggior parte delle comunità umane sarà messa irreparabilmente a repentaglio. Di converso, arrestare il processo di degradazione del suolo avrebbe il beneficio di contenere fino a 3 milioni di tonnellate di carbonio ogni anno, e di assistere a incalcolabili ricadute positive in campo economico e sociale.

Per contrastare la crisi climatica occorre, alacremente, procedere lungo tre direzioni che convergono verso lo stesso traguardo: approfondire la sensibilità e diffondere le buone pratiche ecologiche, rifondare l’economia globale improntandola alla sostenibilità, riconvertita secondo un modello di sviluppo post-capitalistico e improntato alle energie rinnovabili, e contemporaneamente dimezzare le emissioni di anidride carbonica entro il prossimo decennio, attraverso accordi vincolanti a livello internazionale. Si rivela dunque essenziale accelerare la concreta realizzazione di progetti infrastrutturali di ampio respiro, simili in tutto e per tutto alla grande muraglia verde, che riescono nell’impresa di percorrere tutti e tre i percorsi sopra elencati.

La natura è sia uno strumento nelle mani dell’uomo per plasmare il proprio destino, sia un limite di senso alle possibilità del proprio operato. Le sinergie biunivoche che coniugano spazi naturali e esigenze antropiche, e si traducono in progetti infrastrutturali avveniristici, sono le uniche a consentire di immaginare un futuro sostenibile a livello socio-ambientale. Gli esempi non mancano: il modello di città eco-sostenibili promosso dal WWF, le grandi facility energetiche pulite così come l’espansione parallela del mercato domestico delle fonti rinnovabili, l’espansione dei circuiti del trasporto pubblico, la piena razionalizzazione del ciclo dei rifiuti e del consumo di suolo, e non ultimi la grande muraglia verde in Africa e gli analoghi progetti di riforestazione in via di sperimentazione in altri luoghi del mondo. Va menzionata la Cina, per l’imponenza dei risultati raggiunti: nel grande paese asiatico dal 1981 ad oggi sono stati piantati oltre 1,7 miliardi di alberi per contenere l’avanzata del deserto del Gobi nella regione della Mongolia Interna.

La grande muraglia verde africana rimane comunque il piano di contrasto alla desertificazione più significativo per dimensioni e ambizioni, ma soprattutto per il riscatto politico, economico, sociale e ambientale di un intero continente, a portata di orizzonte.

Luigi Iannone

Luigi Iannone
Classe '93, salernitano, cittadino del mondo. Laureato in "Scienze Politiche e Relazioni Internazionali" e "Comunicazione Pubblica, Sociale e Politica". Ateo, idealista e comunista convinto, da quando riesca a ricordare. Appassionato di politica e attualità, culture straniere, gastronomia, cinema, videogames, serie TV e musica. Curioso fino al midollo e quindi, naturalmente, tuttologo prestato alla scrittura.

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