Urban Nature 2020: il rapporto del WWF sulla natura in città
Il Bosco Verticale, Milano. Fonte: milanairports.com

Secondo le stime più ottimistiche, nel 2050 le aree urbanizzate in Italia, nelle quali già oggi vive più di un terzo della popolazione, divoreranno altri 800 km², coprendo così l’equivalente della superficie di due volte e mezzo Roma, rigorosamente in cemento. Lo stesso processo di urbanizzazione intensiva avverrà pressoché in ogni regione del pianeta, ivi compresa la “bomba demografica” africana: entro il 2050 oltre il 70% della popolazione complessiva (circa 6,3 miliardi di persone) risiederà in una città. Si pone pertanto una sfida epocale: elaborare un nuovo modello di convivenza umana eco-sostenibile, improntata sulla qualità di vita dei cittadini. Il report del WWF per Urban Nature 2020 vuole intestarsi questo traguardo e gettare le basi per costruire un avvenire diverso, coniugando in modo differente spazi verdi e infrastrutture antropiche, riconnettendo natura e città.

Natura e città, storia di idillio e antinomia

La biunivocità del legame originario tra esseri umani e natura è culturalmente, sociologicamente ed economicamente fondata, in modo così radicato da percorrere il percorso che va dai primordi della storia fino alla contemporaneità. Una convivenza storiografica simbiotica e verificata, quella tra ambiente naturale e ambiente urbano, sospeso tra connubio e conflitto, incontro e scontro, lungo le direttrici diacroniche di allontanamento, dominio e sfruttamento. Eppure, si tratta di un rapporto che certamente non si estrinseca in modo lineare, piuttosto in maniera sempre dialettica. Lo dimostra lo sviluppo di alcune delle prime organizzazioni antropiche stanziali, come le grandi città dell’antichità in Mesopotamia, Egitto, India e Cina, che ha seguito pedissequamente lo scorrere di imponenti corsi d’acqua, arterie indispensabili per scambi commerciali e culturali e provigioni agricole, per fiorire con inedita efficienza e bellezza. Contestualmente ai primi fenomeni di urbanizzazione nascevano i primi esperimenti di convivenza armonica tra uomo e natura, mentre si gettavano le basi dello sfruttamento delle risorse naturali.

Secoli prima di Urban Nature, i leggendari giardini pensili di Babilonia di Nabucodonosor II, sospesi tra mito, merviglia architettonica e ingegneria pionieristica («basse costruzioni, due a uno e una a due piani, sovrastate da enormi piante pendule» nell’opera teatrale Semiramide di Rossini), avevano anticipato il verde urbano delle metropoli avanguardistiche del XXI secolo. Oltre la leggenda di una delle sette meraviglie dell’antichità, la cui grandezza è forse oltre misura, la storia dei giardini e degli orti all’interno delle cinte murarie è propensione storicamente comprovata nelle civiltà sumere, assire, babilonesi e persiane ma anche tolemaiche, romano-bizantine e moresche. Città e natura, oggi come allora, non sono fatti per negarsi a vicenda, quanto piuttosto per integrarsi.

Una ricostruzione dei giardini pensili di Babilonia, il primo esperimento “ante litteram” di Urban Nature. Fonte: studiarapido.it

La rivoluzione industriale ha finito per contrappore uomo e natura con più alacrità, fino a rescinderne e negarne la relazione, proprio a causa di inedite dimensioni aggregativo-demografiche, di necessità più eminentemente funzionali nella divisione degli spazi e della voracità del modello di sfruttamento, produzione e consumo capitalistico, generando l’arcinota diade contrappositiva città-campagna. Proprio tra i fumi e i liquami industriali di dickensiana memoria della seconda metà dell’800, assumono centralità le prime riflessioni circa la pianificazione antropica elaborate in seguito al Rinascimento. Nasce così l’urbanistica moderna, tesa a ripensare gli spazi della città e quindi indirettamente della natura, quella della Parigi degli Champs-Élysées progettata da Haussmann, a misura di flâneur.

Un secolo e mezzo dopo, a seguito di ulteriori sviluppi sociali e di una più compiuta fisionomia della società di massa industriale e post-industriale, il binomio relazionare natura-città continua a conservare il suo carattere dicotomico, non solo a livello sociale ma anche politico e di immaginario. La sua persistenza è riscontrabile in riferimento alle principali matrici del conflitto nella contemporaneità: progressismo, conservatorismo, sviluppo, spoliazione delle risorse, decrescita, esclusione sociale, crisi produttive. Ma la si può ritrovare innanzitutto nell’equazione del paradigma ecologico-abitativo, che Urban Nature si propone di problematizzare.

Il nuovo orizzonte di Urban Nature…

Il progetto del WWF, arrivato alla quarta edizione, si è tradotto in una serie di incontri e di tavoli di discussione che hanno affollato le piazze italiane lo scorso 4 ottobre, tese a stimolare il dibattito pubblico circa un ripensamento radicali degli spazi urbani, non dissimile per ambizione da quali succedutisi nel corso della storia. Secondo Urban Nature le metropoli contemporanee devono necessariamente rimodulare il suo assetto in funzione dei sistemi naturali nei quali si sviluppano, per poter mantenere standard di vita elevati e rendere possibili pratiche ecosostenibili di ampio respiro. C’è di più: la rimozione più o meno inconscia oppure la mancata considerazione del dispiegarsi delle relazioni tra ambiente urbano e sistemi naturali sortisce l’effetto di mettere a serio rischio le comunità antropiche. È avvenuto nei mercati di Wuhan in Cina, dal quale è partita l’epidemia dovuta ad una zoonosi che sarebbe sfociata nella pandemia Covid-19 che ha messo il mondo in ginocchio, ma anche nel caso dei disastri idrogeologici che puntualmente stravolgono l’Italia. Fenomeni innescati proprio da un rapporto perverso tra città e natura, concausa della crisi climatica.

Di per sé, l’inquinamento atmosferico, la cementificazione e la densità edilizia incancreniscono le conseguenze più catastrofiche del cambiamento climatico, che mostrano tutta la loro gravità proprio nel contesto cittadino, principale habitat dell’umanità. L’espansione del verde urbano e degli orti cittadini diventa dunque parte integrante di quel ricoinvolgimento degli ecosistemi nel tessuto vitale delle grandi città: ha effetti diretti e indiretti nel miglioramento della qualità dell’aria per l’assorbimento della CO2, nella mitigazione delle ondate di calore e nell’assorbimento dell’inquinamento, e nel secondo caso riduce la dipendenza dall’agricoltura intensiva.

La città di Manchester durante la prima rivoluzione industriale: il rapporto con la natura viene negato, con effetti catastrofici per ambiente e salute. Fonte: medium.com

Lo stesso si può dire per una diversa progettualità alla base della governance degli ecosistemi acquatici, che eviti gli stress eccessivi, il drenaggio e lo stravolgimento dei corsi naturali, e per un consumo di suolo di volume meno intensivo e ispirato ad una filosofia differente, improntata alla razionalizzazione e non alla saturazione. Una generale rigenerazione urbana che corre su queste tre principali direttrici, che contenga l’impatto negativo sulla salute umana e le convulsioni socio-economiche.

Urban Nature propone dunque un insieme di “nature based solutions”, ricomprese anche nei progetti di CLEVER cities di Horizon EU 2020, che muovono dai seguenti principi cardine: salute umana e benessere, coesione sociale e giustizia ambientale nella fruizione degli spazi naturali, sicurezza dei cittadini, prosperità economica ecosostenibile. Nulla di vago, anzi: nella consapevolezza che il pragmatismo è tutto in materia ecologica, ognuno di questi capisaldi dovrà essere riadattato al contesto ambientale specifico della casistica che si prende in esame, per elaborare proposte concrete avanzate dagli amministratori pubblici e ai cittadini, partendo da numerosi prassi virtuose in parte già messe in pratica.

…che è già realtà nelle “safe cities”

Urban Nature ha già dato brillanti risultati, nelle cosiddette “safe cities” (laddove l’inflazionato e strumentalizzato lemma “sicurezza” va inteso come tutela dalla crisi climatica). La One Planet City Challange ha raccolto l’adesione di ben 600 realtà cittadine in tutto il mondo, a tutte le latitudine e longitudini, che mettono in comune buone pratiche di “urban nature”.

Ci si riferisce all’esperienza delle sopracitate CLEVER cities europee, ossia Milano, Londra e Amburgo, che sperimentano all’avanguardia nella riqualificazione del degrado delle periferie attraverso i cantieri naturali, i tetti e/o le pareti verdi, e le oasi urbane, ai progetti di densificazione urbana e deimpermeabilizzazione elaborato dall’Università de L’Aquila DICEEA per arrivare al bilancio “zero” nel consumo di suolo riutilizzando ogni superficie defunzionalizzata o dismessa, alle innovative opere idraulico-ingegneristiche per il drenaggio e il deflusso sostenibile delle acque a Portland, Rotterdam ma anche a Bologna, e agli esperimenti delle politiche locali del cibo con le attività agroalimentari diffuse a filiera corta nel tessuto cittadino in metropoli come Hyderabad, Hanoi e non ultima Roma.

Ogni progetto e iniziativa di Urban Nature mantiene la sua efficacia e la sua sostenibilità fattiva non solo e non tanto attraverso la volontà politica e il supporto di illuminate amministrazioni locali, ma piuttosto attraverso il contribuito costante ed essenziale di comitati e associazioni locali, scuole e università, cittadinanza attiva. L’incontro tra natura e città avviene nel solco di una nuova partecipazione sociale mossa da una rinvigorita concezione del bene comune. Si tratta di un fondamento politico-culturale indispensabile per attrezzare, nelle pratiche e nelle idee, le nostre società alle sfide della crisi climatica, con incedere incalzante e sguardo sistemico, ma anche con scrupolosa, paziente e minuziosa operatività e responsabilizzazione negli spazi della vita quotidiana. La preservazione della biosfera non può che avvenire nelle città, nei quartieri, nelle case.

Luigi Iannone

Luigi Iannone
Classe '93, salernitano, cittadino del mondo. Laureato in "Scienze Politiche e Relazioni Internazionali" e "Comunicazione Pubblica, Sociale e Politica". Ateo, idealista e comunista convinto, da quando riesca a ricordare. Appassionato di politica e attualità, culture straniere, gastronomia, cinema, videogames, serie TV e musica. Curioso fino al midollo e quindi, naturalmente, tuttologo prestato alla scrittura.

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