Sociologia dell’ambiente: relazione di crisi tra natura e società
Nature vs. City. Fonte: huismann3d.com, Eric Huismann

La sociologia è sempre stata sociologia dell’ambiente, seppur inconsapevolmente. Per troppo tempo, si è ritenuto che i soli rapporti tra gli esseri umani fossero alla base dell’agire sociale trascurando il fatto che siffatti rapporti si svolgono in un ambiente biofisico che li influenza e condiziona. Dovrebbe essere ovvio, eppure non lo è: l’ambiente influenza la costruzione sociale, così come le problematiche ecologiche sono socialmente prodotte. Un approccio sociologico che possa scandagliare criticamente l’estrinsecarsi del rapporto tra società e natura, si rende più che mai necessario, in teoria come in prassi, per affrontare i principali nodi della crisi climatica.

Dal paradigma classico alla sociologia dell’ambiente

Gli approcci del pensiero sociologico “classico”, a prescindere dai paradigmi di riferimento (nessuna eccezione: positivismo, costruttivismo, interazionismo simbolico, darwinismo sociale, struttural-funzionalismo, nemmeno il marxismo), sono sovente partiti da un assunto comune: l’attenzione, nell’analisi della società, si incentrava sulle manifestazioni e sull’organizzazione dei rapporti sociali, bastevoli da soli per comprenderne i sommovimenti, le patologie, le evoluzioni, le finalità.

In verità, partendo dai contributi della storiografia e dell’antropologia, appare lapalissiano quanto il contesto ambientale e climatico abbia condizionato le fortune e le sfortune delle costruzioni sociali dell’uomo, senza soluzione di continuità: dalla scomparsa dei Neanderthal al crollo dell’Impero Romano d’Occidente, fino all’Operazione Barbarossa, è impossibile “mettere tra parentesi” la variabile ecologica. Non è un caso infatti, si è arrivati ad un (in)compiuta teorizzazione della sociologia dell’ambiente solo attraverso un articolato percorso teorico, che ha preso slancio dagli anni ’70 del Novecento, il decennio della crisi petrolifera e della proliferazione mainstream dell’ambientalismo politico, ed ancora oggi fatica ad imporsi sulla scena dei dibattiti sociologici.

società natura
La circolarità della sociologia dell’ambiente.
Fonte: promosricerche.org

La sociologia dell’ambiente si presenta come una ricomposizione integrativa abbastanza faticosa di approcci apparentemente inconciliabili, accomunati epistemologicamente dal riconoscimento dell’interdipendenza tra sistema sociale e natura: lo strutturalismo politico-economico di Allan Schnaiberg, con l’analisi diretta delle conseguenze sociali e politiche delle macro-variabili ecologiche. L’oggettivismo funzionalista del nuovo paradigma ecologico di Catton e Dunlap, che individua leggi ecologiche di matrice biofisica limitanti per l’espansione e il dispiegamento sociale. Il costruzionismo sociale, che riconosce la rilevanza ambientale dei comportamenti ed atteggiamenti soggettivi dei singoli attori, più o meno rescissi dai vincoli sociali.

Infine, si è proceduti a tentativi di faticosa ricomposizione (ancora da perfezionare secondo coordinate contemporanee) tra l’individualismo costruttivista temperato e l’olismo collettivista non meccanicista, compresenti nell’approccio teorizzato dello socio-antropologa Mary Douglas in Risk and Culture. An Essay on the Selection of Technical and Environmental Dangers (1982): l’individuo e la società interagiscono tra di essi e con la natura e l’ambiente in un modularità complessa, spiegabile attraverso un sistema inestricabile di variabili ad influenza reciproca.

Yes, we can“: soggetti e contesto nella lotta ambientale

Se la metodologia teorica della sociologia dell’ambiente si fonda come nuovo approccio critico alla società, la prassi di una conseguente rimodulazione sociale che tenga conto di questa nuova consapevolezza si esplica, inevitabilmente, attraverso la lotta politica. Sarebbe infatti impossibile tenere conto della dirimente variabile natura-ambiente nello sviluppo sociale in assenza di una compiuta analisi delle reti di potere sociale (innanzitutto economico-produttive, ma anche politiche e simbolico-culturali) che condizionano l’impatto della prima sul secondo.

L’attuale sistema di produzione e consumo, sostenuto da una classe politica espressione contigua di siffatti interessi economici e dunque particolarmente insensibile alla questione ambientale, genera danni ecologici di provata ed incontrovertibile gravità, che contribuiscono ad aggravare una sofferenza sociale già connaturata alla disuguaglianza del capitalismo globalizzato. Sociologi ed economisti quali James O’Connor, Joel Kolev e Michael Lowy, si spingono fino ad identificare non solo una prossimità, ma un nesso diretto sul piano giuridico ed economico tra sfruttamento della natura e sfruttamento delle masse lavoratrici, che ne compromette salute, qualità della vita ed in un ultima istanza l’occupabilità (basti pensare alle conseguenze su agricoltura, allevamento e turismo dei cambiamenti climatici).

sociologia dell'ambiente
La necessità dell’ecosocialismo raccontata attraverso le arti figurative.
Fonte: jacobinitalia.it

Una risposta politica basata su questi presupposti, che potremmo dunque definire tanto ecosocialista quanto basata sulla sociologia dell’ambiente, si sta faticosamente ma inesorabilmente articolando in quella che potremmo qualificare come vera e propria lotta di classe ambientale: le rivendicazioni socio-ambientaliste hanno già assunto la legittimazione, la notorietà e l’attenzione pubblica necessarie per esercitare influenza significativa presso il campo di quella che Hannigan definiva “arena multipla” (comunità scientifica, media e governi).

Lo dimostrano il successo di movimenti quali Fridays for FutureExtinction Rebellion e di partiti politici come i Verdi in (quasi) tutta Europa, la sempre maggiore centralità politica, soprattutto a sinistra, di piattaforme socio-economici che si rifanno ai precetti del Green New Deal, ma anche in generale, la crescente rilevanza del pensiero ecologico nelle abitudini e nei comportamenti quotidiani, nelle scelte di consumo e nella sensibilità ideologica. La sociologia dell’ambiente è così rilevante nel dibattito pubblico-politico contemporaneo, da rappresentare il principale costrutto ideologico al quale fa riferimento chi intende scardinare l’attuale assetto socio-economico capitalistico per edificare una società fondata sull’uguaglianza e sui diritti.

L’insostenibile contrapposizione tra natura e società

Non bisogna illudersi, la strada da percorrere per giungere a livelli significativi di egemonia è ancora lunga, e la sociologia dell’ambiente fatica a tradursi concretamente in potere politico e quindi in azione di governo. Si tratta di un passaggio che richiederebbe addirittura i tempi del cambiamento antropologico, più che culturale: la normatività sociale nella quale siamo immersi ci porta a percepire la natura come un corpo estraneo, in contrapposizione rispetto alla società. Tale rapporto si struttura secondo la logica dello scontro, piuttosto che dell’incontro, ed identifica la natura né come madre né come matrigna, quanto piuttosto come altro da sé da sfruttare senza limiti e/o da temere fatalisticamente.

Questa rottura irrimediabile dell’unità originaria tra uomo e natura, è così profonda da affondare le radici nei capisaldi e nei miti fondativi della cultura occidentale: dal mito di Prometeo e del fuoco, dalle peripezie omeriche tra ciclopi e sirene dell’Odissea, sirene, fino alla rappresentazione biblica della cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso. Non ultimo, il modello capitalista del profitto e dello sfruttamento è traduzione di questa incomunicabilità irrazionale tra società e ambiente dal piano ideale a quello materiale e sistemico. L’intrinseca interdipendenza ecosistemica fa si che lo sfruttamento della natura sia irrimediabilmente anche sfruttamento sull’uomo, e generi conseguenze sociali riscontrabili nelle attuali contingenze socio-economiche.

Bozzetto preparativo della “città foresta” di Liuzhou in Cina, progettata da Stefano Boeri Architetti: natura e società non sono necessariamente in contraddizione.
Fonte: forbes.com

Non bisogna certo abbandonarsi a facili arcaidismi heideggeriani, connaturati al naturalismo ecofascista e anti-progressista, bensì prendere atto di quanto la sociologia dell’ambiente, essenzialmente, sottolinea: l’età dell’eccezionalismo umano e dell’irrilevanza del contesto ambientale, alimentata e sostenuta dal vetusto paradigma sociologico antropocentrico e, per così dire, socio-centrico, si è infranta contro il muro dei dati di realtà della crisi climatica, che è e sarà anche crisi economica e sociale. L’onnipotenza delle potenzialità della tecnica, della sviluppo e della crescita sono ancorate alla pregnanza della sostenibilità socio-ambientale.

La sociologia dell’ambiente esige la fine di una contrapposizione insensata sul piano scientifico ed insostenibile da un punto di vista pratico, quella tra società e natura. La tensione che attraversa questo rapporto, tra hybris socio-tecnologica e sottomissione naturalista, deve risolversi nella consapevolezza che entrambe descrivono pari merito il dispiegamento della dimensione umana, e che insieme sono punto di partenza e di approdo, o almeno così dovrebbe essere, di ogni analisi e finalità che ambisce ad intestarsi il futuro.

Luigi Iannone

Luigi Iannone
Classe '93, salernitano, cittadino del mondo. Laureato in "Scienze Politiche e Relazioni Internazionali" e "Comunicazione Pubblica, Sociale e Politica". Ateo, idealista e comunista convinto, da quando riesca a ricordare. Appassionato di politica e attualità, culture straniere, gastronomia, cinema, videogames, serie TV e musica. Curioso fino al midollo e quindi, naturalmente, tuttologo prestato alla scrittura.

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