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Fonti: POOL/AFP via Getty Images

Uno degli obiettivi principali di Vladimir Putin è sempre stato quello di restituire alla Russia lo status di Potenza globale perso con la caduta dell’Unione Sovietica. Da qualche anno, l’attenzione del Presidente della Federazione si è spostata sull’Africa, considerata un continente ancora fertile per impiantare una duratura e proficua influenza, che un po’ risuona di nuovo colonialismo.

L’ultima occasione in cui la Russia ha rivelato al mondo la sua decisa tendenza a uno strategico avvicinamento nei confronti dell’Africa è stata la conferenza di fine ottobre tenuta a Sochi. Come risulta da diverse fonti, in questa sede i capi di Stato del continente avrebbero firmato con Putin diversi protocolli d’intesa, per un valore complessivo di circa 12,5 miliardi di dollari.

Russia e Africa: sodalizio o colonialismo?

Materie prime, armi e infrastrutture, specialmente energetiche, sono gli assets sul tavolo diplomatico tra Russia e Africa. Specialmente quello dell’industria bellica è il settore in cui storicamente Mosca ha puntato nei suoi rapporti con i leader del continente, da nord a sud: stando infatti a diversi studi, la Russia è il principale fornitore di armi per mezza Africa, con numeri anche maggiori di quelli degli Stati Uniti. Per quanto invece riguarda gli altri settori, Putin ritiene che, insistendo sulla strada del partenariato russo-africano, il giro di scambi e d’affari non possa che crescere.

L’approvvigionamento delle materie prime che servono alla Russia per le sue attività industriali (specialmente siderurgiche), in cambio di know-how nel campo della produzione di energia (soprattutto nucleare) e dell’intensificazione delle reti commerciali sembrano, stando ai risultati sbandierati del vertice di Sochi, i risultati possibili del crescente legame tra Mosca e Africa.

È chiaro che la prospettiva di una Russia protesa allo sfruttamento delle risorse africane possa far gridare allo scandalo di un nuovo colonialismo, apparentemente teso ad affiancarsi a quello “storico”, di matrice europea e statunitense, e a quello più recente impostato dalla Cina, di carattere prevalentemente economico e commerciale.

In realtà, a uno sguardo meno impulsivo le cose non starebbero proprio così, almeno non ancora, e comunque non entro un prossimo futuro. Il motivo è molto semplice: nell’impresa di introdursi di prepotenza sullo scenario africano, la Russia parte da un presupposto sostanziale del tutto errato, ovvero di essere una grande Potenza, mentre nei fatti non lo è.

La difficile rincorsa della Russia alle grandi Potenze

Nella competizione con Cina e Stati Uniti (ma anche con alcune Nazioni europee, in primis la Francia e la Germania), la Russia è cronicamente indietro. Se non vendesse armi con cui affascinare capi di Stato dalla reputazione quantomeno discutibile, in Africa non sarebbe presente quasi per nulla. Quando sbandiera la prospettiva di raddoppiare il volume d’affari col continente, Putin intenzionalmente trascura di considerare che si tratterebbe di moltiplicare numeri irrisori, se confrontati con quelli dei suoi competitors.

Non si capisce bene, nelle intenzioni del Cremlino, quali merci la Russia dovrebbe ulteriormente esportare, oltre a quelle che già piazza su mercati acerbi e per lo più saturati dai prodotti cinesi; non si intende nemmeno cosa in più dovrebbe importare dall’Africa, visto che dall’intero continente proviene solo l’1,1% del volume di importazioni russe.

Piazzare più armi e ricavare ancor più materie prime rappresenta probabilmente il punto strategico di questo azzardato e, stando a molti osservatori, ancora mal architettato programma di nuovo colonialismo. Non solo quello che la Russia ha da offrire per aumentare in maniera decisiva il proprio peso politico non è moltissimo, ma soprattutto, come nota il prestigioso portale Foreign Policy, in una situazione di competitività mondiale per accaparrarsi i suoi favori in fondo è proprio l’Africa che potrebbe avere tutto da guadagnare.

L’Africa, “cliente” o vittima?

In effetti, dove c’è più offerta è il “consumatore” a poter scegliere. I leader del continente possono attualmente barcamenarsi tra le proposte d’affari di Cina e Stati Uniti, sicuramente più strutturate e qualificate, tra cui la Russia obiettivamente fa fatica a inserirsi. Certo, nessuno finora aveva pensato di aumentare l‘offerta di nucleare all’Africa, allettante forse perché in grado di offrire una certa indipendenza energetica sul medio periodo a Paesi al perenne inseguimento del miracolo dello sviluppo istantaneo e dell’emancipazione, appunto, dal colonialismo economico.

Anche qui, però, la ragione dell’innovatività della proposta russa sul nucleare è piuttosto facile da intuire. Molti dei Paesi africani che avrebbero appetiti nucleari sono politicamente instabili e comunque non possono permettersi di mantenere una tecnologia molto costosa. Non a caso, l’unico impianto a oggi funzionante si trova in Sudafrica, vicino Città del Capo.

Bisogna allora riconoscere che, se alla Russia già resta poco spazio per il colonialismo economico e in più ottiene risultati altalenanti anche dal punto di vista della corruzione politica e della destabilizzazione militare, a Putin rimane ben poco di cui vantarsi dopo il vertice di Sochi.

Affari sporchi e destabilizzazione

Consapevole della difficoltà di imporsi per vie convenzionali, Putin e la nutrita cricca di sodali e oligarchi che lo supporta in patria avrebbero provato a diversificare la metodologia di penetrazione in alcuni Paesi dell’Africa. Avrebbero infatti tentato di puntare su alcuni “cavalli vincenti” nelle elezioni politiche o presidenziali in certi precisi contesti, come in Madagascar. In sostanza, le prestazioni offerte a candidati compiacenti avrebbero previsto un certo tipo di servizio in cui, ultimamente, la Russia eccelle parecchio: la produzione di fake news e il traffico di informazioni per inquinare le competizioni elettorali.

Tuttavia, a quanto sembra l’operazione progettata è miseramente fallita, dato che nessuno dei “cavalli” filorussi è riuscito per ora a imporsi. Ecco perché un altro tipo di prestazione è stato offerto (non dal governo russo, beninteso, almeno non ufficialmente) con uguale disponibilità: l’opera di mercenari in contesti di guerra, come la Libia.

Qui sembra che la società privata Wagner, connessa a un oligarca implicato anche nel Russiagate, abbia prestato la sua “utile” opera al fianco del generale Haftar. Proprio in Libia, peraltro, secondo uno studio dell’ISPI la Russia avrebbe già preso accordi per lo sviluppo del nucleare civile. Si tratta di un Paese che, si ricordi, è in uno stato di guerra civile praticamente dal 2011: in questi termini, la notizia appare terrificante, al limite del surreale.

Come si vede dall’esempio libico, al di là degli scarsi risultati previsti il problema dell’ambiziosa politica di Potenza russa è concreto e connesso coi risvolti di ulteriore, possibile confusione e reali pericoli umanitari e ambientali che simili, disordinate iniziative potrebbero portare sullo scenario africano.

La Russia e un modello che l’Africa non vuole

Senza considerare i costanti pericoli per la pace causati dal commercio bellico, atti “clamorosi” e più simbolici, come il condono del debito estero di Paesi in forte crescita come l’Etiopia o la bella ma chissà quanto sincera promessa di non operare contro gli interessi dell’Africa, dunque rifuggendo l’instaurazione di un nuovo colonialismo “duro e puro”, intendono promozionare il tentativo di penetrazione russa come assolutamente distinto da quelli dei concorrenti occidentali e orientali, nei cui confronti si punta a creare risentimento e disaffezione.

Il nuovo mito della “Russia buona” e portatrice di vero progresso, dopo decenni di inganni europei, americani e infine asiatici è dunque il ritornello preferito intonato da Putin all’Africa. Il problema è che il continente, che nonostante tutto dimostra un’opinione pubblica giovane e in continua evoluzione, non appare interessato alla Russia nemmeno sotto la veste di Paese modello, dato che quasi nessun cittadino del continente, secondo recenti indagini, ritiene Mosca un modello di sviluppo, essendo ancora gli USA e subito dopo la Cina i veri punti di riferimento.

Non c’è che dire: da qualsiasi punto la si tenti, la rincorsa al colonialismo di Putin parte davvero con un abissale svantaggio.

Ludovico Maremonti

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