Ugo Foscolo è uno dei maggiori rappresentanti dell’età napoleonica, ma la sua peculiarità si mostra nel conciliare l’ideale neoclassico con l’inquietudine in un periodo in cui illuminismo e Romanticismo si fondono.
Figlio della tradizione neoclassica (diffusa nella prima metà del ‘700) con una propensione all’imitazione dei grandi classici latini e greci, Foscolo riesce ad imprimere ai suoi scritti un anticipo del sentimento romantico, che alberga in lui, con la razionalità e la semplicità della corrente precedente.
I temi presenti in tutti i suoi componimenti sono quelli del mirabile, delle illusioni e del passionato, ingredienti che saranno miscelati per dar vita alle sue opere, alcune anche autobiografiche con ispirazione epistolare.
Anche il sentimento politico è molto forte e predominante. Foscolo si sente tradito dal fallimento della Rivoluzione francese che ha poi fatto posto all’Impero napoleonico. L’Italia sognava libertà ed autonomia, ma con l’inizio del nuovo Regime tutte le speranze sono andate in frantumi e la nostra penisola resterà ancora divisa in numerosi stati. Dopo la Rivoluzione inoltre la classe borghese era diventata una sorta di guida, uno stereotipo degli antichi patrizi romani, e di conseguenza questo rendeva insoddisfatti i cittadini legati all’idea di libertà.
La genialità di Foscolo sta nell’esser riuscito a coordinare questi temi creando una tensione tra sentimento e ragione, ideale e realtà, diventando una sorta di poeta vate che usa il mito classico della bellezza e facendosi portavoce dei valori dell’amicizia, della pietà, della patria, dell’amore e della poesia.
Filosoficamente parlando abbracciava la teoria del sensismo e del materialismo meccanicistico secondo i quali, rispettivamente, ogni forma di conoscenza si lega alle sensazioni e la realtà si riduce al semplice moto incessante di nascita, sviluppo e morte. Tramite gli studi di Giambattista Vico, Foscolo approfondì il concetto di morte e del culto dei defunti, accettando la sopportazione di quel senso di vuoto e di angoscia che ci lascia. Il suo porto di quiete resta la poesia che, con ispirazione boccacciana, è vista come salvifica, valvola di sfogo e soprattutto come un modo per restar immortale nel ricordo di chi ci legge.

I versi danteschi, posti come sottotitolo del romanzo, vogliono suggerirci che la morte del protagonista deve in realtà essere letta come il ritrovo della libertà perduta, un elogio all’individualità attraverso il tono lirico-emotivo appassionato e retorico.
In questo romanzo compare anche il tema del sepolcro come luogo di memoria degli affetti e di comunione tra vivi e morti, poi approfondito con i “Sepolcri”.
Nel carme Foscolo, a carattere epistolare e poetico indirizzato all’amico Ippolito Pindemonte, rema contro l’Editto di Saint-Cloud, una legge che confina tutti in anonime sepolture. Le tombe dovrebbero per il poeta servire per quella corrispondenza di amorosi sensi che legherà per tutta la vita il defunto con i propri cari. Inoltre visitare la tomba di Dante o passeggiare tra le strade che una volta sono state teatro di qualsivoglia tragedia, trasmette un’ emozione che ci fa quasi sentire partecipi di quel dolore dai loro cari provato, ottenendo così una vera e propria catarsi.
Ne i suoi Sonetti e le nelle Odi, in cui Foscolo si destreggia con tono colloquiale in un monologo dove l’ interlocutore è la Sera stessa, crea una metafora di quattro strofe basata sull’analogia tra sera, quiete e morte. È questo il “porto di quieto” in cui il poeta si rifugia e nel quale riesce finalmente a ritrovar la pace, far addormentare quello “spirto guerrier ch’entro mi rugge”. Si nota inoltre la concezione materialistica della morte, come morte del corpo e dell’anima mitigato dal pensiero di ottenere la pace eterna.
Nel sonetto “In morte del fratello Giovanni”, in cui il poeta tratta il tema dell’esilio, è espressa la sua malinconia per non poter tornare in patria a rendere omaggio al fratello lasciando la madre sola, immaginata sulla sua pietra a piangerlo. Il pensiero che più lo attanaglia è però 
Il pensiero di non riveder più la sua patria trova posto anche nel sonetto “A Zacinto” , un’ode al suo luogo d’origine divinizzato per l’introduzione di vari miti di origine greca. La stessa Venere ha avuto origine in quelle spiagge e Omero, cantando le disgrazie di Ulisse desideroso di ritornare ad Itaca, sembra quasi narrare la sua vicenda da esule. Il legame letterario è però destinato ad avere anche un’antitesi: Ulisse tornerà dalla sua Penelope mentre Foscolo non potrà mai più “toccare le sacre sponde ove il mio corpo fanciulletto giacque”.
Alessia Sicuro

















































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