
La buona notizia per i sostenitori del NO al referendum, oltre a quella della vittoria schiacciante arrivata dopo una quasi insperata rimonta, è che da oggi non dovranno più fare degli sforzi immani per trovare forze ed energie al fine di replicare agli argomenti banali, manipolatori e semplicistici utilizzati dal Governo e dal centrodestra per sostenere la loro proposta di riforma della Costituzione.
Dopo l’iniziale netto vantaggio del SI nei sondaggi, principalmente determinato da una mancanza di informazione da parte della maggioranza degli elettori, gli ultimi mesi hanno infatti visto una mobilitazione del comitato per il NO e di tutto il centrosinistra unito, con la destra che ha cominciato a essere in affanno e si è trovata costretta a ricorrere all’utilizzo di temi piuttosto discutibili a sostegno della riforma.
Nelle ultime settimane il comitato per il SI le ha provate tutte per accaparrarsi i consensi di quelli che erano indecisi, non riuscivano a capire il contenuto della riforma – effettivamente molto tecnico per chi non ha una formazione giuridico-politica –, o semplicemente si rifiutavano di comprenderlo, più interessati a esprimere un voto politico.
Abbiamo quindi sentito dire che la vittoria del NO avrebbe consentito la libertà a immigrati illegali, stupratori, pedofili e spacciatori, che se la riforma non fosse passata i giudici avrebbero strappato i figli alle madri, che il CSM ha un sistema di stampo para-mafioso, che il processo penale uccide le famiglie e la magistratura è un plotone di esecuzione.
Ebbene, la prima riflessione che occorre fare è che, molto probabilmente, il metodo comunicativo utilizzato dal Governo per sostenere questa riforma è stato totalmente sbagliato. Gli elettori hanno capito che gli argomenti succitati non avevano nulla a che vedere con la proposta di riforma e che quindi i sostenitori del SI avevano argomenti poco convincenti. In più, dopo che Giorgia Meloni si è esposta pubblicamente con un video di 14 minuti condiviso sui social, si è giunti alla politicizzazione completa del referendum, che ha però rafforzato il bacino di voti espressi semplicemente contro il Governo, in quella che è stata una sorta di riedizione del referendum anti-Renzi del 2016.
A tal riguardo, questa forma di campagna manipolativa impone anche una riflessione sulla necessità per la destra di concentrarsi su una riforma del proprio ceto dirigente e dei propri rappresentanti politici, prima di promuovere qualsiasi riforma della giustizia. Le uscite spropositate di Salvini, le dichiarazione sempre più imbarazzanti di Tajani, le gravi affermazioni della capa di gabinetto di Nordio, la sudditanza – travestita da diplomazia – di Meloni verso gli Stati Uniti imperialisti, fino ad arrivare al recente caso del sottosegretario Delmastro – già condannato a 8 mesi per rivelazione del segreto d’ufficio – e dei suoi apparenti rapporti con un clan mafioso, rappresentano solo una conferma di una tale necessità.
Una sensazione, quest’ultima, consolidata dal fatto che, con la bocciatura di questa riforma, il Governo ha finora portato a casa 0 riforme dal giorno del suo insediamento. Numero che non sembra poter cambiare nel prossimo futuro e prima delle elezioni politiche del 2027, considerando che le altre due riforme promosse dal Governo – autonomia differenziata e premierato – sono bloccate nel loro iter parlamentare. Un elemento questo che non sfuggirà agli elettori in sede di prossima consultazione elettorale, quando si tireranno le somme e si scoprirà che il Governo Meloni non ha riformato nulla come aveva promesso, mentre ha realizzato buona parte dei suoi interventi tramite un oggettivo abuso della legislazione d’urgenza (103 decreti-legge sinora) sulle quali è stata spesso posta la questione di fiducia, bypassando di fatto le discussioni in Parlamento.
In effetti, è molto difficile non interpretare questo risultato referendario come una forma di distacco e di protesta degli elettori verso questo Governo e i suoi esponenti. Così come è difficile immaginare che un tale risultato, così netto, non possa avere un’influenza sul futuro del Governo nell’ultimo anno e mezzo di legislatura che resta.
Né potrà il Governo appellarsi al dato dell’affluenza, di solito utilizzata per sostenere che il risultato elettorale non rispecchia la vera volontà del popolo. Il 59%, inatteso e insperato, rappresenta un dato altissimo e indicativo della mobilitazione degli aventi diritto. È un’affluenza nettamente più alta di quella delle precedenti consultazioni referendarie costituzionali.
Al contrario, il dato sull’affluenza non è da interpretarsi solo come una forma di mobilitazione volta a salvaguardare il ruolo dei giudici e del CSM. Anzi, è l’ennesima conferma dell’avvenuta politicizzazione del referendum, voluta dallo stesso Governo, strategia che però ha attratto alle urne elettori fino a poco prima disinteressati dal contenuto della riforma.
Allo stesso tempo, va sottolineato che si tratta di un dato che, a dire il vero, sarebbe opportuno riscontrare in ogni occasione elettorale, a prescindere dal contenuto della consultazione.
Se la destra però si è complicata il cammino da sola, incespicando nelle proprie gambe, dall’altro lato ci si chiede come la sinistra potrà sfruttare a proprio vantaggio questa prima e finora unica caduta del Governo nei suoi quasi 4 anni di legislatura. Nel campo largo regnano ancora i piccoli mal di pancia, e ognuno cerca, a modo suo, di attribuirsi la vittoria del referendum ed di approfittare dell’occasione per candidarsi come possibile leader della coalizione di campo largo alle prossime primarie.
Da capire se nei prossimi 18 mesi le piccole ruggini e i battibecchi più o meno velati saranno messi da parte o se si trasformeranno, ancora una volta, in una nuova ed abbastanza incredibile occasione per il centrodestra.
Amedeo Polichetti
















































Condivido l’analisi politica. Ho molte perplessità sulla possibilità di trovare una condivisa strada per tenere tutto il raggruppamento del centro sinistra insieme. A mio avviso si dovrebbe partire da un progetto su argomenti condivisi : politica estera, scuola, sanità, casa, politiche sociali e giovanili, adeguamento salari e pensioni. Dopo un chiaro e pubblico accordo su questi temi, si passa al metodo per scegliere la leadership. Bravo Amedeo.
Grazie mille del commento.
È una proposta interessante, tuttavia non sono del tutto convinto che una discussione preliminare sui temi renderebbe “piu semplice” l’individuazione di un leader di coalizione.
C’è il forte rischio che anche se si trovasse una linea comune, i partiti del campo largo continuerebbero a litigare su chi debba essere il candidato.
Le primarie restano uno strumento divisivo e frammentario a mio avviso. Gli elettori di sinistra, quando chiamati alle urne, non dimenticano i precedenti screzi e le contrapposizioni verificatesi in occasione delle primarie, e questo porta ad una dispersione dei voti.
Peraltro, resta il problema di capire come intavolare una discussione che metta tutti d’accordo sui temi da te elencati. Un mega congresso che evidenzi in mondovisione la contrapposizione – purtroppo esistente – sui vari temi non credo sia una buona soluzione.
A mio modesto parere, in questo momento quello che serve e umiltà, onestà e lungimiranza da parte degli attuali leader, che devono anche valutare la possibilità di fare un passo indietro e lasciare spazio a figure piu fresche, energiche, pragmatiche e competenti.