Khamenei e Trump
Fonte: kurdistan24.net

Siamo a marzo, mese di rinascita della natura, mese di ritorno delle allergie, mese di esportazione di democrazia a suon di bombe. Il 20 marzo 2003, gli Stati Uniti d’America guidavano le operazioni per l’inizio della seconda guerra del Golfo, invadendo l’Iraq con la scusa di un minaccioso Saddam Hussein pronto a sfoderare, davanti al mondo inerme, il suo arsenale di armi chimiche. L’attacco congiunto sferrato da Israele e Stati Uniti d’America sul territorio iraniano il 28 febbraio ha trovato giustificazione in una scusa simile; Donald Trump ha indicato l’Operation Epic Fury (Operazione Furia Epica) come operazione militare mirata alla distruzione del regime, della marina iraniana e dell’arsenale missilistico della Repubblica Islamica, il quale, secondo i vertici statunitensi, potrebbe, e anzi starebbe per raggiungere Europa e Stati Uniti stessi.

Le esplosioni, insieme all’uccisione di centinaia di civili (oltre 200, con decine di bambini, secondo la Mezzaluna Rossa), hanno portato alla morte di Ali Khamenei. Già Presidente nel 1981, in carica come Guida Suprema dal 1989, Khamenei era oramai anziano e malato, anche se la sua situazione non deve certo indurre a pensare che fosse debole e indifeso, come si può supporre di un uomo alla fine della sua esistenza terrena. L’Ayatollah è stato, per decenni e per milioni di cittadini, un incubo divenuto realtà, basando le proprie politiche su repressione, tortura, esecuzioni e divenendo, di fatto, uno dei più crudeli e longevi dittatori della storia contemporanea. Chiaramente, l’uccisione verrà rivendicata come azione fondamentale per il rovesciamento del regime e la riuscita di quella che Israele ha denominato Operazione Leone Ruggente (dopo l’Operazione Leone Rampante della scorsa estate), ma va fatta chiarezza. Il fattore anagrafico e la cartella clinica, hanno fatto sì che la politica iraniana fosse, bombe o meno, già da tempo preparata alla sostituzione di Khamenei, che questa derivasse da morte naturale, da attentati o da attacchi di nazioni estere; per quanto cruda possa apparire l’immagine, dunque, si può pacificamente ammettere che Stati Uniti e Israele abbiano solo accorciato i tempi dettati da madre natura, coinvolgendo però, ancora una volta, civili e innocenti.

Se a Washington credono di aver già vinto lo scontro con Teheran, hanno evidentemente enormi lacune riguardanti la storia, la vita politica e l’assetto militare iraniano. In primis, i veri interlocutori bellici di USA e Israele, interni al territorio, sono i Pasdaran, guardiani della rivoluzione creati dall’Ayatollah Khomeini nel 1979 e posti come contrappeso all’esercito convenzionale, pericolosamente ancora vicino, in alcuni esponenti, allo scià. È ipotizzabile, a tal proposito, uno scenario in cui gli statunitensi cerchino di infiltrarsi proprio nell’Artesh, in modo da scatenare una guerra interna e destabilizzare ulteriormente l’Iran. In secondo luogo, per quanto sia falso che i missili e le armi iraniane possano raggiungere America e centro Europa, questi possono invece raggiungere e hanno già raggiunto, anche agevolmente, gli alleati regionali degli aggressori statunitensi, a partire proprio da Tel Aviv; ogni scudo difensivo, ogni sistema di intercettazione, per quanto potente sia, non può del tutto inibire gli attacchi iraniani che, anche se di qualità inferiore rispetto ai competitor (gittata di circa 2000 km), riescono ad essere soprattutto numericamente più massicci ed insidiosi.

Di nuovo, quindi, la difesa preventiva americana potrebbe rivelarsi disastrosa, dando vita, come detto anche dal Segretario Generale dell’ONU, Antonio Gutierres, ad una pericolosa escalation “che nessuno può controllare, nella regione più instabile del mondo”. Oltre al Consiglio di Sicurezza, riunitosi con urgenza, anche l’UE è in massimo stato d’allerta. Si auspica che la reazione europea sia ferma nella condanna delle scellerate azioni israelo-statunitensi e che ci si tenga ben distanti da una guerra non nostra, che potrebbe essere, ancora una volta, scatenata da presidenti e potenti vogliosi di giocare a Risiko.

Anna Farina

Anna Farina
A scuola ero la bambina che comprava l'atlante storico quando il rappresentante dei libri entrava in classe. Ho studiato scienze politiche e relazioni internazionali, poi mi sono innamorata del diritto. Passo i miei giorni a scrivere di geopolitica, guardare film tedeschi degli anni Venti, tifare il Milan e la Ferrari. Amo visceralmente la diversità.

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