Gatta Rosi
fonte immagine: virgilio.it

Esiste un punto di rottura nella coscienza collettiva oltre il quale le parole perdono peso e restano solo silenzio e brivido. Guardando lo scenario mondiale attuale, tra conflitti in ogni angolo e minacce di annientamento globale, si arriva spesso a pensare che l’orrore e la follia umana non abbiano più confini. Quasi non ci si scandalizza più quando un folle minaccia di cancellare intere popolazioni con un comando remoto. Ma, proprio quando pensiamo di aver toccato il fondo, scopriamo che l’apice del disumano non è stato ancora raggiunto. La crudeltà dell’essere umano non è un’esplosione improvvisa, ma una linfa nera che scorre sotterranea, manifestandosi in ogni forma e contesto. Chi tortura, chi ferisce o uccide un essere indifeso, non è definibile né come uomo né come animale, nella sua accezione dispregiativa che siamo soliti attribuirle. È un’entità svuotata, lontano da ogni definizione di essere umano.

Da giorni circolano le notizie di Rosi, la gattina ritrovata agonizzante nel quartiere romano di Tor Tre Teste. In quanti, ogni mattina, abbiamo aperto il web come prima cosa per verificare le sue condizioni, sperando in un segnale di vita condiviso da chi se ne prendeva cura? Rosi è stata vittima di una violenza inspiegabile e incomprensibile, arrivata in clinica senza polso, con traumi incompatibili con un incidente. Era un corpicino martoriato, ricoperta di sangue, una “codice rosso” il cui unico “peccato” era essere lì, a portata di mano di un mostro. Grazie alle cure costanti e alle condivisioni di chi l’ha vegliata, abbiamo assistito al suo miracoloso ritorno alla vita, ma il dolore che traspare da quegli occhi resta una ferita aperta per tutti noi. Ora Rosi sembra star recuperando piano piano, almeno fisicamente. Ma come spiegarle che può ancora fidarsi degli uomini? Che non c’è solo male lì fuori, se nemmeno noi ne siamo più così tanto convinti?

Davanti a tanta barbarie, ci si sente in balia del nulla. Con la lentezza che caratterizza la burocrazia italiana, qualcosa comincia a muoversi: la recente Legge n. 82 del giugno 2025 ha inasprito le pene, portando fino a quattro anni di reclusione la condanna per chi uccide con crudeltà. Ma la riforma resta monca senza la certezza della pena.

Purtroppo, il calvario di Rosi non è un caso isolato, ma l’ennesimo capitolo di un’antologia del terrore che non accenna a chiudersi. Non possiamo dimenticare la fine atroce di Aron, il pitbull bruciato vivo a Palermo dal suo stesso proprietario, di Leone scuoiato ad Angri, o la scia di sangue lasciata da chi, negli ultimi mesi, ha bersagliato gatti e cani di colonia in diverse periferie italiane come se fossero bersagli da poligono. Questi episodi, difficili persino da definire con il vocabolario corrente, sono la spia di un degrado morale che precede quello sociale. L’umanità sta mostrando il suo peggio, un volto deformato dall’assenza di empatia e noi, spettatori spesso troppo silenziosi, siamo in parte complici di questo declino se non pretendiamo giustizia vera e leggi che puniscano severamente chi scambia la vita per un gioco al massacro. L’orrore del mondo moderno non è solo nella bomba che cade lontano, ma nel fendente sferrato nell’ombra di un parco cittadino contro chi non può difendersi. Se permettiamo che l’atrocità diventi consuetudine, avremo perso l’ultima scintilla di ciò che ci rende umani.

Nunzia Tortorella

Nunzia Tortorella
Avida lettrice fin dalla tenera età e appassionata di ogni manifestazione artistica. Ho studiato Letterature e culture comparate all'università di Napoli L'Orientale, scegliendo come lingue di studio il tedesco e il russo, con lo scopo di ampliare il mio bagaglio di conoscenze e i miei orizzonti attraverso l'incontro di culture diverse. Crescendo, ho fatto della scrittura il mio jet privato.

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