
Ci sono violenze che non fanno rumore. Avvengono lontano dai riflettori, spesso nel silenzio delle case o ai margini dei villaggi, violenze che continuano a segnare la vita di milioni di bambine e donne. Le mutilazioni genitali femminili sono una di queste: pratiche antiche, crudeli, ancora oggi troppo diffuse, che rappresentano una grave e sistematica violazione dei diritti umani.
Il 6 febbraio, Giornata Internazionale contro le Mutilazioni Genitali Femminili, serve ad accendere i riflettori su una realtà che molti preferirebbero considerare lontana, relegata a un passato arcaico o a Paesi “altri”. Purtroppo le MGF esistono ancora, nel 2026, in decine di Paesi del mondo e, in forma clandestina, anche nella moderna Europa.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, le mutilazioni genitali femminili si dividono in quattro tipologie principali: dalla clitoridectomia, alla rimozione parziale o totale dei genitali esterni, fino all’infibulazione, la forma più estrema e invasiva che consiste nel restringere l’orifizio vaginale. A subirle sono soprattutto bambine e adolescenti, spesso tra i 5 e i 14 anni, ma in alcuni contesti anche neonate o giovani donne adulte. Oltre 200 milioni di donne e ragazze nel mondo ne portano i segni, in particolare in tantissimi Paesi dell’Africa subsahariana, del Corno d’Africa, del Medio Oriente e di alcune aree dell’Asia, con percentuali che in alcune regioni raggiungono quasi la totalità della popolazione femminile.
Nel tempo, la comunità internazionale ha riconosciuto queste pratiche come una violazione dei diritti fondamentali: oggi le mutilazioni genitali femminili sono vietate per legge in molti Paesi. Eppure, il divieto non basta; ad esempio, l’Egitto è considerato un paese africano altamente sviluppato, eppure il 93% delle donne subisce ancora questa violenza. La pratica è spesso troppo radicata culturalmente per essere estirpata con la sola repressione normativa. Continua a sopravvivere nell’ombra, tramandata di generazione in generazione, giustificata come tradizione, come requisito sociale, come destino inevitabile. Donne, più frequentemente addirittura bambine, non hanno voce per quanto riguarda il proprio stesso corpo, la loro stessa vita.
Le conseguenze delle mutilazioni genitali femminili
Le conseguenze sulla salute delle donne sono devastanti e accompagnano le vittime per tutta la vita. Le mutilazioni vengono spesso praticate in condizioni igienico-sanitarie precarie, senza anestesia, con strumenti rudimentali e non sterilizzati, passati di mano in mano, di donna in donna. Il dolore è immediato, violento, insopportabile, e costringe le donne a stare a letto per giorni. Non sono rari i casi di emorragie gravi, infezioni, shock e, in molti casi, anche la morte già durante l’intervento.
Ma la violenza non finisce lì, la mutilazione non è un taglietto momentaneo. Nel corso degli anni molte donne sono costrette a convivere con dolori cronici, difficoltà urinarie, infezioni ricorrenti e rapporti sessuali estremamente dolorosi. La maternità, quando arriva, diventa spesso un incubo: le mutilazioni aumentano in modo significativo il rischio di complicazioni durante il parto, con lacerazioni, emorragie e pericolo sia per la madre che per il neonato. In numerosi casi, soprattutto dove l’accesso alle cure è limitato, le donne muoiono proprio mentre partoriscono. Chi sopravvive al primo parto è terrorizzata dalla prospettiva di un secondo.
Le MGF sono “cose da donna” per molti patriarchi, ma se una donna dice no alla mutilazione, se una madre sceglie di non mutilare sua figlia, nessun uomo la prenderebbe in moglie, e le donne non la aiuterebbero durante un parto da “impura”.

Le ragioni che spingono a perpetuare queste pratiche sono complesse e profondamente intrecciate. Non si tratta solo di religione – che in realtà non prescrive le mutilazioni genitali femminili – ma di controllo sociale, identità culturale e pressione comunitaria. In molte comunità una bambina non mutilata è considerata impura, inadatta al matrimonio, esclusa dalla vita sociale. La mutilazione diventa così una condizione per “appartenere”, per essere accettate, per avere un futuro.
Girls from Earths
Il documentario Girls from Earths restituisce con forza questa realtà attraverso le voci delle dirette interessate. Le testimonianze sono disarmanti: bambine che chiedono di essere mutilate per non essere emarginate, per poter continuare a giocare con le coetanee, per non sentirsi “sbagliate” fin dalla tenera età. Altre raccontano la paura di non essere scelte da un uomo – spesso molto più grande – e di non poter accedere a ciò che viene presentato come l’unico destino possibile: il matrimonio e la maternità, a volte già a 9 o 10 anni.
Qui il tema delle mutilazioni genitali femminili si intreccia inevitabilmente con quello dei matrimoni infantili: il corpo delle bambine diventa terreno di scambio, oggetto da “preparare” per un futuro che non hanno scelto. Nel documentario si parla anche di un rescue center, un centro di protezione che accoglie le ragazze sottraendole alle famiglie, perché in alcuni contesti, se non sei mutilata, semplicemente non puoi fare nulla. Non puoi studiare, non puoi sposarti, non puoi esistere socialmente.
Fa impressione pensare che tutto questo accada nel 2026. Sembra la trama di un film ambientato in un passato remoto, e invece è la quotidianità di tante bambine e donne, non solo nei Paesi più poveri. Di fronte a queste atrocità, il silenzio non è un’opzione. Le battaglie portate avanti da attiviste come Jaha Dukureh, sopravvissuta alle mutilazioni e oggi voce globale contro questa violenza, dimostrano che il cambiamento è possibile, ma richiede coraggio, ascolto e impegno costante. Serve educazione, protezione delle bambine, sostegno alle donne e la capacità di mettere in discussione tradizioni che nulla hanno a che vedere con la dignità umana. Un cammino non certo facile ma che non deve terminare finché questo atroce lascito ancestrale non scomparirà e le bambine e le donne possano finalmente essere padrone della propria vita. Il 6 febbraio deve essere un richiamo alla responsabilità collettiva, perché nessuna cultura, nessuna consuetudine, nessuna paura sociale può giustificare la violenza sul corpo e sulla vita di donne e bambine.
Nunzia Tortorella















































