pena di morte
fonte immagine: terrasanta.net

Gaza è ormai un’entità amorfa, avvolta dal fumo. È un nome che sentiamo, ma non riusciamo a identificare, come quando si sogna, ci si sveglia e non ci si ricorda esattamente cosa.
Dall’inizio del Piano Trump, i principali media europei non parlano nemmeno più di pace; non parlano e basta. Certo c’è sempre, per esempio, verso la fine dei telegiornali dell’ora di pranzo, un resoconto giornaliero, che magari riporta un numero di vittime, la notizia di un nuovo edificio raso al suolo, l’appello di qualche personaggio affinché la popolazione civile riceva aiuti mai realmente e concretamente arrivati a chi ne necessita. Quello che manca è, come sempre, la chiarezza su chi sia il soggetto che da anni affama, stermina, distrugge i palestinesi.
Il mondo oggi si concentra sul Libano, sull’Iran e sullo stretto di Hormuz. Eppure i palestinesi, seppur decimati, sono ancora là; lo Stato di Israele continua indisturbato a porre in essere il suo progetto genocidario e l’ultimo schiaffo ai diritti umani lo ha dato qualche giorno fa, con l’approvazione di una legge degna dei più crudeli e inumani ordinamenti basati su un regime di apartheid e discriminazione. Quella che sembrava una trovata propagandistica di uno dei partiti più estremisti, Otzma Yehudit, e del ministro Ben Gvir (che la sociologa israeliana Eva Illouz definisce rappresentante primario del “fascismo ebraico”), è diventata concretamente parte della legislazione israeliana: i palestinesi condannati per atti di terrorismo potranno essere messi a morte.
La pena di morte in Israele è prevista in casi eccezionali, ma è stata applicata per l’ultima volta per eseguire la sentenza del processo ad Eichmann, il 31 maggio 1962. Ora invece i tribunali potranno arbitrariamente decidere per la condanna, convertibile in ergastolo in determinate e limitate fattispecie, senza che questa sia stata richiesta dal PM e con una maggioranza semplice, non assoluta. Soggetti a condanna saranno anche i palestinesi che non si trovano su territorio israeliano, ma nei territori occupati.

Cosa intende Israele con “terroristi palestinesi

Quando si parla del popolo palestinese, la legislazione israeliana applica una certosina opera di deformazione; anche il termine “terrorista” smette di essere una categoria giuridica precisa e si trasforma in un contenitore politico onnivoro capace, in breve, di criminalizzare ogni forma di dissenso. Il riferimento giuridico è la Counter-Terrorism Law del 2016, contornata dalle numerose ordinanze militari riguardanti Cisgiordania e territori occupati; in questi testi, il confine tra attivismo e lotta armata viene deliberatamente cancellato: oltre all’ipotesi madre, in cui un palestinese causa la morte di un cittadino israeliano, un adolescente che lancia una pietra contro un blindato è un terrorista, come chi partecipa a una manifestazione non autorizzata o utilizza i propri profili social per criticare il governo e i suoi componenti.

Questa impalcatura normativa non punta solo a punire l’atto violento, ma a colpire il movente ideologico; per lo Stato israeliano è poi lecito utilizzare prove a cui gli imputati e i loro avvocati non possono accedere e porre in essere detenzioni arbitrarie per soffocare la resistenza palestinese (fino a 96 ore prima dell’effettiva comparsa davanti a un giudice).

In questo sistema, la “lotta al terrore” diventa il paravento legale per una gestione da Stato di polizia, che trasforma diritti civili universali in minacce alla sicurezza nazionale, rendendo di fatto ogni palestinese, di qualsiasi genere ed età, un potenziale bersaglio giuridico da condannare a essere letteralmente appeso per il collo finché morte non sopraggiunga.

L’Europa rimprovera mentre finanzia

La nuova legge israeliana, approvata tra brindisi e festeggiamenti di chi è fiero di aver trovato un ulteriore strumento per lo sterminio di un popolo, sembra aver suscitato particolare sdegno in un’Europa che, da sempre, si dice patria di democrazia e civiltà. Messaggi di preoccupazione sono stati espressi da diversi leader politici, con il Segretario generale del Consiglio d’Europa, Alain Berset, che ha chiarito come la pena di morte rappresenti un anacronismo giuridico incompatibile con gli standard contemporanei in materia di diritti umani. Per quanto tali dichiarazioni possano considerarsi veritiere e insindacabili, sarebbe forse il caso di ricordare allo stesso Berset e a tutti coloro che si sono esposti sulla vicenda, con le dovute eccezioni, che nei confronti del popolo palestinese, Israele non si attiene agli standard contemporanei in materia di diritti umani da circa settant’anni. Questo, anche grazie alla complicità di chi oggi critica la nuova legge omicida, ma nel frattempo stringe accordi e firma partenariati che prevedono vendita di armi e risorse atte a proseguire sistemicamente il genocidio.

Anna Farina

Anna Farina
A scuola ero la bambina che comprava l'atlante storico quando il rappresentante dei libri entrava in classe. Ho studiato scienze politiche e relazioni internazionali, poi mi sono innamorata del diritto. Passo i miei giorni a scrivere di geopolitica, guardare film tedeschi degli anni Venti, tifare il Milan e la Ferrari. Amo visceralmente la diversità.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui