Benvenuti nell'era della bancarotta idrica globale
Foto di Jeff Stapleton: pexels.com

Acqua bene comune. L’acqua è il bene più prezioso della vita. Siamo fatti del 65% (circa) d’acqua. Frasi ricorrenti che sottolineano, tutte le volte che vengono pronunciate, lo stretto legame tra l’uomo e l’acqua, tra la vita e gli elementi naturali. E se non bastasse, il messaggio centrale contenuto nel Rapporto Mondiale delle Nazioni Unite sullo Sviluppo delle Risorse Idriche 2023 funge da un ulteriore monito inequivocabile, un messaggio di speranza e allo stesso tempo un avvertimento per la razza umana, forse l’ultimo: «Per l’umanità l’acqua è una forza di cambiamento sociale: una preziosa risorsa della quale far tesoro, da proteggere e usare saggiamente, perché l’alternativa è la privazione, la malattia, il degrado ambientale, il conflitto e la morte». Qual è ad oggi lo stato attuale delle risorse idriche? Quali sono e quali saranno le conseguenze della pessima gestione dell’acqua? E soprattutto, come siamo arrivati a quella che gli scienziati hanno appena definito l’era della bancarotta idrica globale?

Acqua azzurra, acqua poca

H₂O: due atomi di idrogeno e uno di ossigeno legati tra di loro da quello che la scienza definisce come legame covalente polare, una connessione tra atomi con differente elettronegatività che condividono elettroni in modo non equivalente. Tecnicismi a parte, la formula chimica più famosa di sempre ci accompagna fin dall’adolescenza. È tra i banchi di scuola che abbiamo iniziato a comprendere l’importanza fondamentale dell’acqua per la vita sul nostro Pianeta. Dall’acqua dipende anche il benessere umano e non per ultimo la prosperità economica della nostra società. La tutela di questo composto chimico essenziale è indispensabile affinché gli ecosistemi naturali forniscano i servizi ecosistemici di cui abbiamo bisogno. Oltre a svolgere un ruolo chiave nel ciclo idrologico globale e a concorrere nella regolazione del clima, l’acqua rappresenta inoltre l’habitat per numerose specie di animali e piante. L’interconnessione tra acqua, ambiente e uomo non può e non deve essere spezzata.

Eppure lo sviluppo della nostra società è basato sull’utilizzo indiscriminato delle risorse umane, tra cui quello che oggi più che mai può essere definito oro blu. Lo stato della salute dell’acqua influenza in maniera diretta la condizione dell’ambiente e degli esseri umani. L’accesso all’acqua potabile si è trasformato da diritto fondamentale per l’uomo (diritto di cui i popoli di molte nazioni del mondo non ha mai goduto) in risorsa da centellinare. Gran parte di questo bene di prima necessità è costantemente minacciato dalle attività umane.

I ghiacciai, da cui dipende la vita di circa due miliardi di persone, stanno sparendo. Secondo un recente studio pubblicato su Nature Climate Change, in base a diversi scenari di aumento delle temperature globali rispetto ai livelli pre industriali sono previsti differenti picchi di estinzione dei giganti di ghiaccio. Se riuscissimo a mantenere l’incremento delle temperature al di sotto degli 1,5°C (primo obiettivo degli accordi di Parigi ormai quasi irraggiungibile), intorno all’anno 2041 potremmo registrare un picco di estinzione globale di circa 2000 ghiacciai ogni 365 giorni. Con un aumento maggiore le conseguenze sarebbero ancora più catastrofiche: fino a +2,7°C, picco di estinzione di circa 3000 ghiacciai all’anno tra il 2040 e il 2060; fino a +4°C, picco di estinzione di circa 4000 ghiaccia all’anno intorno al 2055.

Nei giganti di ghiaccio, nell’acqua che beviamo, nelle acque superficiali e sotterranee, è possibile trovare in percentuali sempre maggiori sostanze chimiche permanenti, bioaccumulabili e tossiche: i PFAS. Le ricerche riguardanti l’impatto dei forever chemicals sulla salute umana abbondano ed evidenziano che un’alta esposizione a queste sostanze può tradursi in problemi sanitari non trascurabili, quali: aumento dei livelli di colesterolo, alterazioni degli enzimi epatici, piccole diminuzioni del peso alla nascita dei neonati, riduzione della risposta al vaccino nei bambini, aumento del rischio di ipertensione o preeclampsia nelle donne in gravidanza, e crescita del rischio di cancro ai reni o ai testicoli.

Ma al peggio non c’è mai fine. Oltre a causare la scomparsa delle fonti di acqua dolce (come i ghiacciai) e provocare un inquinamento idrico senza sosta, l’essere umano, la forma di vita più intelligente al mondo, è responsabile di sprechi idrici contro cui fa poco e niente. Secondo i dati della Banca Mondiale oltre il 40% dell’acqua potabile globale prodotta, trattata e immessa nella rete, viene sprecata a causa di abuso e di scarsa manutenzione dei sistemi di distribuzione. «Ciò si traduce in circa 45 milioni di metri cubi al giorno, equivalenti a 45.000 piscine olimpioniche, una quantità che potrebbe soddisfare il fabbisogno di 200 milioni di persone».

L’era della bancarotta idrica globale

“Punto di non ritorno” è la definizione con la quale si indica una soglia critica oltre la quale un determinato processo (vedi i cambiamenti climatici) diventa irreversibile. Con il passare degli anni e a causa dell’immobilità politica relativa alle questioni ambientali, i tipping points che rischiamo di superare si sono moltiplicati: dallo scioglimento dei ghiacciai, al collasso delle foreste (su tutte quella amazzonica), dal rallentamento della circolazione atlantica (AMOC) alla scomparsa delle barriere coralline fino al disgelo del permafrost.

A seguito della distruzione sistematica delle riserve idriche a lungo termine, dell’eccessivo utilizzo, degli sprechi e dell’inquinamento dell’acqua, anche i sistemi idrici globali sono entrati a far parte della lista dei sistemi naturali che hanno già raggiunto o raggiungeranno a breve il punto di non ritorno. Gli scienziati la chiamano “era della bancarotta idrica globale“. Un’epoca in cui, secondo lo studio delle Nazioni Unite, il 75% della popolazione mondiale vive in nazioni ad alto o altissimo rischio idrico e nella quale circa due miliardi di persone risiedono in territori in cui il terreno rischia di sprofondare conseguentemente al cedimento delle falde acquifere. Contestualmente, secondo i dati del report, 3,5 miliardi di persone non hanno accesso a servizi igienico-sanitari sicuri, 4 miliardi di persone soffrono di grave scarsità d’acqua per almeno un mese all’anno e 2,2 miliardi di persone non hanno la possibilità di accedere all’acqua potabile sicura.

Secondo i ricercatori «Nel corso di decenni, le società hanno prelevato più acqua di quanta il clima e l’idrologia possano fornire in modo affidabile, riducendo non solo il “reddito” annuo dei flussi rinnovabili, ma anche i “risparmi” immagazzinati in falde acquifere, ghiacciai, suoli, zone umide ed ecosistemi fluviali». A ciò si aggiungono fattori di degrado idrico quali l’inquinamento e la salinizzazione. La classifica delle conseguenze è lunga e preoccupante: scomparsa di laghi, fiumi e ghiacciai, prosciugamento delle falde acquifere con conseguente sprofondamento dei terreni, inaridimento con consequenziale aumento di rischio di incendio in foreste e torbiere, espansione dei deserti e incremento delle tempeste di sabbia, fiumi che non riescono più a raggiungere il mare, e città che in maniera sistematica raggiungono il cosiddetto “Giorno Zero”, il periodo critico in cui singoli centri urbani o intere regioni esauriscono le proprie riserve d’acqua potabile. Non solo singoli episodi di stress, ma un processo che si ripete in maniera sempre più sistematica. «Sono sintomi di sistemi che hanno sforato il loro bilancio idrologico e hanno eroso il capitale naturale che un tempo rendeva possibile la ripresa, con effetti a catena su prezzi alimentari, occupazione, migrazioni e stabilità geopolitica» afferma il report.

Nessuno sa quando l’intero sistema idrico globale collasserà. La pace e la coesione sociale, già oggi sul filo del rasoio, diventeranno utopia pura. Dal 2010 a oggi i conflitti per l’accesso all’acqua sono costantemente aumentati. Non sorprende se si considera che il solo settore dell’agricoltura globale, la quale preleva e utilizza circa il 70% dell’acqua dolce disponibile, sta cercando di produrre più cibo con sempre meno risorse idriche. Per Kaveh Madani, autore principale del rapporto, «La gestione del fallimento idrico richiede onestà, coraggio e volontà politica. Non possiamo ricostruire ghiacciai scomparsi o rigonfiare falde acquifere fortemente compattate. Ma possiamo prevenire ulteriori perdite e riprogettare le istituzioni per adattarle ai nuovi limiti idrologici». Le richieste di un radicale cambiamento contenute nel documento delle Nazioni Unite includono cambiamenti drastici nei sistemi agroalimentari, irrigazioni più efficienti, riprogettazione delle politiche idriche che tengano conto dell’evolversi della crisi, limitazione dei diritti e delle pretese inerenti il prelievo di acqua, trasformazione dei settori ad alto consumo idrico, sistemi urbani meno impattanti e un maggiore sostegno alle comunità che, giocoforza, dovranno trasformare i propri mezzi e sistemi di sussistenza.

«Il rapporto invita i governi e il sistema delle Nazioni Unite a sfruttare le Conferenze ONU sull’acqua del 2026 e del 2028, la fine del Decennio d’azione per l’acqua nel 2028 e la scadenza degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile del 2030 per reimpostare l’agenda globale sull’acqua, riconoscere esplicitamente la bancarotta idrica globale, imporre monitoraggio e diagnosi e considerare l’acqua come un ponte per la pace, l’azione per il clima, la protezione della biodiversità e la sicurezza alimentare in un mondo sempre più frammentato».

Marco Pisano

Marco Pisano
Sono Marco, un quasi trentenne appassionato di musica, lettura e agricoltura. Da tre e più anni mi occupo di difesa ambientale e, grazie a Libero Pensiero, torno a parlarne nello spazio concessomi. Anch'io come Andy Warhol "Credo che avere la terra e non rovinarla sia la più bella forma d’arte che si possa desiderare". Pace interiore!

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