
Secondo Costantino Righi Riva, ex candidato sindaco del centrodestra del Modenese, la donna non dovrebbe godere del diritto al voto, poiché il suo avere voce in capitolo all’interno del dibattito pubblico, manderebbe in frantumi l’assetto familiare e la serenità del nucleo domestico.
Se, ad oggi, possiamo leggere dichiarazioni folli come questa ritenendole tali è solo grazie a chi nel passato ha ritenuto che non fosse giusta l’etichetta di “sesso debole” per le donne e ha preteso di rintagliare nella società uno spazio che fosse finalmente comunitario.
I due movimenti che analizzeremo, UDI e NUDM, sono espressione di come è nato il femminismo e come si è poi trasformato in una società globale, connessa e digitale.
Unione Donne Italiane: nascita ed evoluzione del movimento storico
Caterina Picolato (1900 – 1963) è stata una sindacalista e politica italiana: nel 1918 si iscrisse al Partito Socialista Italiano e ben presto si impegnò, nell’ambito della Camera del Lavoro torinese, all’organizzazione delle lavoratrici dell’abbigliamento. Nel gennaio del 1921 aderì al neo Partito Comunista d’Italia e, nell’aprile successivo, prese parte al III congresso dell’Internazionale Comunista. Carismatica e sovversiva, riunì gruppi di donne con l’obiettivo di aizzarle contro il regime. Da qui le prime gappiste (dai Gruppi di Azione Patriottica) e le partigiane combattenti, riunite in “Noi donne” dal Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia. Queste furono le basi della nascita, a Napoli, dell’UDI (Unione Donne Italiane), che dal 1944 ha partecipato alla Resistenza e ha ottenuto l’ufficialità il 1º ottobre 1945. Questi movimenti sociali hanno smosso gli animi al punto di creare una delle più grandi organizzazioni per l’emancipazione femminile italiana in cui è andata a confluire anche l’Associazione femminile per la pace e la libertà, fondata dalla partigiana e scultrice Velia Sacchi.
Pina Nuzzo, che si affaccia al femminismo proprio in questo periodo storico, indaga sull’evoluzione dell’UDI. Dalle sue parole è evidente che ciò che a noi oggi appare come sensazionale e complesso, per lei sembrava il susseguirsi di eventi urgenti e necessari. Infatti far parte di tale associazione costringeva e spingeva al continuo e costruttivo confronto con donne diverse per età, provenienza sociale ed esperienza politica. Nessuna di loro poteva dirsi un “monumento” poiché erano tutte spaventate e arrabbiate: sognavano asili nido, nuovi assetti familiari, la diffusione della contraccezione, dell’ottenimento del diritto all’aborto; volevano che la legge reagisse alle violenze di cui erano vittime e volevano un posto nel mondo in cui sentirsi al sicuro. L’Italia era devastata e degradata dalla guerra e non fu troppo complesso mobilitare migliaia di donne su tali premesse.
«Noi eravamo l’associazione che, per definizione, in Italia rappresentava le donne, ma eravamo anche percepite come allineate o complementari alla Sinistra. In questo c’era anche una verità, perché Togliatti comprese che senza la partecipazione e la presenza attiva delle donne, sarebbe stato difficile ricostruire il Paese. Per avviare un processo democratico c’era bisogno di tutti e tutte, uomini e donne, avevamo bisogni di luoghi, come i partiti, per imparare una nuova convivenza civile.»
Con l’XI Congresso (1982), fino ai primi anni 2000, l’UDI rimette in discussione la propria organizzazione, proprio per rompere la dicotomia: essere a sinistra significa essere automaticamente dalla parte delle donne. L’obiettivo era quello di depoliticizzare il movimento e, con il XIV Congresso del 2002-2003, il cardine universalizzante è stato trovato nell’idea del corpo: il corpo inerme delle donne e dei bambini e il corpo violentato e quello torturato. Inoltre, il dibattito si è ampliato gettando lo sguardo al di là dell’occidente poiché capire cosa accade nel mondo e alle donne di oggi significa aprire nuove questioni controverse e nuovi modi di carpire la realtà quotidiana.
Oggi i movimenti dell’UDI sono attivi in diverse città italiane e celebrano i loro 80 anni di storia portando avanti battaglie incentrate sui diritti delle donne, sulla parità salariale, sull’inclusione e contro il femminicidio. La Sede Nazionale si trova a Roma, in via della Penitenza 37, presso l’ex complesso del Buon Pastore, mentre le altre sedi sono site: a Roma, presso la Casa Internazionale delle Donne, a Bologna, Modena, Genova, La Spezia, Cernusco, Ferrara e Palermo.
È possibile verificare la presenza di sedi specifiche sul sito udinazionale.org.
Non una di meno: dall’Argentina al riconoscimento internazionale
Ni una menos è invece un movimento femminista socio-politico nato in Argentina il 3 giugno 2015. Prende il nome dalla citazione della poetessa messicana Susana Chávez: «Ni una mujer menos, ni una muerta más (Né una donna in meno, né una morta in più)» in luogo dei femminicidi avvenuti nella sua città natale Ciudad Juárez e, nello specifico, del fatto di cronaca che vede protagonista Chiara Paez, una quattordicenne incinta picchiata a morte dal fidanzato a Santa Fè. La voce di Chávez fa ancora più eco se si pensa che è morta anni dopo, proprio per mano di un uomo.
A differenza dell’UDI, NUDM è quindi un movimento che punta a mobilitare l’attenzione politica affinché essa si batta al fianco delle donne contro la violenza di genere, il patriarcato, il maschilismo, il machismo e il sessismo tramite scioperi, manifestazioni e mobilitazioni non violente. Dunque, non vuole “solo” aiutare la donna nella rivendicazione dei suoi diritti o sostenerla in caso di ingiustizie o situazioni gravose, ma si pone l’obiettivo di liberare la società dal patriarcato, offrendo una nuova immagine sia della donna (ora risolutiva, indipendente e umana in ogni sua fattezza), sia dell’uomo (non per forza modello di forza e impermeabilità, ma anch’egli potenzialmente sensibile e bisognoso di aiuto). NUDM è un movimento che è piena espressione della nostra società fluida: globale, politico, multietnico, digitale, arrabbiato, attento alle minoranze. Non si dice solo femminista ma anche transfemminista, non attenziona solo i problemi dell’occidente ma, spinto anche dall’ultima evoluzione dell’UDI, guarda anche alla donna migrante, rifugiata, non eterosessuale, non nata donna e dal colore della pelle considerato sbagliato dall’altra parte del mondo.
Di risposta a queste nuove manifestazioni, i primi risultati: il Ministero di giustizia e diritti umani argentino ha istituito l’Unità di Registrazione, Sistematizzazione e Controllo dei femminicidi; grazie a una petizione fu istituito il Corpo di Avvocate e Avvocati per le Vittime della Violenza di Genere, formato per offrire patrocinio legale, gratuito e completo a persone che subiscono violenza domestica e abusi sessuali. Nel dicembre 2019 fu istituito il Ministero della Donna e venne approvata – dopo dodici ore di seduta, con 38 voti favorevoli e 29 contrari – la legge sull’aborto, a cui è possibile ricorrere fino alla 14ª settimana di gestazione.
Nel 2017, la risonanza degli eventi dell’America meridionale (accresciutasi anche grazie a una manifestazione di 50mila persone contro la violenza di genere in Perù) ha smosso gli animi delle donne vittime di abusi fisici e di potere negli Stati Uniti d’America, dove con la collaborazione di NUDM ha visto la luce il movimento Me Too contro i potenti molestatori e violentatori. Le due associazioni hanno riversatonelle piazze e sui social il loro odio contro il presidente statunitense Donald Trump e il produttore Harvey Weinstein, accusandoli di violenza sessuale e misoginia.
In Italia, il 28 maggio del 2016 nella periferia di Roma, si consumava il femminicidio della 22enne Sara Di Pietrantonio, per mano del suo ex ragazzo. Sembrerebbe che lui si sia macchiato di tale atroce delitto a seguito di una persecuzione morbosa, poiché non accettava la fine della loro relazione. Il giornalismo italiano però, non educato alla decenza e alla sensibilità, iniziò un lavoro di narrazione mediatica sempre più voyeuristica, farcendo gli articoli con toni passionali – l’ha uccisa perché l’amava troppo – e mancando l’occasione di denunciare il fenomeno sociale del femminicidio, ormai già abbondantemente sdoganato.
In linea con gli eventi che stavano già da un anno segnando l’Argentina, le realtà femministe della Rete cittadina romana “Io Decido” si sono mobilitate con una prima riunione presso la casa delle donne Lucha Y Siesta e così il grido di “Non una di meno” ha invaso anche le nostre strade e l’hashtag #Vivas nos queremos è diventato virale e si è diffuso dalla rete alle piazze del mondo.
Tuttavia, in Italia le manifestazioni non stanno ottenendo gli stessi risultati dell’Argentina, basti pensare che nel 2022 la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha continuato ad attaccare il diritto all’aborto e all’autodeterminazione, appellandosi saldamente alla formula “Dio, Patria, Famiglia”. Come reazione, un corteo di 4mila manifestanti ha invaso le strade e le piazze romane, ma dei ragazzi che portavano uno striscione con su scritto “Meloni fascista, sei la prima della lista” sono stati fermati e identificati dalla DIGOS e l’intera manifestazione è stata poi stigmatizzata dai membri del governo. Nel 2024 la Camera dei Deputati ha poi approvato un emendamento che consente alle associazioni antiabortiste di entrare nei consultori degli ospedali e nemmeno il sit-in organizzato davanti al Senato è bastato a non far approvare tale decreto legge.
Alessia Sicuro
















































