Transfemminismo
Fonte: Daniela Martinez (Unsplash)

È trascorso un decennio dalla prima marcia di Ni Una Menos in Argentina, dagli scioperi del 2016 e dalle mobilitazioni transnazionali che seguirono. Cosa è cambiato? Alcune riflessioni sono contenute nel testo di Verónica Gago, in cui si traccia un ponte sul transfemminismo di ieri e di oggi: le innovazioni organizzative, la riscoperta dello sciopero come processo collettivo, il cambio di leadership e l’inclusione queer; ma soprattutto, la riconcettualizzazione della violenza sistemica che ha permesso di spaziare dal lavoro all’abitare, dalla giustizia riproduttiva ai sussidi sociali, esplicitando il rifiuto a scollegare l’agenda della contestazione da mobilitazioni più ampie.

Il Manifesto transfemminista risale al 2001, scritto da Emi Koyama, e racconta della rottura avvenuta all’interno del movimento femminista: le donne trans intravedono la propria liberazione in quella di tutte le donne, non mediante la sostituzione, bensì con l’ampliamento attraverso il lavoro di coalizione e l’inclusione di diverse prospettive. I principi fondamentali sono essenzialmente due: l’autonomia corporea – il diritto esclusivo di decidere sul proprio corpo; il diritto all’identità – l’autodeterminazione e l’espressione senza timore di violenza o discriminazione. Un’alleanza che attraversa il femminismo e gli studi queer è quanto affermato nel 2007 in Whipping Girl di Julia Serano (già autrice di Sexed Up), alla sua terza edizione nel 2024, in contemporanea con quello che definisce un «anti-trans moral panic». Non ci crederete, ma c’è una wave su Reddit animata da chi intende saperne di più (e qualcunə si è divertitə a inserire downvote ai commenti per ridurne la visibilità, ndr).

Un paper in bioetica di Ben Almassi del 2010 espone una tesi basata sulla compatibilità della diversità con il funzionamento “normale” e l’atteggiamento di respingimento alle disabilità: sostiene che un’analisi critica può coesistere con il rispetto dei desideri, mentre si persegue l’ideale pragmatico unitamente con coloro che già dispongono degli strumenti materiali («A critical analysis is compatible with respecting bodily functional desires, such that one may seek physical change while working for social change alongside those successfully functioning otherwise»). Teorizzando l’abolizione e la radicalità di genere, Marquis Bey articola una profonda fuga e sovversione del potere avente la negritudine come rivolta contro le categorizzazioni razziali, la transessualità come distruzione del genere e il femminismo nero come metodo epistemologico per frammentare i modelli egemonici di genere razzializzato.

La nemesi e noi

Frauen di Friedrich
“Donna alla finestra” di Friedrich

Si sta diffondendo in Europa l’azione di un gruppo in antitesi ai movimenti, che si definisce “femminismo di destra”. Il Collettif Nemesis ha una sezione anche in Italia. La portavoce Astrid ha partecipato alla puntata di Nessuno Escluso dedicata a “Le nuove femministe“. Sul tema dell’educazione sessuo-affettiva, non vogliono che lə bambinə vengano sessualizzatə e negano l’autodeterminazione del genere almeno fino all’adolescenza, salvo difendere il diritto a farsi chiamare il Presidente. Contrarietà a maternità surrogata, quote rosa e divisione dei vagoni uomo/donna. La Bibbia è evoluta, il Corano è estremista. La sinistra sta trascurando le donne (usano la formula “più femministe delle femministe”) e vogliono dar voce alle vittime dell’immigrazione. Il patriarcato è residuale. Sui social piacciono al network di Welcome to Favelas, come noto, vicino a Elon Musk.

Non poche familiarità con la serie “Mrs. Playmen“, il racconto sull’opera editoriale di Adelina Tattilo che, in qualità di direttrice della rivista erotica, si interrogò su contenuti in grado di attrarre l’interesse delle donne. Una questione legittima, anche se mossa da logiche di mercato (l’accesso a una nicchia alfabetizzata e borghese, disponibile a pagare), distante dalle elaborazioni contemporanee che provenivano dalle piazze, dove temi come l’aborto e il divorzio, tra gli altri, si sono scontrati e misurati trasversalmente con la morale cattolica. Per quelle donne, spicchi di patriarcato erano accettabili, interiorizzati, componenti di una tradizione da difendere. Quella libertà sessuale, individuale, fatta di toys e piaceri, ha sposato fino a un certo punto la causa – ma anche questa è una prospettiva. Gli echi permangono ancora oggi, ogniqualvolta un giornalista qualsiasi rivendica la fine del patriarcato nell’assunzione del potere, in casa, da parte di sua moglie – e a ben vedere le Bambole di Pezza hanno chiarito che il potere che vogliamo è ovunque, non relegato alle mura domestiche e ai rituali casalinghi. Ciò mi riporta alle rappresentazioni romantiche di Friedrich: il viandante sul mare di nebbia, avvolto dalla foschia su un panorama che glorifica l’infinito, in cerca di risposte spirituali; la giovane affacciata alla finestra di casa, ispirata a sua moglie Caroline Bommer. Il transfemminismo è una profonda fenditura sulla rappresentazione normativa.

Intersezionalità come orientamento

I femminismi, incluso il transfemminismo, non appartengono alla sinistra, ma nascono riconoscendo una o più subordinazioni. Diventano dirompenti, globalmente, in quanto muovono critiche incontrovertibili a condizioni di ingiustizia. L’esempio più prossimo nell’area mediterranea sono le correnti islamiche che interagiscono con la necessità di trasformazione, prescindendo dalla forma della prassi: l’interpretazione altra del testo sacro, come imposizione del punto di vista di chi subisce l’oppressione, è forte e incisiva tanto quanto l’azione di protesta in piazza, perché è nell’alveo delle possibilità che si misura l’impatto di ciascuna. Non una metrica fondata su reggiseni, peli e veli, ma l’opportunità di accesso a un discorso egemonico nell’orizzonte dell’immediato così come del futuribile. L’antifemminismo di Stato in Argentina attuato da Javier Milei – scrive Gago – dimostra che stanno mutando le forme della “guerra culturale”. E in Italia, il tentativo del Governo Meloni di sostituire il consenso libero, informato e revocabile (che Bongiorno preferirebbe “riconoscibile“, ovvero “la volontà contraria all’atto sessuale”) come parametro nell’accertamento dello stupro.

Sono queste prospettive che hanno arricchito il movimento e la causa un tempo delle donne e che oggi diventa il riconoscimento delle condizioni di precarietà, isolamento e deprivazione delle identità che differiscono dalla norma delle balene bianche occidentali (Western White Whales), ovvero dai ricchi bianchi in salute, prevalentemente uomini, ma non solo. Lo vediamo quotidianamente tra deepfake pornografici e punizioni per lə leader politiche che si espongono, dagli esiti nefasti dell’estrattivismo finanziario-immobiliare fino all’attacco sistemico ai programmi pubblici: è una criminalizzazione continua nei confronti di coloro che sono ritenuti scomodi, improduttivi o “degenerati”. Negli scenari di guerra e morte che costoro attuano, la parte lesa è civile, come dimostrano gli attacchi in Iran e nel Rojava, il genocidio in Palestina, con scuole e palazzi rasi al suolo; mentre la coscienza di classe, che appartiene profondamente a questa lotta, rivolge il conflitto ai padroni, ai decisori politici, agli imperialisti, agli avventori delle disgrazie che immiseriscono l’umanità per affermazione di forza.

Lungi da chi scrive la presunzione di stringere la cinghia sul separatismo, ma interrogarsi sul privilegio è un esercizio difficile, eppure necessario, sempre e comunque, a qualsiasi latitudine. E decidere da che parte stare non è rimandabile. Così, il transfemminismo è un sentire del mondo che riconosce sfumature e stratificazioni.

Sara C. Santoriello

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