La delusione dei MAGA e il XXV emendamento: l’extrema ratio contro Donald Trump
Vista del Campidoglio, Washington D.C. Fonte: Wikimedia Commons

Non è questione di destra o di sinistra, non è questione di democratici o di repubblicani: mettere Donald Trump, uomo d’azienda miliardario e senza scrupoli, alla guida del più potente Paese al mondo, per due volte, è stato un errore madornale.

Trump ha dimostrato, oltre le simpatie neofasciste, le minacce, i modi degni del peggior Jabba the Hutt, di essere semplicemente una persona ignorante; e l’ignoranza, mescolata al potere e alla crudeltà, è in grado di creare un cocktail letale per tutti, anche per chi inizialmente ha strizzato l’occhio al Tycoon. Il coinvolgimento negli Epstein Files, la legittimazione di abusi e omicidi da parte delle forze dell’ordine, le inumane parole dedicate alla distruzione della civiltà iraniana, rappresentano solo le ultime notizie sul presidente degli Stati Uniti che, tra grottesco e violenza, sta iniziando a perdere consensi anche tra chi lo ha sostenuto fino ad ora.

Donald Trump sta perdendo il controllo, essenzialmente, tramite un indebolimento dei consensi in tre campi principali:

  • Militare
  • Mediatico
  • Politico

Il controllo del consenso militare

Negli ultimi mesi, diversi ufficiali di alto rango – anche chi si posiziona alla destra delle idee trumpiste – hanno manifestato malumori riguardo l’uso massiccio di droni e attacchi preventivi su suolo iraniano, citando l’articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite e definendo l’operazione come una “guerra di aggressione non provocata”. Si pensi a Joe Kent, ex berretto verde e noto complottista, che ha rassegnato le sue dimissioni dalla posizione di direttore del National Counterterrorism Center, organismo civile ma strettamente legato allo United States Central Command. Kent ha lasciato il suo incarico definendo la guerra in Iran non necessaria, non essendo la Repubblica iraniana una minaccia imminente per il Paese. Va chiarito che vertici militari statunitensi avevano abbandonato il proprio ruolo ancora prima dello scoppio del conflitto con l’Iran, in merito all’appoggio di Washington al genocidio palestinese attuato dal regime sionista.

Ciò detto, considerando che l’esercito statunitense rappresenta il braccio più corposo delle forze armate americane (con circa 450.000 militari in servizio attivo), è chiaro che la perdita di credibilità delle azioni trumpiane rappresenti un duro colpo per il consenso generale di cui lo stesso Trump gode. A dimostrazione di ciò, non sembra essere un caso, ma più una contromisura, l’epurazione che l’amministrazione presidenziale sta attuando tra i leader delle forze armate: ad aprile sono state chieste le dimissioni del Capo di Stato Maggiore Randy George, oltre che del generale William Green e il comandante dell’Army Transformation and Training Command, David Hodne.

Il crollo della popolarità

Mediaticamente, Trump perde sempre più appeal, con la maggior parte delle promesse fatte ai suoi elettori non mantenute. Un Presidente che avrebbe dovuto concentrarsi sull’isolazionismo, per risolvere i problemi della popolazione, combattendo a spada tratta i mali dell’America (per lui e per i suoi sostenitori, derivanti principalmente da immigrati, donne, omosessuali e minoranze in generale) e riportare in auge il motto “America First”, ora minaccia apocalissi e sterminio di altri popoli. A tal proposito, critiche forti e dirette sono state lanciate da chi, in un primo momento, ha sostenuto e acclamato l’ascesa della presidenza Trump: tra gli altri, Tucker Carlson, giornalista e conduttore ex volto Fox convinto MAGA, ha definito le azioni statunitensi in Iran vili e malvage, affermando nei giorni scorsi quanto sia importante non appoggiare le decisioni presidenziali in politica estera.

In merito alla questione iraniana è intervenuta anche Candace Owens, youtuber e attivista conservatrice MAGA, che su X, senza giri di parole, ha commentato le minacce di Trump al popolo iraniano con un messaggio facilmente traducibile, nel quale definisce il Presidente USA un pazzo genocida: “The 25th amendment needs to be invoked. He is a genocidal lunatic. Our Congress and our military need to intervene. We are beyond madness”.

Il richiamo al XXV emendamento da parte della Owens non è un fattore da mettere in secondo piano ma, al contrario, rappresenta il collante tra decine di democratici e repubblicani, che negli ultimi giorni sta creando un vero e proprio blocco anti-Trump.

Che cos’è nello specifico il XXV emendamento

Nel delicato ingranaggio della democrazia statunitense, il XXV emendamento rappresenta un protocollo d’emergenza, garantendo la continuità del comando anche nelle ore più buie del Paese. Ratificato per colmare le lacune lasciate dalla Costituzione originale, l’emendamento si articola in quattro sezioni chiave che disciplinano la successione e l’incapacità presidenziale.

Le prime due sezioni stabiliscono procedure chiare per la stabilità dell’Esecutivo. La Sezione 1 formalizza il passaggio automatico dei poteri: in caso di morte, dimissioni o rimozione del Presidente, il Vicepresidente ne assume immediatamente la carica. La Sezione 2 affronta invece il vuoto nella vicepresidenza: il Presidente ha il compito di nominare un sostituto, la cui entrata in carica è subordinata alla conferma a maggioranza semplice da parte di entrambe le Camere del Congresso.

La Sezione 3 disciplina i casi di impedimento temporaneo (come un intervento chirurgico). Attraverso una dichiarazione scritta inviata ai vertici del Congresso, il Presidente può cedere volontariamente i propri poteri al Vicepresidente, che assume il ruolo di Presidente facente funzioni (Acting President) fino a nuova comunicazione contraria del titolare.

La Sezione 4 è quella che al momento è paventata contro Trump e che, a suo tempo, fu quella a cui si appellarono i repubblicani (e alcuni democratici), quando alla Casa Bianca si trovava Joe Biden. Come spiega Francesco Costa nella sua Newsletter settimanale “Da Costa a Costa”, il XXV emendamento della Costituzione prevede che, in caso di incapacità fisica o mentale del presidente, questo possa essere rimosso su richiesta del vicepresidente e col voto favorevole della maggioranza dei membri del suo governo. La procedura, pensata per i casi di incapacità permanente, anche imputabili a danni fisici improvvisi dettati, ad esempio, da ictus, prevede che il presidente stesso possa opporsi (nell’ottica di evitare colpi di stato). In quel caso si ricorre al voto di due terzi del Congresso.

Al momento il XXV emendamento è applicabile?

Per quanto sia chiaro ai più che Donald Trump sia una delle figure più scellerate ad aver ricoperto il ruolo di Presidente degli Stati Uniti d’America, bisogna essere cinici e chiarire che, almeno in questo periodo, a meno di clamorosi colpi di scena, il XXV emendamento rimarrà solo uno strumento auspicato, ma inutilizzato.

La prima ragione risiede nel processo di applicazione dello stesso emendamento, che richiederebbe la partecipazione del Vicepresidente. Al momento, la carica è ricoperta da James David Vance, che seppur non sempre entusiasta delle operazioni all’estero imbastite dal Presidente, non sembra ancora politicamente maturo per poterne prendere le distanze in modo così netto da tradirlo e porre fine alla sua vita politica; inoltre, l’ ”apprendistato” di Vance come Vicepresidente, sembra star dando i propri frutti, ponendo lo stesso Vance come una delle figure più imponenti nel panorama MAGA, ergendolo di fatto, insieme al Segretario di Stato Marco Rubio, a primo nome papabile per una successione repubblicana alla Casa Bianca.

La seconda ragione risiede nel ruolo del Congresso: se Vance si convincesse a sostenere l’utilizzo del XXV emendamento contro il Presidente, è altamente probabile che Trump opporrebbe resistenza. In quel caso, la decisione finale spetterebbe proprio al Congresso, oggi a maggioranza repubblicana. È chiaro che il movimento che richiede la rimozione di Donald Trump attraverso l’uso della costituzione sia ancora troppo poco nutrito e debole per poter pensare che una tale richiesta sia avallata dal Congresso. Per quanto il desiderio di un Tycoon che ritorna ad occuparsi di aziende e imprese senza essere a capo di un Paese sia allettante, va anche ricordato che in un sistema di pesi e contrappesi come quello su cui è nata la nazione statunitense, il XXV emendamento rappresenta un ultimo baluardo a tutela della continuità delle istituzioni americane e, dunque, il suo processo di attuazione è, giustamente, difficoltoso, rappresentando una extrema ratio.

Certamente, quando, tra qualche mese, ci saranno le elezioni di metà mandato, si potrà meglio capire se, in caso di vittoria democratica e inasprimento ulteriore all’interno del movimento repubblicano, gli spiragli per una eventuale applicazione dell’emendamento saranno aumentati. Il sentore, comunque, è che il XXV emendamento rimarrà un fantasma giuridico, una formula magica sussurrata nei corridoi del potere mentre, fuori, il mondo osserva con il fiato sospeso. Se il “freno d’emergenza” non dovesse scattare, la storia non ricorderà Donald Trump come un errore dei repubblicani o dei democratici, ma come la prova definitiva che anche il sistema di pesi e contrappesi più solido al mondo può essere ridotto al silenzio dal rumore di droni e bombe, dal denaro e dal fanatismo di un uomo.

Anna Farina

Anna Farina
A scuola ero la bambina che comprava l'atlante storico quando il rappresentante dei libri entrava in classe. Ho studiato scienze politiche e relazioni internazionali, poi mi sono innamorata del diritto. Passo i miei giorni a scrivere di geopolitica, guardare film tedeschi degli anni Venti, tifare il Milan e la Ferrari. Amo visceralmente la diversità.

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