Le 5 parole che non voglio sentire nel 2026
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Dobbiamo dircelo: le liste di buoni propositi sono tenere e pacioccose, ma la situazione intorno a noi è così incasinata che, almeno da quel punto di vista, mi accontenterei di evitare l’Apocalisse. Ho pensato quindi a qualcosa che non desidero, che cancellerei dal 2026: perché, come ripete un detto zen, “la conoscenza è aggiungere qualcosa ogni giorno; la saggezza è togliere qualcosa ogni giorno”.

E a quest’Italia derelitta, attraversata da misere figure, un po’ di saggezza non guasterebbe affatto. Ecco quindi le cinque parole più raccapriccianti che vorrei bandire dal nuovo anno, strappare via dai dizionari, da ogni archivio storico e supporto multimediale – ma prima che invochiate la cancel culture, lasciatemi spiegare.

1)  “GIOVANI”

Questo è il grimaldello con cui l’ipocrisia scassina il nostro senso morale, la chiave di volta di ogni programma elettorale, convegno, discorso al circoletto in piazza. Bisogna pensare ai giovani, farlo per i giovani, coinvolgere i giovani, valorizzare i giovani. Avete presente quei programmi in tv dove a pontificare sui problemi delle donne ci sono solo uomini (anzi, maschi)? Coi giovani è lo stesso: a parlarne sono sempre le cariatidi del dopoguerra in uno slancio di retorico ottimismo, quelle che hanno in pugno l’Italia e nessuna intenzione di mollarla finché non si sarà sgretolata fra le loro stesse rugose mani.

E il motivo è semplice: i giovani non esistono più. Una buona parte sceglie legittimamente di espatriare; il più recente rapporto del CNEL ci dice che sono 630mila negli ultimi 13 anni. Chi resta è escluso dai processi democratici, schiacciato dalla precarietà, inibito da ogni visione e prospettiva, salvo poi ritrovarsi sulla locandina della Sagra del Cotechino come un feticcio tribale da innalzare sull’altare dell’allucinazione collettiva.

Convegno sui giovani e il futuro

2)  “FUTURO”

E questo ci conduce di diritto alla seconda parola della lista. Futuro. Spesso in coppia con i Giovani, il termine rappresenta un’utopia perbenista su cui adagiare i timori più sottili, quelli che si sognano di notte e si dimenticano al mattino. Il futuro è una dimensione atemporale in cui tutto andrà bene, il debito pubblico sarà azzerato, le tasse drasticamente ridotte, il cielo sarà più azzurro, le speranze più nitide, il cibo più saporito, e la dittatura più sanguinaria. Insomma, nessuno sa di preciso quando questo futuro arriverà, ma sarà senz’altro meraviglioso.

Ma chi dovrebbe garantircelo, esattamente? Le cosche mafiose? Gli speculatori edilizi? I pregiudicati che scaldano gli scranni in Parlamento? I grandi evasori fiscali? Questo non è ancora chiaro, e non sembra lecito domandarlo. D’altronde, in Italia dubitare è un irresponsabile mancanza di fede da emendare con il segno della croce: nel nome del Padrino, del Figlio raccomandato e dello Spirito di contrabbando. Amen.

3)  “POLITICALLY CORRECT”

Per abolire questa, vi giuro, sarei disposto a regalare la Groenlandia a Trump, a portarla direttamente da lui un cubetto di ghiaccio alla volta. La gramigna del “politically correct” ha infestato ogni intercapedine dei social network. Gli utenti del web (proprio quelli di cui parlava Umberto Eco), evidentemente ammaliati dall’inflessione anglosassone dell’espressione, la utilizzano all’incirca ogni quattro parole, come un rafforzativo per convalidare la propria opinione o il proprio punto di vista. Che poi, in sostanza, è sempre lo stesso: se non sei fascio, sei woke.

Oggigiorno, per i soldatini lobotomizzati della propaganda, qualsiasi cosa è “politically correct”: le serie Netflix, i film di Hollywood, la Costituzione, versare del latte a un gattino, comprare gli avocado al supermercato, allacciarsi le scarpe, respirare. Nient’altro che aberrante, disgustoso politically correct. Ora, non so di preciso quand’è stato che conservare quel minimo di decenza umana che ci distingue dagli orchi di Sauron sia diventato “politically correct”; ma in effetti, a giudicare dalla caratura morale della gente che si incontra su Facebook, sarebbe meglio discutere coi Nazgûl.

Un nazgul su Facebook

4)  “MATTEO SALVINI”

Sono stato a lungo indeciso se, al posto di questo nome, inserire la parola “merito”, un altro immancabile evergreen: ma a ben vedere, nessuno più di lui merita di stare in questa lista. Salvini è a dir poco inadeguato come ministro e inopportuno come persona, sempre a metter bocca in questioni di cui ha, evidentemente, poca contezza. Dalla guerra in Ucraina al torneo parrocchiale di freccette, dai dazi americani alle partite del Milan, dall’assassinio di Charlie Kirk ai romanzi di George Orwell, Matteo Salvini ha un’opinione – non richiesta – per ogni cosa, e la spasmodica necessità di condividerla.

Se mettesse lo stesso impegno nel suo lavoro (qualcosa in più di giocare coi modellini del Ponte sullo Stretto e scialacquare centinaia di milioni di fondi pubblici), mi potrebbe anche andar bene: lo immagino lì nel suo ufficio, che se la prende coi comunisti sabotatori di binari, dimenticato dallo scibile umano e soprattutto lontano dallo smartphone. Si può fare? Ah no?

5)  “TIKTOK”

Ed ecco la conclusione da vero boomer – generazione a cui comunque non appartengo, né anagraficamente né economicamente. Sono consapevole che il problema non è lo strumento, ma l’utilizzo che se ne fa; di conseguenza, mettere TikTok in mano agli italiani è come vendere cacciabombardieri a Israele: non può venirne fuori nulla di buono. Se Facebook ci ha incattiviti e Instagram ci ha assuefatti, TikTok ci ha instupiditi (e non è che prima spiccassero questi futuri Nobel per le strade, in tutta onestà).

A Napoli, di gran lunga la città più menzionata sulla piattaforma, la maggior parte dei contenuti sembra registrata in un reparto per il trattamento del narcisismo: io sono meglio di te, le cose che faccio io non le sa fare nessuno, tutti i miei haters (probabilmente una manciata di bot padani, nda) faranno una brutta fine, la vostra invidia è la mia forza, eccetera eccetera. Anche basta. Ma se censurare un social non appare auspicabile, il rimedio potrebbe essere un bel corso di educazione digitale per tuttə.

TikTok e l'educazione digitale

Tuttavia ci sono molte altre parole che vorrei vedere per sempre cancellate da questo nuovo anno; tante da non poterle elencare. Ma in fin dei conti va bene così, va bene anche conservarle tutte, persino le più fastidiose. Perché ogni parola che ci viene sottratta è un concetto che non sappiamo più elaborare, un pensiero che non siamo più in grado di articolare. Le parole possono essere scomode – e in un certo senso, devono esserlo – perché la comodità ci impigrisce, ci priva della dialettica, ci adagia allo status quo. E chi è incapace di fare ricorso alle parole, finisce molto spesso per sostituirle con le armi: meglio dunque un reel di Salvini che un raid di Trump.

Emanuele Tanzilli

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