
Il mare Mediterraneo è il nostro mare, chiamato mare nostrum con una familiarità quasi affettuosa, come se fosse un bene naturale, innocuo, domestico e domabile. È una distesa d’acqua che, a seconda da dove la si guarda, assume significati radicalmente diversi. Dalle nostre coste è libertà, relax, vacanza. Per chi lo guarda da più a sud può diventare la Speranza – quella con la S maiuscola – che riempie il cuore e dà la forza di fare ciò che, senza di essa, non si sarebbe creduto possibile. Attraversarlo non è un viaggio: è un atto di Speranza.
Eppure, sempre più spesso, proprio per chi in quelle acque aveva letto promessa e salvezza, le onde si trasformano in un abbraccio fatale.
Il 2026 è appena cominciato e il Mediterraneo sta restituendo – ancora – corpi. Negli ultimi giorni cadaveri stanno riaffiorando sulle coste dopo giorni in mare. Il nostro mare torna ad assumere le sembianze di un immenso cimitero blu che riconsegna alla terra ciò che abbiamo smesso di guardare. Le stime parlano di circa 500 vittime da gennaio, con un aumento del 16,5% rispetto allo stesso periodo del 2025. In meno di due mesi.
Cinquecento vite. Almeno secondo le cifre ufficiali. Ma quante vite spezzate resteranno nell’oblio? Quanti corpi non verranno mai ritrovati e quanti nomi non verranno mai pronunciati? Il numero reale è sicuramente più alto, perché non tutti i corpi tornano a riva e non tutte le morti entrano nelle statistiche. Questo tragico inventario non pare tuttavia riuscire a scuotere davvero la politica.
Sono ormai fantasmi le persone disperse in mare, partite come ombre, su barconi spesso non identificati, senza registrazione, senza identità certa. E quando il mare le restituisce, spesso non hanno più neppure un volto, deturpato dopo giorni e giorni tra le onde. Restano vite senza nome, sospese tra una terra lasciata e una mai raggiunta, persone morte due volte: nell’acqua e nell’indifferenza.
Negli ultimi giorni il mare ha restituito circa tredici corpi di migranti. Fantasmi senza nome, senza volto, ma con ancora un pesante bagaglio sulle spalle: la storia di famiglie, madri, figli, di scelte disperate. Persone che nel mare nostrum ci avevano creduto. Che hanno affrontato il maltempo, l’instabilità delle imbarcazioni, la fame, il freddo. Alcuni sono annegati nel buio, altri hanno resistito fino allo stremo.
E mentre il mare restituisce, la politica contabilizza. Si rivendicano risultati nelle politiche di controllo dei flussi, si sottolinea la riduzione degli sbarchi, si parla di fermezza. Ma se diminuiscono gli arrivi e aumentano proporzionalmente i morti, il successo diventa una parola fragile. Ridurre la visibilità del fenomeno non significa ridurne la tragedia. Significa spostarla più lontano, renderla più pericolosa, più silenziosa.
Noi, che al Mediterraneo pensiamo come alla vacanza estiva, al tramonto fotografato, alla sabbia calda sotto i piedi, cosa facciamo di fronte a questo? Un sospiro, forse. Una frase sulla “povera gente”. Poi torniamo all’ombrellone, alle nostre distrazioni, alla normalità che assorbe tutto. Anche la morte. Dopotutto cosa aspettarsi, siamo pur sempre gli elettori di quello stesso governo che rivendica buoni risultati di fronte ai cadaveri in mare.
Il Mediterraneo è diventato una frontiera morale. Ogni corpo restituito è una crepa nella narrazione dei “risultati”. Ogni vita spezzata è la prova che la disperazione non si governa con gli slogan e che la chiusura non elimina la partenza, la rende solo più rischiosa.
In fin dei conti, passata la bufera, continueremo a chiamarlo “nostro”, questo mare, continueremo a bagnarci nelle acque insanguinate. Quando inizieremo a chiederci cosa significhi davvero “possedere” un mare che restituisce cadaveri? Forse dovremmo smettere di considerare quei corpi come una tragedia lontana e iniziare a guardarli per ciò che sono: il riflesso di una responsabilità collettiva.
Perché finché quelle vite resteranno fantasmi, anche la nostra coscienza rischia di diventarlo.
Nunzia Tortorella
















































