
Quando i giornali parlano di zoo, lo fanno quasi sempre con un tono rassicurante. Le nascite, come quella recente dei quattro cuccioli di fossa del Madagascar allo Zoo di Napoli, o i “salvataggi” come nel caso di Saylor, il leone marino sequestrato a Verona e trasferito a Napoli, diventano istantaneamente “buone notizie”, piccoli momenti di ottimismo perfetti per riempire gli spazi vuoti di una pagina o alleggerire un flusso di cronaca cupo. Questi articoli funzionano come tappabuchi narrativi: informano senza disturbare, intrattengono senza interrogare, consolano senza spiegare davvero cosa c’è dietro e dentro il sistema zoo. Ma dietro questa facciata di human saviorism si nasconde una realtà profondamente problematica, che raramente ottiene la stessa attenzione.
Il caso dei fossa di Napoli è emblematico: la “prima nascita in Italia” di un predatore minacciato diventa immediatamente un racconto edificante, una prova del presunto ruolo salvifico degli zoo nella conservazione delle specie. È un frame narrativo che funziona benissimo nel giornalismo quotidiano: è positivo, facile, immediato, perfetto per alimentare l’idea che “qualcuno se ne sta occupando”. Ma questa resta solo la superficie. La domanda che nessun articolo pone è: perché un fossa deve nascere in un recinto europeo per avere speranze di sopravvivere come specie? Cosa significa davvero definire “conservazione” la nascita controllata di un animale esclusivo del Madagascar e cosa rimane di positivo, concretamente, nel dare vita a un individuo che non potrà mai essere libero?
La retorica celebrativa occulta il dato centrale: la nascita in cattività non è un successo del sistema zoologico, è un sintomo del collasso delle condizioni naturali. Il fossa, come molti altri animali, non riesce più a riprodursi in modo sostenibile nel proprio habitat a causa di una serie di fattori, alcuni dei quali origine antropica. Soprattutto, il fossa è stato messo in cattività molto prima che il suo habitat venisse devastato. Il recinto è quindi una premessa, non l’ultima e artificiale possibilità scientifica, non una misura riparativa travestita da trionfo, ma una scelta perfettamente funzionale al profitto dei devastatori.
E mentre a Napoli si festeggia una nascita, dall’altra parte del mondo si compie un gesto apparentemente opposto, che conquista la stessa risonanza mediatica: due leoni sani sono stati abbattuti in Nuova Zelanda dopo la chiusura del Kamo Wildlife Sanctuary, la struttura che li ospitava.
Gli articoli sugli zoo si collocano quasi sempre in due categorie: la favola (la nascita, il “salvataggio”, la storia commovente) o l’incidente (la fuga, l’aggressione, l’eutanasia). Mancano completamente la visione sistemica. Per apparente dimenticanza, non c’è mai menzione del fatto che gli zoo nascono da una storia coloniale basata sull’esibizione del selvaggio (umano e non umano) come oggetto.
Il giornalismo riduce gli zoo a luoghi di “curiosità”, di “simpatia”, di “storie da condividere”. Ma lo sguardo mediatico appartiene a un paradigma ben più ampio. Nel saggio Zoo Culture: the Book About Watching People Watch Animals, Bob Mullan e Garry Marvindi mostrano che gli zoo non esistono per proteggere gli animali, ma per proteggere un’idea tutta umana della natura come qualcosa da guardare, possedere, classificare. Ogni visita allo zoo conferma una gerarchia: la natura è sotto controllo, l’animale è oggetto, l’uomo è spettatore e sovrano. E i giornali, continuando a trattare lo zoo come un luogo di intrattenimento e scrivendo su di essi articoli di intrattenimento, rafforzano questa gerarchia.
Anche quando parlano di “conservazione”, gli articoli raramente esaminano cosa significhi davvero conservare una specie attraverso la cattività. Non si tratta solo di raccontare che gli spazi degli zoo sono minuscoli rispetto ai territori naturali; che gli animali selvatici sviluppano frequentemente stereotipie e disturbi comportamentali; che molti programmi di reintroduzione falliscono; che la maggior parte delle specie conservate negli zoo non potrà mai tornare libera. Non si tratta, insomma, di mostrare il fallimento scientifico degli zoo, ma di rimettere al centro la questione etica. Nella narrazione mediatica, basta la parola “conservazione” per chiudere la questione, come un timbro morale che cancella ogni dubbio. Tutti sono concordi sul fatto che far riprodurre animali a rischio estinzione in cattività sia fondamentale per gli equilibri naturali degli ecosistemi, ma né i giornali né gli operatori faunistici sono in grado di spiegare in che modo quegli ecosistemi ne gioverebbero, se i loro animali non possono più tornare in libertà.
Così i nuovi arricchimenti ambientali, che spesso si adattano più alla sensibilità del pubblico contemporaneo che ai bisogni effettivi degli animali e il rebranding dei vecchi “zoo” trasformati prima in “parchi faunistici” e poi in “bioparchi” dimostrano che la sostanza cambia poco: è lo sguardo umano che cambia lo zoo elo riadatta alle sue esigenze, con un impatto diretto sulle vite animali.
Marina Chiarizia
















































