Reddito energetico, lentissimi passi avanti nella lotta in difesa dell'ambiente
Reddito Energetico. Fonte: rinnovabili,it

Il Governo giallo-rosso guidato da Giuseppe Conte, si tinge di verde, ma fortunatamente la Lega non c’entra: si tratta dell’auto-celebrata “svolta ecologica”, ovverosia una serie di misure di breve, medio e anche lungo periodo per dare applicazione al Green Deal europeo e per concretizzare una transizione, morbida e progressiva, ad un’economia che privilegi la sostenibilità e la difesa dell’ambiente. In questo quadro programmatico, l’istituzione del Reddito Energetico per le famiglie meno abbienti è emblematicamente, oltre che pragmaticamente, assai significativo. Obiettivi che dimostrano una certa ambizione, ma pur sempre ascrivibili alla cosiddetta politica dei piccoli o piccolissimi passi, lontani di qualsiasi progettualità di visione.

«Non è abbastanza fare dei passi che un giorno ci condurranno alla meta, ogni passo deve essere lui stesso una meta, nello stesso momento in cui ci porta avanti», scriveva Goethe. Possiamo permetterci questo, malinteso, incedere flemmatico e dinoccolato anche in tempo di crisi climatica?

Un piccolo passo per l’ambiente, un grande passo per la politica: il reddito energetico

L’istituzione del Fondo Nazionale per il reddito energetico, prevista dall’articolato documento del Piano per il Sud 2030, previa approvazione della norma per l’autoconsumo delle energie rinnovabili del decreto mille-proroghe, prende di petto almeno due questioni economiche ed ecologiche cruciali, legate alla tutela dell’ambiente ed strettamente interconnesse: la riduzione dei costi dell’approvvigionamento energetico, e la necessità di incentivare e accelerare la transizione alle fonti di energia rinnovabile. In Italia, secondo rilevazioni statistiche Eurostat del 2019, il prezzo dell’energia elettrica è in media 23 € per 100 kWh a famiglia, e grava sulle piccole e medie imprese per 26,34 c€/kWh, in crescita dell’8,3% rispetto all’anno precedente e superiore alla media europea. Gli impianti che trasformano vento, sole, acqua corrente e biomasse in energia possono abbattere significativamente questi costi sulla lunga distanza: migliorano l’efficienza energetica, riequilibrano il mercato attraverso significativi picchi d’offerta, e possono auto-produrre energia domesticamente, riducendo gli eccessi avvicinandoli alle effettive necessità di consumo. Tuttavia, presentano costi di istallazione ancora onerosi oltre che svariati ostacoli normativi e burocratici.

L’obiettivo che l’esecutivo intende perseguire con il reddito energetico consiste nella definizione di un quadro normativo specifico volto a stimolare il ricorso alle fonti di energia rinnovabile sostenendo finanziariamente i sistemi di generazione distribuita, ossia gli impianti domestici finalizzati all’autoconsumo delle famiglie. Per consentire anche alle fasce sociali a basso reddito di installare impianti fotovoltaici si è prevista l’istituzione di un fondo rotativo che parte da 200 milioni di euro in incentivi ed è articolato in due sezioni: la prima sarà dedicata ai contributi specifici per la concessione di incentivi diretti per l’acquisto delle infrastrutture degli impianti, mentre la seconda riguarderà l’erogazione di finanziamenti bancari finalizzati all’acquisto dei sistemi fotovoltaici. Un decreto attuativo del ministero dello Sviluppo Economico provvederà a semplificare le procedure burocratiche e definire tempi e modalità operative del fondo, andando a precisare anche i requisiti per rientrare nella platea dei beneficiari. Nel progetto del reddito energetico sarà coinvolto anche Gestore dei Servizi Energetici (GSE), una controllata dal Ministero Economia e Finanze, che sarà tenuta a specificare invece le misure di rifinanziamento del fondo rotativo attraverso i ritorni degli stock energetici immagazzinati e non consumati, a garanzia di un ciclo virtuoso che inoltre peserà limitatamente sulle finanze pubbliche.

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Un esempio di impianto fotovoltaico domestico. Fonte: repubblica.it

Se disegnato e concretizzato efficacemente, il reddito energetico, che in quanto a realizzabilità può contare sugli esperimenti virtuosi a livello locale della regione Puglia e del comune di Porto Torres in Sardegna, assumerà i contorni di un provvedimento indispensabile per la tutela dell’ambiente: l’immissione di liquidità nelle tasche di fasce sociali vaste e ancora escluse dalla transizione ecologica soffierà vento nelle vele già spiegate del fotovoltaico in Italia (solo nel 2018 sono stati installati ben 48.225 impianti), esprimerà le grandi potenzialità energetiche delle regioni del Mezzogiorno, alleggerirà le bollette, e potrà anche costituire la pietra miliare di quella che si definisce democrazia energetica. Si tratta di un primo passo nella direzione giusta, come lo sono stati altri provvedimenti di piccolo impatto, dall’ecobonus per l’efficientamento energetico delle abitazioni private agli incentivi per la mobilità sostenibile, che potrà effettivamente fungere da volano per le energie pulite, ma non siamo di fronte ad una misura copernicana, tale da giustificare la locuzione “svolta ecologica” di cui sopra.

Un moto di rivoluzione ecologico, unico antidoto alla crisi climatica

L’elefante nella stanza, nel frattempo, barrisce. Si tratta dei livelli di inquinamento di agricoltura e allevamento intensivi e della grande industria, maggiori corresponsabili delle conseguenze più drammatiche della crisi climatica.

L’agricoltura ad alto valore produttivo necessita di pesticidi, diserbanti e altre sostanze chimiche assai dannose per il terreno, sempre meno fertile per questo motivo e per l’espansione dei fenomeni dei climi estremi, mentre prosciuga e inquina immense quantità di risorse idriche, innescando una spirale pericolosa per la disponibilità sicurezza alimentare del pianeta. Gli allevamenti intensivi, foraggiati con il contributo di mangimi coltivati a discapito di altri prodotti agricoli, sono responsabili invece di circa il 14,5% delle emissioni.

La quota più rilevante dell’inquinamento atmosferico e delle emissioni di gas serra (ossidi di azoto, polveri, composti organici volatili) è comunque riconducibile alla produzione industriale: proviene direttamente dalla combustione di petrolio, carbone e gas scaturite dai processi di trasformazione delle principali industrie multinazionali, che esse siano minerarie ed estrattive, biochimiche, metallurgiche, farmaceutiche e alimentari. In particolare, secondo uno studio del Climate Accountability Institute pubblicato da The Guardian, soltanto venti giganti della grande industria sono responsabili di oltre un terzo delle emissioni totali dal 1965. Si deve sottolineare, per aggravare le responsabilità politiche dirette degli stati nella dissennata distruzione dell’ambiente, che dodici tra questi soggetti “super-inquinanti” sono colossi dell’energia pubblici o partecipazione statale, che maturano profitti da record con la complicità delle classi dirigenti nazionali e internazionali.

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Le venti società più inquinanti al mondo, since 1965. Fonte: marketwatch.com

In presenza di un sospirato provvedimento sostanziale come il reddito energetico, non si può accusare il governo di greenwashing, e forse nemmeno di eccessiva pavidità, ma neppure si può applaudire ad un manifesto tatticismo che aggira le questioni più dirimenti, mentre la casa brucia: le scadenze improrogabili del prossimo decennio per scongiurare le catastrofi della crisi climatica sono imminenti più che prossime, e per l’ambiente è necessario un vero e proprio moto di rivoluzione, inteso in senso sia prosaico che ideale. Un cambiamento di prospettiva, da ciò che è possibile fare nel contesto dello status quo, a ciò che è necessario fare per il pianeta. Un punto di vista che possa quindi immaginare provvedimenti sistemici di eco più vasta rispetto alle pur esiziali misure che stimolano i comportamenti individuali e promuovono un cambiamento (fin troppo) graduale. A dover essere messo radicalmente in discussione dovrebbe essere l’intero sistema economico capitalista, alimentato da fonti di energia inquinanti che sono monopolio di profitto per pochissime potentissime società, e assuefatto ad un consumo incontrollato e insostenibile.

La democratizzazione dell’energia promossa dal reddito energetico va estesa e rafforzata attraverso regimi di tassazione particolarmente aspri e severi per le industrie inquinanti e sostenendo con normative e finanziamenti i sistemi e le tecniche fondate sull’agroecologia. Gli ancora ingenti finanziamenti ai comparti dei combustibili e gas fossili devono essere immediatamente azzerati, e gli obiettivi della riconversione ecologico-energetica devono essere chiarificati e scadenzati in un piano d’azione che non lasci nulla al vago, e non possono certo fermarsi semplicemente ad una forfettaria e insufficiente riduzione del 33% delle emissioni entro il 2030. Il decisore pubblico, in Italia e nel mondo, non può limitarsi al tergiversare del politicismo, assecondando gli interessi di influenti attori socio-economici e fungendo da mera camera di compensazione per compromessi al ribasso. Pensare alle prossime generazioni e plasmare la realtà secondo regole comuni, non assecondarla pedissequamente. La crescita economica, l’inclusione sociale e la tutela dell’ambiente, insieme, devono essere i capisaldi di una lunga marcia politica, percorsa passo dopo passo, come vorrebbe Goethe, ma con incedere più che sostenuto.

Luigi Iannone

Luigi Iannone
Classe '93, salernitano, cittadino del mondo. Laureato in "Scienze Politiche e Relazioni Internazionali" e "Comunicazione Pubblica, Sociale e Politica". Ateo, idealista e comunista convinto, da quando riesca a ricordare. Appassionato di politica e attualità, culture straniere, gastronomia, cinema, videogames, serie TV e musica. Curioso fino al midollo e quindi, naturalmente, tuttologo prestato alla scrittura.

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