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Fonte: makeamazonpay.com

Amazon, il colosso del quasi trilionario Jeff Bezos, è cresciuta come non mai grazie alla pandemia, applicando pratiche di sorveglianza dei propri lavoratori in chiave antisindacale. L’enorme impatto ambientale della multinazionale va di pari passo con la sua attività di greenwashing, mentre contro il suo indebito arricchimento a carico di lavoratori e ambiente è partita la campagna globale MakeAmazonPay.

La multinazionale della sorveglianza

Il magazine Vice è riuscito a entrare in possesso di decine di documenti interni di Amazon, che rivelano lo stretto monitoraggio dell’azienda dei movimenti sindacali, sociali e ambientali. Amazon non è nuova a queste pratiche: la multinazionale dell’e-commerce ha spesso tentato di reprimere il dissenso dei propri dipendenti, con ritorsioni e diffamazioni dei lavoratori che cercavano di organizzarsi.

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Fonte: vice.com

Questi documenti, redatti dagli analisti della divisione incaricata della sicurezza aziendale, sarebbero circolati tra il management delle divisioni di tutto il mondo, aggiornandolo nel dettaglio sulle attività di organizzazione dei propri lavoratori e sull’attivismo di movimenti ambientali come Greenpeace e Fridays for Future, in Europa, America, Medio Oriente, Australia e Asia orientale. L’apparato di sicurezza interna e di sorveglianza ha tra le sue fila ex-analisti di intelligence militare e personale di Pinkerton (agenzia di spionaggio privata famosa negli Stati Uniti per le sue attività di infiltrazione contro i movimenti sindacali), che avrebbero monitorato gruppi Facebook privati e creato account sui social media per infiltrarsi e tracciare l’attività online dei dipendenti protagonisti dello sforzo di organizzazione sindacale.

L’attività di sorveglianza è particolarmente intensa in quei paesi europei dove l’attività sindacale è forte e potrebbe influenzare i dipendenti Amazon. In Francia, ad esempio, avrebbero monitorato l’attività dei gilet gialli e le relazioni potenziali con i propri lavoratori, mentre nel caso dell’Italia, uno dei rapporti sui rischi per l’azienda nei periodi di alta stagione (documenti che elencano i potenziali eventi lesivi delle operazioni di Amazon nel periodo dove il lavoro diventa estenuante) classifica come “moderato” il livello di rischio, descrivendo nel dettaglio le attività sindacali dei suoi magazzinieri e fattorini. Non sono mancate le iniziative per tenere alta l’attenzione su queste pratiche profondamente antidemocratiche: UNI Europa a settembre ha chiesto alla Commissione Europea di investigare lo sforzo di Amazon per spiare i lavoratori; la Confederazione Europea dei sindacati ha avvertito che le attività di intelligence di Amazon potrebbero violare non solo le leggi sulla raccolta dei dati dell’UE, ma anche le convenzioni dell’Organizzazione internazionale del Lavoro e la Carta Sociale Europea del Consiglio d’Europa; inoltre diversi appelli in difesa dei diritti dei lavoratori sono stati lanciati da Amnesty International.

Amazon tra impatto ambientale e greenwashing

Questi documenti hanno rivelato anche l’insofferenza della multinazionale nei confronti dei movimenti ambientalisti come Fridays for Future, visti come una vera e propria minaccia. Greenpeace ha più volte chiamato in causa Amazon per i suoi contratti con le compagnie petrolifere e del gas, a cui fornisce attraverso Amazon Web Services (AWS) servizi di Intelligenza Artificiale e Cloud Computing. Secondo il report “Oil in the Cloud”, queste nuove tecnologie incrementerebbero la produzione del 5% entro il 2025 e gli investimenti in fase di esplorazione e produzione, passando dagli attuali 2,5 miliardi di dollari a 15,7 miliardi entro il 2030. Rolf Skar, direttore di campagna per Greenpeace USA, sottolinea come Amazon si sia sempre rifiutata di smettere di fornire questo tipo di servizi all’industria dei combustibili fossili, schierandosi di fatto contro il clima.

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Fonte: 2duerighe.com

Ma non sono solo i rapporti intrattenuti con il settore dei combustibili fossili a rendere insostenibile l’attività di Amazon, basti pensare alle spedizioni e al servizio Prime. Nel 2019 Amazon ha consegnato 3,5 miliardi di pacchi, di cui 318 milioni solo in Italia. Le consegne veloci Prime non permettono ai corrieri di razionalizzare gli itinerari per la spedizione, emettendo 35 volte più CO2 rispetto a una consegna standard a pieno carico. Così, se una consegna standard corrisponde all’abbattimento di 20 alberi, una consegna Prime equivale a una cifra tra i 100 e i 300 alberi. Periodi di picco come il Black Friday non fanno che aumentare l’insostenibilità dell’intero modello di spedizione.

Nonostante queste criticità (o forse proprio per queste), Bezos dal 2019 si è prodigato in un’intensa attività di greenwashing dell’immagine dell’azienda. Nel settembre dello scorso anno Bezos ha fondato Climate Pledge, una fondazione con cui Amazon si impegna a raggiungere una fornitura energetica 100% rinnovabile entro il 2030 e zero emissioni nette di CO2 entro il 2040. Tuttavia, come ha sottolineato Greenpeace, non è molto chiaro come avverrà la transizione verso una matrice energetica rinnovabile, ed è esclusa dal piano la sua catena di approvvigionamento, che rappresenta il 75% dell’impronta ambientale prodotta. Associazioni come AECJ (Amazon Employees for Climate Justice) denunciano inoltre l’utilizzo di tecniche ingannevoli di contabilizzazione del carbonio e una visione meramente tecnocratica del cambiamento climatico, tralasciando il tema della giustizia ambientale.

I profitti pandemici e MakeAmazonPay

Dall’inizio della pandemia le grandi aziende hanno anteposto i profitti alla sicurezza dei lavoratori: il rapporto Oxfam “La pandemia dei profitti e dei poteri” evidenzia che alla perdita di 400 milioni di posti di lavoro sono corrisposti 109 miliardi di dollari in più rispetto agli anni precedenti per le 32 aziende più profittevoli; non solo, ma le stesse aziende hanno donato per far fronte alla pandemia in media lo 0,5% dei profitti, redistribuendo ai propri azionisti il 94% dei profitti di quest’anno. Proprio per contrastare l’intensa concentrazione di ricchezza alimentata dalla pandemia, Oxfam propone una tassa sui profitti per le 32 aziende che si sono arricchite maggiormente. Il gettito (stimato a 104 miliardi di dollari) riuscirebbe a coprire, contemporaneamente, tamponi in tutto il mondo, il vaccino per tutti gli abitanti del pianeta e l’investimento per formare personale sanitario in prima linea e degno del 21° secolo. Tra queste 32 aziende naturalmente vi è anche Amazon.

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Se fossi un homo erectus di 2 milioni di anni fa e fin da subito guadagnassi, per 2 milioni di anni, 63.000 dollari l’anno (il reddito familiare mediano statunitense nel 2018) senza spendere un centesimo di questa ricchezza, avrei comunque 4 miliardi di dollari in meno rispetto alla ricchezza personale di Jeff Bezos (130 miliardi di dollari a febbraio 2020). Fonte: Humans of Late Capitalism, Instagram

Grazie alla pandemia, infatti, Amazon ha raggiunto il record di profitti della sua storia e non ha smesso di espandere la sua posizione di fatto monopolistica, permettendo a Bezos di diventare la prima persona nella storia dell’umanità ad accumulare quasi 200 miliardi di dollari di ricchezza personale. Al contempo, i magazzinieri di Amazon si sono trovati in prima linea di fronte alla pandemia come lavoratori essenziali, denunciando l’assenza di protocolli di sicurezza negli stabilimenti. Per avere un’idea dell’immensa disuguaglianza di cui stiamo parlando, se Jeff Bezos desse a ciascuno dei suoi dipendenti Amazon un bonus di 105.000 dollari, sarebbe comunque ricco tanto quanto lo era all’inizio della pandemia. E no, non c’entrano il merito o l’impegno personale di Bezos, ma l’intero modello produttivo e di consumo che Amazon rappresenta e alimenta, fatto di sfruttamento, disuguaglianze e distruzione ambientale. Così, le condizioni lavorative dei dipendenti, l’arricchimento indebito, l’insostenibilità ambientale del modello consumistico che promuove sono alcuni dei problemi che denuncia la campagna MakeAmazonPay, guidata da Progressive International. A sostegno di MakeAmazonPay, 401 parlamentari di 34 paesi (tra cui Jeremy Corbin, Yanis Varoufakis e Ilhan Omar) hanno indirizzato una lettera a Bezos, manifestando la necessità di far pagare ad Amazon quello che deve al pianeta e alla società.

Secondo MakeAmazonPay, Amazon si trova nel cuore di un sistema economico fallimentare che non fa che alimentare le disuguaglianze, la crisi climatica e il decadimento democratico della nostra epoca. La coalizione di associazioni che conformano MakeAmazonPay ha quindi formulato 5 richieste: migliorare le condizioni di lavoro, dai salari alla sospensione della sorveglianza sui lavoratori; generare sicurezza lavorativa, abbandonando precarizzazione ed esternalizzazioni; rispettare i diritti dei lavoratori, smettendola di ostacolare la sindacalizzazione dei propri dipendenti; operare in modo sostenibile, ponendo fine ai contratti con l’industria dei combustibili fossili; infine, ma non per importanza, ripagare la società, pagando tutte le tasse nei paesi dove effettivamente opera (in Italia, nel 2019 Amazon ha pagato 11 milioni di euro in tasse, lo 0,24% dei ricavi) ed evitando di usare i paradisi fiscali.

Nella corsa alla privatizzazione dello spazio e nel consumismo più sfrenato delle feste, dimentichiamo quanto su questo pianeta siano ingiuste e ingiustificate le disuguaglianze e i profitti che alcuni fanno sulla nostra pelle e della Terra. Per questo, MakeAmazonPay.

Augusto Heras

Canzone sull’immensa ricchezza personale di Jeff Bezos, che mostra tutto quello che si potrebbe fare con quei soldi. Fonte: CollegeHumor YouTube

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