Così il capitalismo della sorveglianza ha annientato la lotta di classe Fonte: pde.it
Fonte: pde.it

Siamo per natura convinti di poter raggiungere uno stato di piena indipendenza: in termini pratici la potremmo definire presunzione, quella dell’uomo, il quale ha in sé l’idea di libertà e, dunque, la convinzione di poterla raggiungere. Ignoriamo il più delle volte il nostro agire necessario, la possibilità o meglio la certezza di essere influenzati da qualcosa di esterno, il nostro desiderio di onnipotenza ci acceca. Distrazione, sensibilità, senso di colpa, compiacersi della mediocrità. Anche la persona più obiettiva e imperturbabile, inevitabilmente, viene condizionata da qualcosa o qualcuno: che sia la stampa, la televisione, il mare magnum di internet. Pensiamo all’azione persuasiva della parola, dell’immagine. Non più solo un Quarto Potere, ossia la capacità della stampa di orientare l’opinione pubblica, ma anche un quinto e un sesto potere. Basti pensare al ruolo ancora dominante del piccolo schermo e quello sempre più penetrante dei social network. A prendere forma è il capitalismo della sorveglianza, che con la rivoluzione tecnologica e pubblicitaria condotta dalle multinazionali e dai colossi dell’industria ha dato vita a una “orwellizzazione” della società plasmata dal controllo di massa, dove persino la lotta di classe non ha più chance di sopravvivenza.

Ma andiamo al dunque: cos’è in termini pratici il capitalismo della sorveglianza? In che modo incide sulle nostre vite più di quanto si pensi? Ad oggi è quasi impossibile resistere alle tentazioni fornite dalla rete. Chi mai potrebbe disprezzare un mezzo che dona la possibilità di avere tutto ciò che si desidera a portata di mano? Non ci preoccupa la consapevolezza di essere controllati, non badiamo al fatto che la scienza e la tecnologia abbiano dato vita a mezzi di sorveglianza sempre più sofisticati e capillari. L’intelligenza artificiale può difatti automatizzare una serie di compiti utili ai fini della sorveglianza.

In altri termini, a causa del capitalismo della sorveglianza c’è il reale pericolo di vivere sotto il costante controllo di telecamere, spesso celate o invisibili, che impediscono non soltanto la privacy, ma anche l’opposizione politica e le proteste sociali. Non è assurdo, dunque, considerare la società orwelliana proposta nel romanzo “1984” una tangibile realtà più che una lontana distopia. Insomma: il capitalismo-colonialismo odierno non è forse vicino a molti aspetti della dittatura descritta da Orwell?

I nostri smartphone, ad esempio, sono una porta spalancata all’occhio del potere sulle nostre vite. Geolocalizzazione in tempo reale, registrazioni, estrapolazione di dati facilmente accessibili dalle nostre piattaforme social tramite l’utilizzo di specifici algoritmi. Prima eravamo noi ad effettuare ricerche su Google, ma cosa accade ora che è Google a cercarci?

Citiamo Cambridge Analytica, fondata nel 2013 da Robert Mercer, miliardario imprenditore statunitense con idee molto conservatrici, e al centro del colossale scandalo che fece tremare Facebook. Essa è specializzata nel raccogliere dai social network un’enorme quantità di dati sui loro utenti: quanti “Mi piace” mettono e su quali post, dove lasciano il maggior numero di commenti o il luogo da cui condividono i loro contenuti. Queste informazioni sono poi elaborate da modelli e algoritmi per creare profili di ogni singolo utente, con un approccio simile a quello della psicometria, il campo della psicologia che si occupa di misurare abilità, comportamenti e più in generale le caratteristiche della personalità. Più “Mi piace”, commenti, tweet e altri contenuti sono analizzati più è preciso il profilo psicometrico di ogni utente.

Cambridge Analytica dice di avere sviluppato un sistema di “microtargeting comportamentale”, che tradotto significa pubblicità altamente personalizzata su ogni singola persona. I suoi responsabili sostengono di riuscire a far leva non solo sui gusti, come fanno già altri sistemi analoghi per il marketing, ma addirittura sulle emozioni degli utenti. 

Fonte: agendadigitale.eu

In merito, invece, alle modalità di utilizzo della tecnologia da parte della società postmoderna, sembra che le informazioni ottenute dai mass media siano così attendibili da poter essere paragonate alle conclusioni a cui arrivano le scienze. Ingurgitiamo qualsiasi notizia, promuoviamo il pressappochismo perché niente vale ormai più di qualcos’altro. Strisciamo nella logica del bipensiero, quel processo attraverso cui ci si affida a due verità tra loro contrapposte contemporaneamente: in estrema sintesi si tratta della volontà e capacità di sostenere un’idea e, allo stesso tempo, il suo esatto opposto in modo da non porsi mai al di fuori dell’ortodossia.

Il bipensiero orwelliano sembrerebbe non avere alcuna referenza con la realtà, giacché è ovviamente impossibile credere a entrambe le metà di una contraddizione. Ma forse questa valutazione non è completamente vera. Al contrario, non solo le persone possono credere a due idee contrapposte in antitesi, ma è qualcosa che fanno ogni giorno, senza alcuna apparente difficoltà.

L’immagine dell’uomo tipica della società nata dalla rivoluzione industriale è assai più simile a quella di un esemplare di un gregge che non fa nulla di diverso dai suoi simili, che si muove o sosta all’unisono con essi, sotto lo sguardo vigile del cane pastore che non aspetta altro che azzannarli. Questo esemplare umano deve essere allo stesso modo docile e indirizzabile, in modo da poter essere facilmente indotto a non bramare null’altro che pascersi in quella sorta di paradiso artificiale, stracolmo di ogni genere di “oggetti del desiderio”. In questo scenario la lotta di classe è destinata a soccombere.

C’è da dire che nei nostri cosiddetti sistemi democratici non esistono autorità realmente coercitive (come quelle dei regimi totalitari), le quali negano apertamente la libertà mediante misure repressive evidenti rendendo così i propri sudditi consapevoli di vivere in un sistema corrotto. Dunque, anche se l’apparato ideologico che sta alla base della nostra civiltà è retto da un castello di fandonie, esso riesce a disegnare un’immagine apparentemente coerente e, soprattutto, estremamente convincente. Pertanto riesce a convogliare le energie, i desideri e le aspirazioni della società in modo che siano conformi alla visione del mondo dominante e a far loro inseguire i fantasmi che continuamente vengono creati dalla grande fabbrica di illusioni consumistiche.

Il capitalismo della sorveglianza costituisce invece una sorta di “dittatura intangibile”, che modella la capacità di giudizio e di pensiero degli uomini rendendoli, di fatto, privi di un’identità individuale vera e propria. In effetti è facile constatare quanto sia improprio definire individui queste “unità sociali”, almeno quanto lo sarebbe definire tale il singolo esemplare di un formicaio o di uno sciame d’api.

L’omologazione, conseguente alla perdita di una propria individualità dove l’uomo non ha più coscienza di sé, ha come conseguenza l’annientamento della lotta di classe, in quanto l’individuo, introdotto in un meccanismo di controllo serrato, non solo è condotto alla perdizione della propria integrità personale, ma anche della propria identità politica. In questo contesto, le teorie del riconoscimento in determinati gruppi omologati hanno svolto un ruolo strategico nel fornire un lessico alternativo, capace di reinterpretare la “grammatica morale” dei conflitti in un modo che l’idea della lotta di classe non riusciva più a rappresentare.

La soluzione, in teoria, sarebbe semplice: qualsiasi cosa, soprattutto se influenza la nostra vita tanto quanto fanno i mass media, dovrebbe essere prima di tutto sottoposta a critica. La bontà o meno di uno strumento si basa sulle ragioni che ne giustificano il suo utilizzo. Giustificare qualcosa a priori smaschera la debolezza delle ragioni su cui quella stessa cosa si basa.

È indubbio come i mass media diano la possibilità a tutti di avere accesso alla conoscenza, ma è anche inequivocabile come la riflessione preliminare sull’uso di alcune innovazioni scientifiche eviterebbe molti disastri di cui tutti siamo a conoscenza. Al nostro stato di massima incoscienza risponde il capitalismo della sorveglianza che delinea il nostro stadio di massima perfezione, nel quale la lotta di classe non esiste e la personalità è cancellata; perché l’asservimento, ovvero la non-esistenza della persona, può essere già considerato un dato di fatto. In tali circostanze, diventano inutili ordini e divieti. Di fatto, poiché la persona non esiste più, l’appello al suicidio morale non riguarderebbe più nessuno. Sui cadaveri non si spara.

Mena Trotta

Mena Trotta
Mena, classe 2001, studentessa di filosofia presso l'università di Bologna. Un po' lunatica, un po' lunare, attratta da un'armonia irraggiungibile e il fascino del caos, tendo ad oscillare tra fasi calanti e crescenti. Le contraddizioni e la curiosità mi spingono a viaggiare con il corpo e con la mente. Miro alla pienezza facendo da tela al mio quadro ideale. Fermamente convinta del fatto che l'arte in ogni sua forma, purtroppo, ci assolverà tutti.

1 commento

  1. Sempre brava ed obiettiva.
    SIAMO UNA MASSA DI PECORONI MAL GUIDATI AL BRULLO PASCOLO.
    Troppo poco rispetto della dignità della persona. Speriamo che non esasperino troppo. Le conseguenze sarebbero catastrofiche.

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