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Black Friday e inquinamento: i costi occulti dello shopping sfrenato

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Black Friday
Fonte immagine: www.theguardian.com

429mila tonnellate di carbonio. Questo è l’ammontare delle emissioni che sarà rilasciato in atmosfera durante il Black Friday. Certo si tratta di stime che riguardano la sola Gran Bretagna, ma secondo gli autori del Dirty Delivery Report possono considerarsi come un valido termine di paragone per tutti i paesi occidentali.

Sebbene le sue origini siano legate alla festa a stelle e strisce che ricorre il 26 novembre, il giorno più famoso del mondo per realizzare acquisti scontati è diventato uno degli appuntamenti più attesi anche in quei paesi in cui il Giorno del Ringraziamento non si festeggia affatto. La mania per gli sconti pre-natalizi è, infatti, universale: che si festeggi Natale oppure Hannukkah, che ci si consideri un amante dello shopping sfrenato o un consumatore occasionale, da quando l’e-commerce ha conosciuto il suo boom, il Black Friday si è trasformato in un’istituzione. Anzi, la vera istituzione è il consumismo e il venerdì nero il giorno scelto per osannarlo.

E in quest’anno duramente segnato dalla pandemia è facile prevedere che ci sarà un Black Friday da record, con livelli mai eguagliati in precedenza. Come si legge all’interno del report, infatti, l’85% dei consumatori del Regno Unito ha affermato che approfitterà delle offerte online per portarsi avanti con i regali di Natale, ma solo 1 su 10 ha dichiarato di prendere in considerazione l’impatto che le consegne dei prodotti acquistati avranno sull’ambiente. Una questione che meriterebbe, invece, una considerazione ben maggiore se si pensa che saranno emesse 429 mila tonnellate di CO2 e che si genererà il più grande volume di rifiuti dell’anno.

Invece, ammaliati dagli sconti del venerdì nero e sopraffatti dall’impellente necessità di acquistare articoli con un’obsolescenza programmata di pochi mesi, i consumatori britannici preferiscono non dare troppo peso alle tematiche ambientali. Secondo il report sul Black Friday, solo l’11,72% degli intervistati si sofferma a valutare l’impatto ambientale della spedizione, contro una schiacciante maggioranza del 72% che preferisce, invece, andare alla ricerca della consegna gratuita. Non manca poi chi (un buon 20%) si dichiara disponibile a versare una piccola somma di denaro per compensare i gas serra connessi al suo acquisto. Ad essere più attenti soprattutto i ragazzi di età compresa tra i 16 e i 24 anni.

«Sebbene vi sia interesse da parte dei consumatori a ridurre l’impronta di carbonio durante gli acquisti online» spiega Salman Haqqi, esperto di finanza su Money.co.uk «sembra che la velocità e l’affidabilità siano le qualità che i consumatori britannici desiderano che le società di consegna possiedano». Questo però non significa che le società che si occupano di delivery siano completamente indifferenti all’impatto ambientale che producono. Il Dirty Delivery Report promuove la Royal Mail come la società più attenta alle emissioni: dei suoi 176mila dipendenti, 90mila consegnano a piedi. Non a caso, dal 2005 ad oggi, l’azienda postale britannica è riuscita a ridurre le sue emissioni di anidride carbonica del 29%. Altrettanto bene riesce a fare Ups, che invece investe sui veicoli elettrici e ibridi acquistandone 10mila, tutti destinati a entrare in circolazione entro il 2024. In fondo alla classifica, con zero punti guadagnati, Parcelforce, Speedy Freight e DTDC. Ma quello delle consegne non è l’unico fattore che contribuisce a rendere il venerdì nero ancora più oscuro.

Fonte immagine: www.reteclima.it

Alla base di tutto ciò che compriamo, che sia un prodotto tecnologico, uno di fast fashion oppure un giocattolo, c’è un’intera filiera che include l’estrazione o la produzione del materiale in cui l’oggetto è realizzato, la sua successiva lavorazione e il suo confezionamento finale. Una richiesta così grande quanto non necessaria di oggetti nuovi non può che determinare uno sfruttamento più intenso di materie prime, che andrebbero invece impiegate in modo più parsimonioso perché sono inesorabilmente destinate ad esaurirsi e nessuna mail ci avviserà che sono nuovamente disponibili in store.

Al contrario, ormai da tempo, l’Overshoot Day ci ricorda che arriva un momento in cui le risorse del Pianeta necessarie per tutti i 365 giorni dell’anno risultano esaurite anticipatamente proprio a causa dei nostri consumi. Ecco perché sarebbe sempre bene ricordare che dietro ogni acquisto – soprattutto dietro quelli a costi stracciati tipici del Black Friday – c’è molto di più dell’oggetto che si è scelto di comprare con un click. Dietro lo smartwatch di ultima generazione, dietro i vestiti e le scarpe di tendenza, dietro gli oggetti che lo sconto del 50% ha improvvisamente reso indispensabili alla sopravvivenza, ci sono costi sociali e ambientali destinati a diventare sempre più insostenibili.

In una società più che mai contraddittoria, il Black Friday è molto più che un’aggressiva strategia di marketing. È il giorno in cui l’ideologia liberista dell’accumulazione indiscriminata e della crescita infinita si palesa agli occhi di tutti. Ma impegnati come siamo nel ricercare l’offerta migliore e il prezzo più basso, non riusciamo a prendere coscienza che stiamo sprecando la vera grande occasione che ci troviamo di fronte: rifiutare il superfluo e rinunciare agli sprechi, scardinando un sistema che mercificando ogni cosa ci condurrà alla catastrofe.  

Virgilia De Cicco

Virgilia De Cicco
Ecofemminista. Autocritica, tanto. Autoironica, di più. Mi piace leggere, ma non ho un genere preferito. Spazio dall'etichetta dello Svelto a Murakami, passando per S.J. Gould. Mi sto appassionando all'ecologia politica e, a quanto pare, alla scrittura. Non ho un buon senso dell'orientamento, ma mi piace pensare che "se impari la strada a memoria di certo non trovi granché. Se invece smarrisci la rotta il mondo è lì tutto per te".

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