Il proporzionale in Italia

Nel migliore dei mondi possibili Baggio gioca ancora a calcio, Pantani è il commissario tecnico della nazionale italiana di ciclismo e in Italia c’è il sistema proporzionale.

Di queste quattro situazioni, più o meno soltanto una resiste alla realtà ed è l’ultima: il Rosatellum-bis (o solo Rosatellum), una legge elettorale – e un conseguente sistema di voto – osteggiata ormai da tutti: partiti, movimenti, associazioni, circoli di bridge e bocciofile.

Ma perché in un mondo ideale il sistema proporzionale tanto criticato è in realtà il migliore?

Il funzionamento del sistema proporzionale puro dovrebbe essere tanto chiaro quanto semplice: alla percentuale di voti ottenuti corrisponde la percentuale di seggi in Parlamento.

Il filosofo Gottfried Leibniz ha coniato l’espressione “viviamo nel migliore dei mondi possibili” tra ‘600 e ‘700 per giustificare la presenza del male nel mondo, ma è spesso stata fraintesa come fortemente ottimista e distaccata dalla realtà. Tuttavia, non è così azzardato dire che nel migliore dei mondi possibili – quello ideale –, per il suo funzionamento semplice e direttamente rappresentativo della cittadinanza, in Italia dovrebbe esserci proprio il perfetto sistema proporzionale.

Evidentemente non è così.

Alla semplicità del sistema proporzionale sono state applicate, nel corso delle legislature, mille e più varianti differenti, con l’introduzione di soglie di sbarramento e altre modifiche, le ultime delle quali hanno portato alla messa in atto del cosiddetto Rosatellum-bis, una sorta di proporzionale misto maggioritario.

Una legge elettorale un po’ complicata che si è dimostrata poco funzionale per garantire un governo in tempi brevi, e che oggi è criticata da pressoché tutte le forze politiche, colpevole di averle costrette a scendere a compromessi, a strutturare alleanze non previste.

Il Movimento Cinque Stelle è uno dei principali delatori del Rosatellum, nonostante prima delle elezioni chiedesse a gran voce un sistema proporzionale puro, che avrebbe “condannato” i partiti ad alleanze ancora più complesse. Insomma, come nella Germania degli anni ’30, seppur con esiti differenti, in Italia il proporzionale ha fallito.

Il compromesso ha ceduto il passo all’inciucio

La politica è l’arte del compromesso, della mediazione tra parti diverse, della rappresentanza dei cittadini sulla base di proposte, valori, ideali. Nel migliore dei mondi possibili il sistema proporzionale è perfetto per consentire alle forze politiche di mediare le proprie posizioni, di garantire la costituzione di un governo rispettoso dei risultati delle urne e di rappresentare al meglio i cittadini.

Le elezioni del 4 marzo 2018 in Italia hanno dimostrato quanto siamo distanti dal mondo ideale. Intendiamoci, non per una valutazione politica dell’esito elettorale, ma per la sua incompiutezza, che ha seppellito la perfetta funzione del sistema proporzionale.

Da quando “inciucio” ha sostituito “compromesso”, da quando la mediazione tra forze politiche è stata messa sotto accusa, da quando le leggi elettorali vengono strutturate in base alle necessità dei singoli partiti e non dei cittadini, il fallimento del proporzionale è diventato realtà.

La sconfitta dei moderati porta con sé l’oblio del proporzionale

“Riformisti” è uno di quei termini che di questi tempi è sparito dal lessico politico, un approccio un po’ âgé, nostalgico, da Prima Repubblica, che nel corso degli ultimi anni è stato definitivamente soppiantato da violenza verbale, aggressività politica smisurata e un costante dibattito pubblico sempre più polarizzato: estremisti contro moderati.

Spoiler: gli estremisti vincono, il proporzionale perde.

Il sistema proporzionale è naturalmente volto a favorire i moderati, perché prevede la cooperazione tra forze politiche certo diverse, ma disposte a trovare reciproci compromessi che non devastino il sistema costituito, ma lo modifichino con garbo, con cura, senza stravolgimenti. La vittoria elettorale di movimenti estremisti o monolitici mette in crisi il proporzionale, in quanto non disposti ad alcun compromesso pur di imporre la propria visione del mondo, o di un Paese.

L’Italia agli estremi: mali o rimedi?

All’alba del 5 marzo, Matteo Renzi e Silvio Berlusconi probabilmente si coricavano a letto dopo aver assistito alla propria sconfitta elettorale, dopo aver maledetto il giorno in cui votarono comunemente una legge elettorale che, almeno apparentemente, avrebbe dovuto lasciar presagire un secondo patto del Nazareno e invece consegnava all’Italia una serie di maggioranze impossibili.

Dal 5 marzo l’Italia è il Paese degli estremi. Lega e Movimento Cinque Stelle hanno trionfato alle elezioni e si sono dovuti districare nel labirinto del compromesso, territorio inesplorato per ambedue le forze politiche, determinando non solo tre mesi di stalli e trattative, ma soprattutto la sepoltura senza le dovute celebrazioni del proporzionale.

Complesso, ibrido, incompleto, il Rosatellum-bis cercava di rispondere alla necessità di rappresentanza dei cittadini, fallendo, rivelandosi inadeguato per tempi politici che non sono fatti di moderazione e compromessi, ma di forze estreme, dell’extrema ratio rappresentata da ciò che potremmo definire “antisistema”.

Pare evidente che non viviamo nel migliore dei mondi possibili. Il proporzionale ha fallito, e Leibniz pure.

Andrea Massera

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