Salvini legge elettorale referendum
Foto di copertina: Vincenzo Monaco. Fonte: https://www.open.online/2019/09/15/pontida-inizia-il-raduno-leghista-i-militanti-urlano-ebreo-a-gad-lerner/

Dopo un agosto di crisi, l’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini, punta di nuovo sulla legge elettorale e inizia chiedendo un referendum per modificare quella attuale, ricominciando con la sua personale, dura e talvolta ridondante opposizione al governo.

Come forse era prevedibile, l’opposizione di Matteo Salvini, però, non si tiene nelle sedi istituzionali ma in luoghi che molto spesso sono o virtuali o legati a una logica di spettacolarità.

Salvini e la legge elettorale

L’ultima proposta di Salvini, infatti, proviene direttamente dal palco dell’incontro di Pontida, dal quale annuncia di voler modificare la legge elettorale in senso totalmente maggioritario. L’attuale legge elettorale, la Legge Rosato, prevede un sistema di elezione in parte definito da una quota maggioritaria con collegi uninominali e in parte costituito da una quota proporzionale con collegi plurinominali. Nella proposta di Salvini, un referendum popolare dovrebbe, se avesse esito positivo, annullare la parte proporzionale per istituire un sistema maggioritario puro.

Dato che un referendum abrogativo può essere richiesto o da cinquecentomila elettori o da cinque Consigli Regionali, Matteo Salvini in occasione dell’incontro a Milano con gli amministratori locali della Lega, ha incitato i leader regionali a richiedere appunto l’abrogazione della parte proporzionale della Legge Rosato.

Tendenzialmente un sistema maggioritario soprattutto se prevede dei collegi uninominali favorisce i leader forti, quelli che riescono a catalizzare più consenso che in questo sistema non è ripartito in maniera proporzionale al numero di voti ottenuto. Il sistema maggioritario, inoltre, tende a non rispettare la rappresentatività di una popolazione, escludendo spesso le minoranze e forze politiche minori che mal si conciliano con norme di pura concorrenza e con il sistema del primo prende tutto (first past the post), il sistema inglese, proprio quello cui si riferisce Salvini, un sistema cioè che prevede nell’assegnazione dei seggi la vittoria del candidato che è in vantaggio anche di un solo voto rispetto all’avversario.

La richiesta di un sistema totalmente maggioritario fatta da Salvini, con la motivazione per cui il proporzionale sarebbe la “legge dell’inciucio”, dovrebbe essere depositata entro la fine di settembre per permettere lo svolgimento della votazione in primavera. Ma se Salvini avanza chiedendo i rinforzi ai governatori regionali appartenenti alla Lega, l’altra parte del centrodestra sembra avere qualche remora. Mariastella Gelmini ha infatti dichiarato che: «Nessuno può pensare di chiedere a Forza Italia di sostenere una legge maggioritaria e poi fare i propri interessi», insieme allo stop di Silvio Berlusconi che esclude la possibilità di chiedere un referendum, preferendo invece l’alternativa di una proposta di legge unitaria proveniente da tutto il centrodestra.

Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, si schiera a favore della riforma in senso maggioritario e propone l’istituzione del presidenzialismo attraverso una petizione lanciata direttamente dalla sua pagina Facebook in cui dichiara che “tutti gli italiani hanno il diritto di eleggere direttamente il Capo dello Stato”.

Tuttavia, le forze al governo che forse fin da subito hanno cominciato a lavorare per la riforma della legge elettorale devono studiare bene il tipo di sistema da applicare, soprattutto se il progetto bandiera del Movimento Cinque Stelle di ridurre il numero di parlamentari dovesse diventare legge.

Referendum o meno, è davvero questo il problema?

Al di là dei limiti formali e la scelta di quello che potrebbe essere il migliore dei sistemi possibili per garantire stabilità a un Paese che negli ultimi anni ha vissuto crisi di governo anche solo per scegliere chi dovesse occupare i posti del governo, quello che stupisce (o forse no) è ancora il processo di non coerenza attraverso cui si esplica l’azione politica di Salvini.

Dopo una crisi innescata a metà agosto a Camere chiuse, dopo aver presentato una mozione di sfiducia e averla ritirata, dopo aver tentato invano di riconciliarsi con il Movimento Cinque Stelle per evitare lo strappo finale e non essersi ufficialmente dimesso da Ministro dell’Interno, insieme a tutti gli altri ministri della Lega, Matteo Salvini ancora una volta sceglie le sedi non istituzionali per fare una proposta, questa volta quantomeno legittima nella forma ma, forse, poco coerente nella sua sostanza.  

Di fatto, la legge Rosato, quella che Matteo Salvini definisce “dell’inciucio”, gli ha permesso di governare con il solo 17% dei consensi, se si prende in considerazione la percentuale attribuita al solo partito della Lega e non a quella totale di coalizione del centrodestra.

Di conseguenza, se le forze politiche lo ritenessero necessario, essa dovrebbe essere modificata proprio per evitare che il Paese debba, a ogni tornata elettorale, aspettarsi il peggio e vivere mesi nella precarietà di accordi impossibili e promesse di matrimonio non propriamente rosee. Tuttavia, il paese che viene tirato in causa dovrebbe essere citato non per delle astuzie strategiche, ma nella logica di una riforma che possa migliorare lo stallo che si ripresenta a ogni elezione per instaurare un equilibrio tra obiettivi personali, stabilità e rappresentatività.

Chiedere un referendum abrogativo è sicuramente legittimo, sono però i presupposti a rendere la richiesta di Salvini un po’ particolare per almeno tre motivi:

  • il primo, forse contro intuitivo: si definisce un sistema di “inciucio” quello di cui si è fatto parte fino a qualche mese fa e che non si è modificato anche quando si aveva la possibilità materiale di farlo;
  • il secondo legato a logiche di priorità politiche: Salvini ha da sempre bollato la nascita del nuovo governo come un tentativo di PD e Movimento Cinque Stelle di mantenere le proprie poltrone e di dedicarsi fin da subito alla modifica della legge elettorale e non ai veri problemi del “paese reale”, salvo poi in maniera così plateale avanzare una richiesta che rientra nel medesimo terreno di gioco;
  • il terzo, forse ancora più importante: la volontà popolare, cui ci si appella ora attraverso la richiesta di un referendum popolare e prima con quella di elezioni anticipate, viene chiamata in causa sì per definire le regole di gioco, ma anche per realizzare precisi obiettivi personali.

Avanzare la proposta di cambiare la legge elettorale attualmente in vigore è quindi sì lecito, ma date le implicazioni e le conseguenze chiamate in causa, tale proposta dovrebbe risultare da un’azione di responsabilità politica maggiore.

Sabrina Carnemolla

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