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Porta il nome di “Conta fino a 10” il progetto promosso da Amnesty International Italia al fine di monitorare il livello di istigazione all’odio contenuto nelle dichiarazioni dei vari politici coinvolti nella campagna elettorale per le elezioni politiche di questo 2018. Parliamo di hate speech, dunque di un linguaggio che istiga alla discriminazione e di conseguenza al razzismo.

Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International Italia, motiva con queste parole la nascita del progetto “Conta fino a 10”:

«Purtroppo il clima di odio che circola nel paese alla vigilia della campagna elettorale non prelude a nulla di buono. C’è chi l’odio, anziché contrastarlo, lo semina, favorendolo e persino giustificandolo. Speriamo che questa campagna renda ognuno e ognuna più consapevole delle parole che usa e dell’effetto che possono suscitare

Una rete di attivisti e gruppi di studio specializzati è quindi già al lavoro sul territorio, monitorando le dichiarazioni di un campione rappresentativo di candidati sulle loro pagine social e compilando quello che Amnesty ha ribattezzato il “barometro dell’odio” della campagna elettorale 2018. I risultati raccolti durante il monitoraggio dell’uso di hate speech verranno pubblicati all’interno di un report a conclusione della campagna elettorale.

Tra i nomi dei candidati detentori del record di maggior numero di dichiarazioni d’odio, razziste e discriminatorie spiccano il leader della Lega Matteo Salvini, l’ex premier Silvio Berlusconi e non ultima per gender equality rispetto ai suoi colleghi Giorgia Meloni.

Gli hate speech, o discorsi d’odio, vengono riconosciuti come atti lesivi i diritti umani universali e in quanto tali vietati per legge, all’articolo 20, paragrafo 2, del Patto internazionale sui diritti civili e politici delle Nazioni Unite (1966), riferendosi in particolare a qualsiasi appello all’odio nazionale, razziale o religioso che costituisca un incitamento alla discriminazione, all’ostilità o alla violenza.

Gli studi sull’uso di hate speech in Italia

Questi discorsi d’odio, queste parole che provocano e istigano alla discriminazione, sono oggetto di studio teorico socio-politico da almeno un decennio negli Stati Uniti; in Italia l’attenzione da parte degli organi statali a questo fenomeno risale all’ultima legislatura e alla costituzione di una Commissione di studi, la Jo Cox, incaricata di rilevare origini e conseguenze dei crescenti fenomeni di odio, intolleranza, xenofobia e razzismo avvenuti nel Belpaese.

Dalla relazione finale emessa dalla commissione Jo Cox, presieduta da Laura Boldrini, emerge l’esistenza di una piramide dell’odio alla cui base si pongono stereotipi, rappresentazioni false o fuorvianti, insulti, linguaggio ostile “normalizzato” o banalizzato e, ai livelli superiori, la discriminazione e quindi il linguaggio e i crimini di odio.

In un Rapporto del 2014, lo Special Rapporteur ONU sui diritti umani riportava che in Italia viene utilizzata una terminologia basata sul disprezzo che legittima l’esclusione o la criminalizzazione dei migranti, specialmente irregolari, creando un ambiente in cui si giustifica il loro sfruttamento.

Sostituendo il “soggetto discriminato” in questione il risultato purtroppo non cambia. Secondo un’indagine della agenzia FRA, l’Italia è, nella percezione delle persone omosessuali e transessuali, il Paese più omofobo nell’Unione Europea. Il 91% degli intervistati ritenevano di uso l’incitamento all’odio da parte dei politici (una percentuale superata solo dalla Lituania, con il 92%), a fronte dell’11% della Germania.

Un’altra indagine condotta da VOX in Italia sulle comunicazioni via Twitter ha rilevato che le donne sono oggetto del 63% di tutti i tweet negativi rilevati nel periodo agosto 2015-febbraio 2016.

Il confine tra odio, razzismo e discriminazione e la libertà di pensiero

Ecco allora che Salvini che battezza una bambola gonfiabile con il nome della Boldrini o che invita la ex-ministra Kyenge a tornare dai suoi “simili” in Africa diviene un istigatore all’odio di genere e al razzismo. Forza Nuova che solidarizza con il fascista di Macerata promettendogli solidarietà e pagamento delle spese legali in quanto “lo Stato pensa solo a reprimere i patrioti” giustifica l’odio razziale. La Meloni che urla alla difesa della famiglia “tradizionale” sui manifesti elettorali di Fratelli d’Italia istiga all’omofobia.

Il confine fra la libertà di pensiero e il potere performativo coercitivo a cui istigano molti dei termini che hanno caratterizzato questa campagna elettorale è sin troppo sottile: l’hate speech è un fatto. Il fascismo non è opinione, il fascismo è illegale. L’odio, qualsiasi sia la sua matrice, non è un sentimento ma è un istinto primordiale su cui la classe dirigente non dovrebbe più essere autorizzata a fare leva.

La narrativa del potere sovrano è evidentemente sempre più disumanizzante e caratterizzata da una retorica fondata sul dogma escludente del “noi contro loro” che ha portato all’incrementarsi di un clima di odio, paura e divisione – un terreno fertile per episodi di razzismo. Secondo il Segretario Generale di Amnesty International Salil Shetty:

«Il 2016 è stato l’anno in cui il cinico uso della narrativa del “noi contro loro”, basata su demonizzazione, odio e paura, ha raggiunto livelli che non si vedevano dagli anni Trenta dello scorso secolo. Un numero elevato di politici sta rispondendo ai legittimi timori nel campo economico e della sicurezza con una pericolosa e divisiva manipolazione delle politiche identitarie allo scopo di ottenere consenso.»

Passando da Salvini a Trump, è palese come le odierne politiche di demonizzazione spaccino la pericolosa idea che alcune persone siano meno umane di altre, privando in questo modo interi gruppi di persone della loro umanità.

Citando la scrittrice premio Nobel Toni Morrison, il linguaggio è una «cosa viva […] e in quanto tale quando diviene oppressivo non si limita a rappresentare la violenza, ma è la violenza». Per questo motivo “contare fino a 10” prima di esprimere la propria opinione politica non può più essere considerato un atto perbenista riservato ad una ristretta classe di intellettuali, ma deve necessariamente divenire una prassi di tutta la classe dirigente.

Sara Bortolati

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