Amnesty International libertà di espressione Noury
Amnesty members and supporters join the women's march in Washington DC, 21 January, 2017. © Amnesty International USA

Il rapporto annuale 2017-2018 di Amnesty International fotografa un mondo tartassato dalle politiche di demonizzazione e dal sempre più diffuso uso del discorso d’odio, questo hate speech che inasprisce ogni rapporto umano e ogni ambizione di libertà di espressione e di civiltà.

Per l’Italia non c’è una lode da parte di Amnesty International: l’hate speech mina la libertà di espressione.

Anche la nostra nazione è difatti risultata ostaggio di una retorica e di un agire che insidiano la solidarietà e il rispetto tra esseri umani. E in un momento storico come questo, di grande instabilità e a pochi giorni da importanti elezioni, per i cittadini è doppiamente importante fermarsi un istante e dare una lettura al mondo capovolto risultante dal rapporto.

Con in mente questo obiettivo, abbiamo raggiunto telefonicamente Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, che ha gentilmente accettato di rispondere ad alcune domande, animando una conversazione che ha avuto come focus un’Italia alla ricerca dell’umanità (quasi) perduta.

L’intervista a Riccardo Noury

In un intervento per Amnesty International, ha detto che «la libertà di espressione non è infinita e l’odio non può essere spacciato per libertà di espressione». Vorrei partire da questa sua affermazione e chiederle di spiegarci la differenza tra il politically correct e il rispetto per il prossimo, situazioni al confine tacciate talvolta di buonismo o censura.

«Noi ci rifacciamo a quello che prevede il diritto internazionale, che stabilisce che esiste un limite molto preciso oltre il quale non c’è più libertà di espressione ma c’è altro, e questo altro a volte può assumere la forma di hate speech, cioè di discorso d’odio. La libertà di espressione trova dei limiti esattamente nel momento in cui viene sostituita da un discorso che discrimina singole persone o gruppi di persone o addirittura da un discorso che nei suoi contenuti incita alla violenza e all’odio nei confronti di singole persone o di gruppi di persone. Quindi per noi la situazione è chiara ed è stupefacente notare come negli ultimi anni si è urlato alla censura per coprire attività che non rientrano affatto nella libertà di espressione.»

Restando in tema di hate speech, l’Italia prossima alle elezioni è stata caratterizzata da una campagna elettorale intrisa di una retorica che spesso ha lasciato posto all’odio. Quale futuro può esserci per uno Stato guidato da esponenti che non lesinano a diffondere intolleranza?

«Un futuro non piacevole. Se vediamo quanto Trump abbia prodotto un Paese diviso radicalizzando delle posizioni, facendo fare dei passi indietro dei diritti di tante categorie (dai migranti alle donne), insomma non è un bello scenario. Tra l’altro, a prescindere da chi andrà al Governo – cioè se andrà al Governo chi ha fatto uso di discorso discriminatorio oppure no –, i toni di questa campagna elettorale non smetteranno a urne chiuse, perché purtroppo la tendenza a cui stiamo assistendo è a una sorta di normalizzazione, di abitudine al discorso discriminatorio e anche al discorso d’odio. Quindi ho paura, almeno per quanto riguarda i social, che le cose andranno avanti. Questa campagna elettorale è stata, così come dice lei, viziata da toni estremamente aggressivi, volgari, in cui la parola chiave è “immigrazione”. Se si analizzassero le parole chiave più utilizzate in questa campagna elettorale, si noterebbe che non hanno a che fare con proposte di governo, con progetti politici, hanno a che fare con un unico tema che è quello dell’immigrazione.»

Proprio in riferimento al “problema immigrazione”, non c’è una contraddizione di fondo in un paese quale l’Italia che da un lato fornisce armi all’Arabia Saudita (che poi interviene militarmente in Yemen, producendo di fatto dei profughi di guerra) e che contemporaneamente fa dell’immigrazione il problema alla base dell’instabilità dello Stato?

«Forse l’esempio dell’Arabia Saudita non è calzante, ma solo per il fatto che dallo Yemen, se fuggono, non fuggono verso l’Italia. Però in generale ci sono delle politiche che l’Unione Europea ha portato avanti, e nell’UE ci siamo anche noi, nella gestione di crisi internazionali che hanno favorito sia crisi gravissime che il prodotto umano delle crisi gravissime, cioè i flussi di rifugiati. Per cui si è incapaci da anni, dal 2011, di fermare una catastrofe che si è sviluppata in Siria, e dopodiché si paga la Turchia per non far arrivare i siriani in Grecia. Abbiamo delle responsabilità per quanto riguarda la Libia: non si è pensato alla necessità di ricostruire le Istituzioni di un paese che era governato da una persona una volta morta quella persona; non ci siamo resi conto di quanto un paese senza Stato né leggi come la Libia potesse costituire una situazione grave. Però non intervenendo lì e intervenendo raggiungendo accordi con vari attori libici con l’obiettivo di non far partire… Quindi sì, io vedo una contraddizione. Poi vedo comunque anche dei fenomeni oggettivi.»

Cioè?

«Cioè l’Italia, fino al 14 almeno, è stato un paese largamente di transito: le persone approdavano in Italia e poi risalivano fino a un luogo di frontiera che potesse portarli altrove. Il 15 questa situazione si è fermata. L’Italia e la Grecia sono diventati due parcheggi di esseri umani. Queste politiche difensive dei paesi dell’Europa centrale e settentrionale hanno prodotto una forte tensione in questi due paesi che le dicevo… È una slavina di cose contrarie ai diritti umani. La Grecia ha al confine migliaia di persone sulle isole attaccate alla Turchia, impedendo loro di giungere in terra ferma dove potrebbero avere condizioni migliori, chiedere asilo eccetera; in Italia fanno accordi con la Libia. E questo contesto complessivo è poi anche alla base del clima di ansia e di paura su cui soffia il discorso d’odio.»

Una tensione internazionale che fondamentalmente non fa bene a nessuno, perché non porta da nessuna parte.

«Ed è sbagliato accanirsi sulle singole persone. Ora è vero che Twitter e Facebook sono diventati delle fabbriche di rancore scarsamente controllate, però tra un gruppo di persone che fa una barricata per non fare entrare nel suo territorio un pullman con dei richiedenti asilo e i leader politici che esasperano tutto ciò, io la responsabilità maggiore la attribuisco ai secondi.»

Questo mi riporta al recente episodio di Macerata e a ciò che ne è seguito. Lì, anziché condannare e basta, non sono mancate espressioni che sembravano giustificare il gesto, che sarebbe stato causato da una sorta di “esasperazione dovuta all’immigrazione eccessiva”.

«Esatto, questo è perfettamente vero. Aggiungo anche un fenomeno nuovo e brutto, e cioè quello della solidarietà e dell’indignazione a intermittenza. Prendiamo la violenza sulle donne, che è un fenomeno gravissimo nel nostro paese, c’è sempre la tendenza a esprimere quei due sentimenti – solidarietà e indignazione – a seconda di chi sia la vittima e a seconda di chi sia responsabile. Se il responsabile della violenza è un cittadino straniero, il caso diventa un caso mondiale; se è un cittadino italiano che fa violenza su una cittadina italiana, fa meno scalpore; se è un cittadino italiano che fa violenza su una donna straniera, ancora di meno. Mentre si dovrebbe condannare punto e basta. Aggiungo che se un po’ tutti si fermassero dopo la prima frase detta e mettessero un bel punto, sarebbe molto meglio. L’abbiamo visto con l’episodio di Macerata: con la prima frase, più o meno, un po’ tutti dicevano una cosa sensata; poi, anziché fermarsi lì, andavano a capo e iniziavano con una congiunzione (“ma”, “tuttavia”, “però” eccetera). Di fronte a questi fatti ci si ferma alla prima frase, e poi si sta zitti.»

Passando ora all’attivismo digitale, altro tema presente nel rapporto di Amnesty International, spieghiamo ai nostri lettori cos’è e quanto può contribuire al futuro di questo mondo globalizzato.

«Intanto, tecnicamente si tratta di forme di partecipazione, mobilitazione, attivazione sulla rete. Un esempio è la task force che Amnesty International Italia ha messo su: attivisti che monitorano i principali forum, i portali dei grandi quotidiani, i principali blog e intervengono nei commenti per esprimere un punto di vista diverso, per confutare una affermazione, per contrastare anche lì l’odio. Ma attivismo digitale sono anche i movimenti che hanno preso piede: Ni Una Menos, MeToo eccetera. Questa è una cosa fondamentale, mostra che c’è una parte dell’umanità che ancora reputa un buon vocabolario delle parole come “giustizia”, “solidarietà”, “libertà”, “compassione”, “condivisione”, “accoglienza”.
Poi devo dire che c’è anche un attivismo offline che sta risorgendo. Persone che vogliono mettere i piedi sull’asfalto delle strade, e lo fanno in luoghi molto importanti: luoghi di frontiera, i luoghi in cui ci sono difficoltà rispetto alla presenza di immigranti che vogliono varcarle, si danno da fare dove ci sono a livello locale delle politiche come il divieto di dare assistenza, la non messa a disposizione di servizi essenziali. Quindi, anche questo fenomeno lo vedo molto positivamente.»

Ancora a proposito dell’Italia, nel rapporto si parla anche del reato di tortura che, lamenta Amnesty International, è stato introdotto ma in maniera incompleta. Perché è così importante che la prossima legislatura corregga questa incompletezza?

«Perché dopo trent’anni di ritardo il Parlamento avrebbe dovuto fare qualcosa di assai migliore, non lo ha fatto, nel senso che non è allineato con la norma internazionale. È un articolo di legge molto lungo e complicato, che potrebbe mettere in difficoltà un giudice nell’interpretarlo, sembra quasi fatto più per escludere che per includere la possibilità che la fattispecie sia individuata come tortura. Da un lato c’è chi nel centrodestra non aspetta altro che essere maggioranza per abolire quella legge lì e tante altre cose sui diritti, e dall’altro c’è chi sostiene che la prossima legislatura dovrebbe avere la possibilità di migliorare questa norma. Detto questo, come movimento dei diritti umani, noi di Amnesty International conosciamo la gradualità dei piccoli passi, quindi non ci sentirà mai dire “meglio niente che poco”, però riconosciamo che questa legge è poco.»

Ad ogni modo, l’Italia ha fatto dei passi avanti verso i diritti civili. Possiamo dunque dire che ci sia, anche da parte della cittadinanza, la voglia di orientarsi in questa direzione, cioè verso la tutela dei diritti umani e civili?

«Sì, la sensazione è questa. Di una società che è polarizzata tra chi è preso da ansie, inquietudini, rancore, certamente anche odio, e dall’altra parte chi invece sente un urgente bisogno di muoversi, di impegnarsi per i diritti. Anche perché poi si scopre piano, piano che sono cose che hanno un interesse importante per tutti. Quando parliamo di tortura, pensiamo al rischio che possano esserci casi di tortura anche in una serie di manifestazioni. Quando parliamo di testamento biologico, la cosa ha una rilevanza per tutti. Quindi sì. Sono migliorate anche le protezioni per i diritti dei minori non accompagnati, questa è una cosa che non riguarda una gran parte di persone, ma è una tutela per persone particolarmente vulnerabili.»

Concludendo con uno sguardo globale alla situazione dei diritti, com’è questo mondo che ha fotografato Amnesty International nel rapporto 2017-2018?

«Se dovessi dire proprio una frase sintetica, è un mondo in cui c’è una terribile carenza di leadership mondiale nel risolvere le crisi dei diritti umani – sia quelle vecchie come la Siria, lo Yemen, che quelle nuove come i rohingya in Myanmar. È come se i leader mondiali avessero tutti quanti insieme deciso di essere più un problema che una soluzione e si concentrassero nei loro piccoli orti a predicare odio verso chi sta fuori.»

Intervista a cura di Rosa Ciglio

L’intervista ad Antonio Marchesi sul rapporto 2016-2017

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