Le troiane (fonte immagine: napoliateatro.it)

Al teatro Elicantropo è in scena Le troiane ovvero in guerra per un fantasma, adattamento che si rifà al testo di Euripide (edizioni Rizzoli) contaminato dalle riscritture di Sartre, Giraudoux e Seneca, e da altre tragedie di Euripide stesso, Ecuba e Elena.

Sul palco Ecuba, Andromaca e Cassandra attendono il loro destino ora che i loro mariti, figli e fratelli sono stati uccisi dai greci, e ripercorrono le vicende tragiche appena vissute. Dietro di loro, in un punto più alto della scena, Elena.

fonte immagine: teatroelicantropo.com

Le tre donne troiane sono sedute su una spiaggia di sale, vestite di nero, con abiti lunghi e pesanti, in netto contrasto con Elena che invece è seduta a un tavolo, beve la sua bibita, vestita di bianco. Ecuba, Cassandra e Andromaca – magistralmente interpretate rispettivamente da Imma Villa, Mariachiara Falcone e Serena Mazzei – sono accecate dal desiderio di vendetta: piangono i loro uomini morti, piangono il destino delle donne troiane, disprezzano Elena – interpretata da Cecilia Lupoli. Cassandra, in un monologo in cui mostra la sua follia, la follia di chi è rassegnata e sa che nulla ha più da perdere, su questa distesa di sale ha deciso che sì, morirà, ma morirà portando con sé l’uomo greco che la renderà schiava. Andromaca ha perso il marito Ettore e il figlio Astianatte, è tormentata dal suo destino e dal suo dolore, e accusa Ecuba che, in quanto madre di Paride, porta in sé la colpa della guerra. Mentre Ecuba incolpa della guerra Elena, la porterà a doversi difendere, a giustificare addirittura la sua stessa esistenza. Elena, una Marilyn Monroe ante litteram, che viene attaccata e vessata non solo da Ecuba, ma anche da Andromaca e Cassandra, in un momento del dramma dove la rabbia cieca prende il sopravvento, e sarà questa rabbia a portare Elena a spiegare che lei è solo un pretesto, non la responsabile del conflitto: la Tindaride non aveva tradito il marito, la dea Era aveva messo nel talamo nuziale un simulacro. In guerra per un fantasma, appunto. Le quattro attrici, così intense e profonde nella loro interpretazione, fanno capire tutto il dolore della loro condizione. Un dolore che non verrà ascoltato, un dolore che ha come unico mezzo per esprimersi quello di trovare un capro espiatorio – Elena appunto – un dolore che, come scriveva Auden, ci rende egoisti. La nostra sofferenza è meno grave della vostra: le tre donne troiane contro la donna greca, Elena, che dovrà trovare la forza solo in sé stessa per accettare quel destino che non dipende dal suo volere, un’esistenza scandita da giudizi e pregiudizi, perché la sua bellezza ha causato la guerra fallocentrica per il suo possesso.

fonte immagine: wikipedia.org

Una voce metallica, esterna, maschile, interrompe i dialoghi delle donne per descrivere ciò che accadrà loro. Un annuncio, dall’alto, da chi ha deciso di fare questa guerra, una guerra dove non c’è bene e dove nessuno è veramente vincitore, in un dramma che è già particolare per tutto lo spazio che viene lasciato al dolore, alla rappresentazione del male, dove vengono mostrati gli stati d’animo di impotenza e frustrazione delle donne. Un dramma che trova la propria cifra stilistica nella coralità, dove il canto e i movimenti del corpo sono il tramite per denunciare le atrocità della guerra.

La scelta dell’adattamento del testo di Euripide di Sartre (Mimesis Edizioni) porta il contemporaneo nella tragedia. Con questa opera teatrale Sartre indaga i conflitti dei nostri tempi, parla dell’attualità della guerra e dell’impotenza degli uomini. E il regista Carlo Cerciello, con intelligenza e sensibilità, fa ancora di più: porta in scena il dramma della Palestina. Molti sono i simboli che ci trasportano in questo conflitto: Andromaca che culla un neonato avvolto in una kefiah, Cassandra che trova nella sabbia – sale vestiti di bambini. Il dolore delle donne e la morte degli uomini che è uguale e identico in ogni guerra. La precarietà della vita, la disillusione rispetto alla normalità, l’accontentarsi della sopravvivenza, o combattere perché è l’unica spinta per andare avanti. Il forte che con un pretesto attacca il debole. Elena che diventa uno strumento di propaganda, vittima di sé stessa perché bella e della guerra, simbolo di una colpa fasulla, inventata.

L’inizio del dramma è già la sua fine: Troia è stata conquistata, la città è distrutta, Ecuba si riconosce ormai nelle rovine che vanno a fuco, sa che Troia non esiste più e non esisterà più. Tutta la scena è tra esseri umani, gli dei non appaiono, è tutta umanità, è tutto patimento umano, non c’è spazio per la divinità. La guerra non è di dio, la guerra è dell’umanità. E dell’umanità è la desolazione, la disperazione, la perdita.

Valentina Cimino

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