Oscar: tutte le volte che l'Academy ha sbagliato il miglior film

Calma. Posate i forconi e le cattive intenzioni. Sareste stati attirati sicuramente dal titolo provocatorio se siete qui nell’altro del Libero Pensiero. Ammettetelo. Volete farla pagare a chi scrive, perché in quel titolo, ci ha messo tutta la sua protervia e ha osato pontificare sulle scelte dell’Academy, sulle vostre preferenze, probabilmente dall’alto di sto cazzo. Avete ragione, d’altronde nel cyberspazio tutte le opinioni possono essere espresse. Sono le regole del gioco, di internet, a volte ci fanno comodo e altre no, ma rammentate che solo le opinioni più autorevoli alla fine prevalgono – salvo algoritmo social.
E allora giocate al vostro gioco, provate ad argomentare la vostra ritrosia, a contestare questi giudizi, così da zittire o scardinare chi in questo momento sta digitando queste parole.

Un attimo, giusto per chiarire: questo, non è solo una provocazione o un autoreferenziale trionfo del “noi ne sappiamo più dell’Academy”. Al più, è un modo per dare ossigeno a tutte quelle grida di vittoria soffocate su quel palco, a quei film che magari avrebbero meritato il crisma dell’Oscar come “miglior film” e, invece, si son dovuti accontentare di una nomination. Un riscatto per tutti quei prodotti vittime delle congiunture sociopolitiche, delle ventate culturali del momento o del palato di alcuni critici – incontestati – diventati il metro di misura dell’arte cinematografica. Perché, credeteci, per quanto vi sentiate liberi, è difficile opporsi a un’opinione diventate egemone.

miglior film oscar

 

Ma noi, no.

Iniziamo, quindi, dal contestare la vittoria più recente agli Oscar:

La forma dell’acqua (2018)

Non ha vinto solo l’Oscar come miglior film, ma ha fatto incetta di premi in giro per il mondo. Meritato? Forse no. Un film che fa dello stile e dei personaggi la sua forza, ma che nella ricerca annosa del primo, sacrifica la narrazione e la liricità di alcuni momenti, un colpo mortale che non permette al film di giungere quanto vorrebbe allo spettatore. La retorica cinematografica di Del Toro fa un passo indietro proprio quando dovrebbe essere didascalico, soprattutto con le immagini, e si trova invece a sfasare i tempi delle sequenze chiave che lasciano un inspiegabile senso di mutilazione.
Avremmo trovato più giusto il riconoscimento a L’ora più buia, Dunkirk, o a Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino, tutti film che presentano dei difetti o sacrificano qualcosa, ma più maturi e cinematograficamente efficaci.

Moonlight (2017)

Qui siamo all’anno dell’apoteosi. I produttori di La la land e il cast erano già sul palco a ringraziare per il premio a miglior film quando venne comunicato l’errore. A vincere era stato Moonlight. Sorpresa e imbarazzo non solo per l’errore, ma anche per la vittoria in sé, quella di Moonlight, un film normalissimo, forse nemmeno da nomination in altre contingenze, ma dall’imperante politicamente corretto e spuma dell’onda puritana che travolge gli Stati Uniti da ormai diversi anni a questa parte. La la land invece era un film potente che, senza strizzare l’occhio forzatamente al tema sociale/politico, narrava la storia di due innamorati alle prese con i sogni e gli ostacoli quotidiani, il tutto venato da una dolce e avvolgente malinconia.

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Argo (2013)

Chi scrive adora Ben Affleck, come regista. Come attore gli è affezionato ma lo prenderebbe a badilate. Perché anche in questo film (che narra della vera storia dell’operazione segreta per liberare sei cittadini americani a Teheran) l’attore ha una sola espressione: la stessa. Al Madame Tussauds sarebbero fieri di lui. Peccato che sia il protagonista del film e per quanto questo risulti efficace nella retorica, lubrificato nella diegesi e nella creazione della suspence, manca proprio nella performance del suo attore chiave. Ciò si aggiunge al comparto tecnico non eccelso (la fotografia anonima, la regia scolastica) e il tono di propaganda di cui avremmo fatto volentieri a meno. Forse la statuetta per il miglior film poteva andare altrove.

Poi andando indietro nel tempo ci sono altre decisioni più discutibili e dove a maggior ragione vale di più il de gustibus. Come nel 2003 con la vittoria del miglior film da parte di Chicago, regia di Rob Marshall, che venne preferito a Gangs of New York di Martin Scorsese. Quest’ultimo, un film dove troviamo sequenze indimenticabili, di grande cinema, ma che forse ha pagato la veste troppo citazionista.

O nel 1991, dove vinse Balla coi lupi a discapito di Quei Bravi Ragazzi.
O anche nel 1995, quando Forrest Gump di Robert Zemeckis scalzò Pulp Fiction e Le ali della libertà.

Insomma, gli Oscar scontenteranno sempre qualcuno, di tanto in tanto faranno gridare allo scandalo, ma forse è proprio la discussione, lo scontro d’opinioni su temi di comune interesse, la parafilia dello spettatore contemporaneo. E noi ci buttiamo a capofitto.

Enrico Ciccarelli

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