Il brainch della domenica - Lotta senza quartiere a mafia e camorra

Il brainch della domenica – Per Giancarlo, Peppino, per tutti: lotta senza quartiere a mafia e camorra

Lotta alla mafia, alla camorra e ad ogni forma di criminalità. Perché questo tema, che pure coinvolge così gran parte della popolazione, sembra accantonarsi del tutto durante ogni campagna elettorale? Perché si focalizzano interi dibattiti e markette televisive sull’immigrazione, sugli stipendi dei parlamentari, sulle foto tarocche di Giorgia Meloni e non si affronta mai la questione legata alla pervasività delle mafie?

Il Brainch della domenica
Illustrazione a cura di Antonella Monticelli

Esiste in questo un tacito accordo fra partiti e mass-media. Gli uni evitano di impelagarsi in discussioni delicate e potenzialmente lesive dei loro risultati elettorali, e gli altri – in particolar modo le emittenti televisive – possono bearsi di serate a tema che garantiscono ascolti ben migliori. In quest’Italia di faciloni e creduloni tira più un pelo di clandestino che un carro di vittime innocenti.

Cari (e)lettori, per gli stessi motivi che la settimana scorsa mi hanno portato a scrivere di ambiente, parleremo in questa seconda puntata di avvicinamento alle elezioni di alcune fra le misure di contrasto da opporre alla criminalità organizzata nel corso dei prossimi anni.

Un Ministero per la lotta alla mafia e alla camorra

Inutile girarci intorno: ciò che fornisce linfa vitale alle mafie e consente loro di prosperare e diffondersi è innanzitutto lo stretto, strettissimo legame intrecciato all’interno delle istituzioni. Potremmo genericamente indicare il fenomeno come “corruzione”, con ciò intendendo tutte le alterazioni della pubblica amministrazione volte a favorire il giro d’affari di mafia, camorra e quant’altro.

Dalle tangenti agli appalti truccati, dai condoni ai permessi, è facile constatare come le infiltrazioni di stampo mafioso attecchiscano ad ogni livello della “cosa pubblica”.

Mafia e camorra eleggono consiglieri e parlamentari attraverso il voto di scambio, ottengono assessori e dirigenti, piazzano i loro volti oscuri nei consigli di amministrazione e nei pacchetti azionari. È lì che si annidano i loro interessi reali: pallottole, sequestri e bustine di coca sono ancora – purtroppo – all’ordine del giorno, ma rappresentano ormai una propaggine secondaria, un retaggio quasi folkloristico di una organizzazione che indossa i colletti bianchi e gira con la ventiquattrore.

Un Governo allora che si presentasse, anche solo simbolicamente, con un Ministero deputato essenzialmente al coordinamento delle attività di contrasto, repressione e prevenzione del fenomeno mafioso avrebbe già dalla sua una diversa credibilità rispetto a chi coi mafiosi ha cenato e continua a farlo. A patto di non nominare ministro un Dell’Utri o un Cosentino, per intenderci.

Il cancro della corruzione e le sue metastasi

Prevedere inoltre pene severissime per il reato di corruzione, fino alla radiazione perpetua dai pubblici uffici, potrebbe fungere, almeno in parte, da ulteriore deterrente. Un’impresa titanica, soprattutto in virtù della pervasività della corruzione nel nostro Paese e del suo dilagante diffondersi in ogni settore della vita pubblica e privata.

In attesa del nuovo report di Transparency, che verrà pubblicato il prossimo 28 febbraio, l’Italia resta al terzultimo posto in Europa (davanti soltanto a Grecia e Bulgaria) per indice di percezione della corruzione.

Occhio, ad ogni modo, a non spacciare presunte o millantate superiorità morali come “onestà” finché non si è in grado di dimostrare concretamente ciò che si dice: i vecchi politici sono senz’altro tutti degli incapaci in malafede, ma non è che i nuovi siano poi così differenti. Se la genetica c’entrasse qualcosa, potremmo quasi parlare di ereditarietà. Nel frattempo, l’unica cosa che abbiamo ereditato è una classe dirigente di inquisiti e indagati.

Italia agli italiani? No, Italia ai non mafiosi

Ad esempio è molto facile sparare a zero sui crimini degli immigrati. Spesse volte la credulità popolare, mistificata a dovere dai mezzi d’informazione, ha terreno fertile nel far nascere e sbocciare una serie di allucinazioni collettive: l’ignoranza fa il resto. Ma i legami tra mafia, camorra e business dell’immigrazione, con tutti gli annessi e connessi, sono ormai assodati e conclamati. Se vogliamo ragionare per stereotipi, dunque, sono anzitutto loro a dover essere cacciati dall’Italia.

E allora diciamolo: via i mafiosi dall’Italia. E se non possiamo metterli a bordo di un aereo e rimpatriarli, perché purtroppo sono nati qui (già, proprio come i bambini a cui si vuol negare lo ius soli…), priviamoli del titolo di “italiani”: non lo meritano. Ampliare ed estendere l’articolo 416 bis del codice penale per privare della cittadinanza, e con essa dei diritti politici, i condannati per reato di stampo mafioso. Farne dei reietti della società, degli esuli del mondo, sarebbe una discriminazione ben più tollerabile di quella legata al colore della pelle.

Prostituzione e droghe leggere, dieci miliardi di motivi

Un altro dei temi che ciclicamente si ripresenta alle soglie dell’opinione pubblica e del Parlamento, per essere poi scacciato via come un lebbroso molesto, è questo qui. Parlare di prostituzione e droghe leggere è un po’ come parlare del voto a Berlusconi: tutti lo negano, ma poi tutti lo fanno.

Tralasciando le implicazioni etiche di fenomeni che in uno Stato influenzato dal Vaticano non saranno mai apertamente tollerate, esistono dei ben più freddi numeri che possono aiutarci a dimensionare il concetto: il giro d’affari annuale stimato di cannabis e droghe leggere supera i 5 miliardi, quello della prostituzione si avvicina ai 4 miliardi. Entrambi sono in graduale e costante crescita.

Se, come diceva Totò, “è la somma che fa il totale”, si parla dunque di quasi dieci miliardi di euro l’anno che attraverso la legalizzazione e regolamentazione verrebbero sottratti al controllo di mafia e camorra.

Che si sia d’accordo o no, il concetto è meramente economico, ragionieristico, e si basa sul privare la criminalità organizzata del controllo di vasti mercati e altrettanto vaste fonti di finanziamento.

Insieme al traffico di armi, di rifiuti e di esseri umani, infatti, la prostituzione e lo spaccio di droghe sono tra le attività più redditizie di mafia e camorra, e nonostante le proposte, le petizioni, le iniziative legislative, non c’è stato ancora un Parlamento con la sufficiente volontà politica per concretizzare un’evidente volontà popolare.

Lotta senza quartiere a mafia e camorra
Uno dei disegni premiati al concorso “Don Peppe Diana”

Fare degli insegnanti sentinelle della legalità

Altro che Sentinelle in Piedi. La nostra morale ha bisogno di interpreti della legalità che sappiano inculcare fin da subito i giusti concetti ai cittadini del domani. Perché non v’è dubbio che mafia e camorra si sconfiggano anzitutto a scuola.

Sebbene i nostri insegnanti siano spesso visti come una classe di fannulloni privilegiati (e sebbene qualcuno lo sia veramente), dovremmo mettere in campo ogni sforzo per riacquisire la consapevolezza di quanto sia fondamentale il ruolo che essi svolgono all’interno della società.

Gli insegnanti sono coloro che educano, formano e plasmano le menti e i corpi delle nuove generazioni. Sono i fabbri che forgiano il futuro, e non certo dei naufraghi da sballottare in balìa delle onde come qualche recente riforma vorrebbe.

I nostri dovrebbero essere insegnanti in grado di raccontare le storie di Giancarlo Siani e Peppino Impastato, di Don Pino Puglisi e Angelo Vassallo; dovrebbero trasmettere la semplice meraviglia di uomini straordinari nella loro normalità e mostrare che esiste sempre una via alternativa, che la dignità e la rettitudine hanno più valore di una ricchezza vigliacca, che i semi della violenza e della prevaricazione fruttano solo morte e vergogna.

Non illudersi né disperare

Tutto ciò va fatto, naturalmente, con la consapevolezza che soltanto delle serie misure di contrasto alla povertà non assistenziali potranno infliggere un colpo mortale. Fornire ad ogni uomo la libertà di autodeterminarsi e condurre un’esistenza dignitosa priverebbe le mafie della loro raison d’être.

Ma scrostare a poco a poco secoli d’inerzia, d’indifferenza e d’ignoranza richiede molto, moltissimo tempo: un tempo che né Giancarlo Siani né Peppino Impastato hanno potuto veder scorrere fino alla fine, e che probabilmente neppure noi sapremo misurare con le nostre vite. Non per questo ci si deve rassegnare all’idea che si tratti di una battaglia persa. Alcuni fallimenti sono migliori di altri, diceva Orwell. Questo lo sarebbe sicuramente. Tacere, invece, no.

Buona domenica, lettori cari.

Emanuele Tanzilli
@ematanzilli

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