Sardine Piazza Bologna
Foto: ANSA

Si erano lasciati il 14 dicembre in Piazza San Giovanni, la piazza del Concerto del Primo Maggio, e si ritrovano di nuovo sotto il segno della musica. Le Sardine finiscono questa campagna elettorale dove avevano iniziato qualche mese fa, a Bologna (stavolta in Piazza VIII agosto), con un evento molto più grande e organizzato rispetto ai primi raduni spontanei e tanti ospiti illustri. Ma gli interrogativi politici rimangono.

Com’è andata la piazza di Bologna

Le foto dall’alto stavolta sono inequivocabili, senza il rischio di venire ingannati dalla prospettiva: la piazza è stracolma. Lo è praticamente già dall’inizio dell’evento, intorno alle 16, e la gente continua ad affluire col passare delle ore. I numeri ufficiali, alla fine, parleranno di una cifra tra le 30mila e le 40mila persone. Gli ospiti, anche quelli non musicali, sono di livello. Pif arriva con una maglietta verde con la scritta “Emilia Romagna – Padania”: «Salvini non lo sa, ma sono dalla sua parte. Se dovesse vincere, almeno inizio a riposizionarmi». Tra il pubblico c’è anche Elly Schlein: «Bonaccini è stato bravo a tenere unita una coalizione intorno a una visione comune. Bisogna ripartire da tre cose: giustizia sociale, giustizia ambientale, innovazione tecnologica».

Alla fine appare anche Mattia Santori, la voce pubblica delle Sardine, che viene incalzato dai giornalisti sul futuro del movimento: «Siamo stati invitati da Conte per un incontro, non da Zingaretti o Bonaccini ma siamo aperti al dialogo con tutti. Chiediamo di rivedere il decreto sicurezza, soprattutto per quanto riguarda le multe alle ONG e la chiusura degli SPRAR». Salvo poi correggere il tiro in conferenza stampa: «Noi vorremmo abolirlo, ma non siamo al governo e possiamo solo fare richieste». Hanno già chiari i prossimi passi: un “congresso nazionale” (ribadiscono di non fare politica, quindi chiamarlo così è di per sé un errore) il 7/8 marzo e la contemporanea nascita di una piattaforma di discussione online, riconoscibile e ufficiale. Perché una delle loro prime proposte è l’identificazione digitale, «per combattere l’odio in rete».

Le Sardine parlano con la musica

Alla fine, però, ha parlato il palco. Bella Ciao suonata da quasi tutti gli artisti in infinite versioni diverse, l’apparizione a sorpresa di Guccini che ha benedetto le Sardine e Bonaccini e gli interventi “politici” (Sandro Ruotolo, Pif e Alessandro Bergonzoni su tutti) ad inframezzare gli artisti sono i momenti salienti della giornata. Ingredienti che portano ad una riflessione: le Sardine stanno iniziando a fare chiarezza. Durante la prima piazza, il 14 novembre a Bologna, Bella Ciao partì quasi per caso, neanche troppo voluta dagli organizzatori perché “schierata”. Il 14 dicembre a Roma, in Piazza San Giovanni, la situazione era più o meno la stessa. Tante, tantissime persone da tenere insieme e una evidente confusione ideologica: Bella Ciao si divideva la piazza con l’inno d’Italia e Jovanotti.

L’impostazione con cui è stato pensato l’evento di Bologna invece era proprio da Concerto del Primo Maggio: una grande festa — dall’organizzazione sicuramente migliore rispetto ai precedenti delle Sardine, l’esperienza ha sicuramente aiutato — che provava a tenere unita tanta gente di provenienze politiche anche diverse nel segno del divertimento (sentimento assolutamente pre-politico) e di una vaga connotazione ideologica (antifascismo, antirazzismo e poco altro). Ma c’è chi dice no: Lo Stato Sociale non ha dato la propria disponibilità a partecipare alla manifestazione nonostante le loro origini di Bologna, e il perché lo spiega uno dei componenti, Alberto Guidetti: «Ho la necessità di vedere un orizzonte nuovo da poter costruire assieme, ho bisogno di sognare». Cose che, evidentemente, le Sardine non sembrano ancora in grado di offrire.

E ora, che fare?

Il 26 gennaio il voto in Emilia-Romagna rappresenterà, in ogni caso, uno spartiacque storico: o la caduta dell’Emilia rossa, l’ultimo baluardo non di un’ideologia politica ma forse di un’intera era della storia di questo Paese; o la prima vera sconfitta del centrodestra sovranista, che nel paese in cui il saliscendi dal carro del vincitore è sport nazionale potrebbe significare un consistente arretramento per tutto il fronte. Inoltre, questa tornata elettorale ci lascia in eredità, dopo anni, un movimento capace di riempire una piazza con parole d’ordine quanto meno progressiste.

Dal 27, però, il cammino si farà tremendamente più difficile. La coalizione di Bonaccini, al di là di quello che sarà il risultato elettorale, è riuscita a tenere in piedi un fronte molto ampio, che va da Calenda e Renzi alla sinistra “parlamentare”. E le Sardine hanno fatto da “contenitore da piazza” per quei contenuti. Ma come si potrà riproporre questo modello in altre regioni d’Italia (altre 6 solo nel 2020) dove il centrosinistra correrà con due se non tre liste diverse, oltre al Movimento Cinque Stelle? Inoltre, tutto ciò si basa sull’ipotesi che le Sardine rimangano un movimento, molto elastico e poco strutturato. Ma se dovessero decidere di diventare qualcosa di molto più simile ad un partito, si troverebbero nella scomoda situazione di rischiare di diventare concorrenziali rispetto agli altri partiti del centrosinistra. Frammentando ancora di più ciò che sono nati per unire.

Infine, resta la questione sottolineata all’inizio da Schlein. Giusta l’unità, ma non a tutti i costi: bisogna avere una visione comune. Le Sardine non hanno dimostrato di avere ben chiaro cosa vogliono chiedere alla politica quando quest’ultima, per forza di cose, li ascolterà. Basti pensare alla questione dei decreti sicurezza e della loro abolizione/revisione, o a quando uno dei portavoce ha definito i contenuti “divisivi”. Le Sardine devono, insomma, abbandonare l’idea che la loro non sia politica. Perché per quanto brutta e sporca possa sembrare questa parola, è solo con la politica che si operano i cambiamenti nella società.
Tutto il resto è rumore. O musica.

Simone Martuscelli

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