“Diatriba d’amore contro un uomo seduto”: il teatro dell’ardore di Márquez

La fama di Gabriel García Márquez, scrittore colombiano Premio Nobel per la letteratura nel 1982, è legata soprattutto ai suoi romanzi: Cent’anni di solitudine (1967), L’amore ai tempi del colera (1985), Dell’amore e di altri demoni (1994), Memoria delle mie puttane tristi (2004) sono infatti solo alcune delle sue opere narrative più lette e apprezzate. Quello che molti non sanno, però, è che Márquez è stato anche autore di una pièce teatrale, unicum nella sua produzione bibliografica. La pubblicazione sudamericana di Diatriba d’amore contro un uomo seduto risale al lontano 1987 (la sua prima messa in scena nel 1988, in Argentina); la prima edizione italiana tuttavia ha visto la luce solo una decina di anni fa, nel 2007. Il testo è dunque rimasto inedito a lungo per il pubblico italiano. Diatriba d’amore è il breve ma intenso monologo d’amore e di odio di Graciela, una donna di mezza età tanto infelice quanto innamorata che, con spirito polemico (da qui la «diatriba» del titolo), si rivolge al marito accusandolo di aver portato alla deriva il loro matrimonio. Fin dalle prime battute il teatro di Márquez si presenta come un teatro dell’incomunicabilità: alla loquacità di Graciela si oppone il silenzio del marito; al brusco dinamismo della donna la placida ma inquietante stasi dell’uomo che, seduto a leggere ostinatamente “il giornale di ieri”, viene introdotto al lettore/spettatore come un manichino anonimo. Il teatro di Márquez risente, per questo, solo in parte del realismo magico: in Diatriba d’amore esso è presente più come una suggestione che come una vera e propria scelta stilistica. La prosa è meno allusiva ed evocativa che nei romanzi, ma più corporea e vicina all’immaginario emotivo del fruitore.

Al tema della chiusura all’altro come causa di amarezza e solitudine si affianca quello fascinoso dell’eterna guerra tra i sessi: Márquez mette in scena l’incomprensione originaria e primordiale che da sempre crea barriere e distanze tra uomini e donne. Per quanto il monologo non sia di stampo femminista, Graciela si fa portavoce di un condiviso sentimento femminile, quello, cioè, che rimprovera agli uomini la vanità e l’insensibilità, l’infedeltà e l’ingiustificata gelosia. Il cuore narrativo di Diatriba d’amore, ciò che conferisce assoluta peculiarità al teatro di Márquez, è però in questo: quello di Graciela è un amore bruciante, che non conosce pace, un fervore sfrenato che nel suo tormento non riesce a contenersi. Traboccante ed eccessivo, eccede dolorosamente l’amore dell’amato: è irrazionale e incondizionato. Bisognoso di ardere nelle fiamme − allegoria dicotomica che rimanda sia all’inferno e al peccato che alla purificazione − annienta se stesso e l’altro nel nulla eterno della morte. Solo nella morte, infatti, esso diviene padrone di sé e dell’oggetto amato; solo nella Fine esso trionfa su quello che prima, in vita, lo respingeva e limitava nella sua brama di assoluto. La passione amorosa di Graciela si configura come un ardore pericoloso che attraverso la distruzione e l’autodistruzione approda alla libertà e alla felicità. «Con l’amore persino morire è bello», dice profeticamente all’inizio del suo monologo. In questo “teatro dell’ardore” Eros e Thanatos si incontrano e confondono nel calore del fuoco. La loro, però, è una fusione priva di dialettica in cui Eros si sacrifica con voluttà fiera a Thanatos.

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Maria Rosaria Omaggio nel ruolo di Graciela, per la regia di Alessandro D’Alatri

Eppure, l’amore rimane per Graciela un’illusione necessaria alla vita e una forma di resistenza all’oblio. Sulla memoria del passato e la nostalgia di ciò che in esso è andato perduto, Márquez riflette ampiamente. Il suono malinconico del sassofono di Amalia Florida, conoscente di Graciela ai tempi della sua giovinezza, ne è una metafora. Esso interviene dispettosamente durante il monologo, coprendone le parole. La sua melodia, lontana nel tempo e nello spazio, è al contempo il ricordo della felicità passata di Graciela e la colonna sonora di una realtà triste e sbiadita − quella presente − che nulla ha in comune con il folgore delle vecchie speranze.

Il teatro di Márquez dà così la parola a una disperazione orgogliosa e altèra che, lasciando da parte i buoni sentimenti, in uno slancio nietzschiano anela al proprio tramonto, perché − fa dire Márquez a Graciela − «i tramonti sono deprimenti, ma ti preparano all’avventura di ogni notte».

Federica Spera

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