Miłosz Mente prigioniera

Un poeta, prima di tutto, e non un esperto di politica: questo era Czesław Miłosz, il quale, anni dopo l’uscita di “La mente prigioniera”, ne commentava il successo in questo modo: «Creò l’idea, specialmente nei paesi occidentali, che io fossi uno scrittore politico. Questo era un malinteso dovuto al fatto che la mia poesia era sconosciuta. Non sono mai stato uno scrittore politico e ho dovuto lavorare molto per distruggere questa immagine di me stesso. Non ho provato a farmi assegnare una cattedra in scienze politiche. Sono andato in America in quanto professore di letteratura.»

In effetti, ricordare Miłosz come scrittore politico a discapito della sua opera poetica sarebbe un’ingiustizia come, per fare un esempio contemporaneo, lo sarebbe considerare Jonathan Safran Foer non un romanziere, ma solo il saggista che ha scritto “Se niente importa”.

Tuttavia, “La mente prigioniera” rimane uno dei grandi testi circa la politica dei totalitarismi. Come scritto sul risvolto interno dell’edizione Adelphi, è il libro che «una volta per tutte, prima che il dissenso russo potesse manifestarsi […], disse ciò che di essenziale vi è da dire sul sovietismo – e in particolare su quel colossale fenomeno di viltà dello spirito e cronico asservimento che ha contrassegnato il rapporto di milioni di intellettuali con il sovietismo stesso.»

Scritto a Parigi tra il 1951 e il 1952 e pubblicato nel 1953, “La mente prigioniera” si divide in nove capitoli. Quattro di questi, che formano la parte centrale del libro, sono dedicati a quattro intellettuali, Alfa, o il moralista, Beta, o l’amante infelice, Gamma, o lo schiavo della storia e Delta, o il trovatore. Sotto questi nomi si nascondono veri scrittori della Polonia di quegli anni: Alfa è Jerzy Andrzejewski, Beta è Tadeusz Borowski, Gamma è Jerzy Putrament e Delta è Konstanty Ildefons Gałczyński. Si tratta di intellettuali che in qualche modo si sono arresi alla dottrina e Miłosz ci pone di fronte alle loro vicende esemplari. Come ci informa sin dalle prime pagine, l’oggetto della ricerca di Miłosz non è il rivoluzionario, colui che si è dato completamente alla causa, quanto piuttosto le parabole degli intellettuali «che si adattano».

Un altro scrittore, Witkiewicz, apre però il libro di Miłosz e il destino di questo autore, morto suicida, non è assimilabile a quello dei quattro presi in esame nelle pagine successive. Witkiewicz è chiamato in causa per parlare di una sua invenzione letteraria, le pillole di Murti Bing. Nel romanzo di Witkiewicz citato da Miłosz, Insaziabilità, queste pillole – create dal filosofo mongolo Murti Bing – riescono a trasmettere organicamente la serenità, la pace mentale. Sono in grado, in altre parole, di spegnere l’insaziabilità filosofica, le perplessità ontologiche, la sete di conoscenza e i dubbi metafisici. Nelle pasticche immaginate da Witkiewicz, Miłosz intuisce il simbolo di qualcosa di fondamentale, il desiderio di appartenenza dell’intellettuale, una spinta verso il conformismo.

L’altro concetto chiave del libro è quello del Ketman, per certi versi un lontano parente del bispensiero di Orwell. Miłosz lo deriva da un libro di Gobineau, “Religions et Philosophies dans l’Asie centrale”. In origine, il termine designa la pratica secondo la quale un fedele può assumere esteriormente i comportamenti di un infedele al fine di evitare persecuzioni. Nella “mente prigioniera” Miłosz si serve del concetto per descrivere un altro processo di adattamento dell’intellettuale. Questi, pur mantenendo le proprie convinzioni interiormente, non dà segni del proprio dissenso e mostra al pubblico solo ciò che non risulta sgradito al regime. Il problema è duplice: da un lato dissimulare fa sentire più astuti dei censori e porta dunque a perseverare in questo comportamento, dall’altro, così facendo, ci si identifica sempre di più con il “personaggio interpretato”.

Se l’interesse storico di un simile libro è indubbio, quale valore, oltre a quello letterario, ha oggi “La mente prigioniera”? Tony Judt tenne delle lezioni sul libro di Miłosz per la prima volta negli anni Settanta. Come riporta in un articolo apparso sulla New York Review of Books, l’aspetto più difficile da afferrare per i suoi studenti fu il motivo per cui una “mente prigioniera” non fosse una cosa buona. Ma, dopo il crollo delle ideologie, la situazione si è ribaltata: i nuovi studenti di Judt non riescono a capire come ci si possa “vendere” a una qualsiasi idea. Come afferma Judt:

«Gli studenti di oggi non capiscono il punto del libro: l’intero esercizio sembra futile. La repressione, la sofferenza, l’ironia, e anche la credenza religiosa: queste cose le possono comprendere. Ma un autoconvincimento ideologico?»

e anche:

«Quando ho cominciato, la mia sfida era spiegare perché la gente avesse perso ogni illusione del Marxismo; oggi, l’ostacolo che uno affronta è spiegare l’illusione stessa.»

Eppure questo libro non è ancora così lontano dal nostro mondo come sarebbe lecito aspettarsi. È vero che in Polonia non c’è più il comunismo, che in Italia le frange estremiste preoccupano fino ad un certo punto, ma le pagine scritte da Miłosz ci ricordano – e se è una banalità dirlo significa che i tempi che corrono non sono poi così bui – l’importanza di usare la propria testa, e quanto non sia per niente scontato farlo.

Luca Ventura

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